Carla Accardi: coerenza e cambiamento

In Arte

Il Museo del Novecento dedica una grande retrospettiva a Carla Accardi, protagonista dell’arte italiana della seconda metà del secolo scorso

“Alcuni quadri non sono interamente dipinti, lasciano vedere la tela grezza, mentre altri sono saturati dal colore in ogni loro parte. Così il segno è alle volte più libero, meno controllato, altre invece è più disegnato, più chiaramente delineato nella sua forma. […] La mia pittura non può arrestarsi su un problema, porlo e definirlo una volta per tutte. Mi piace ruotare attorno a questo problema, vederne le diverse, possibili soluzioni, essere coerente e, al tempo stesso, in grado di cambiare”.

Coerenza e cambiamento. Sono queste le cifre fondamentali dell’artista Carla Accardi di cui si può visitare la mostra Contesti fino al 27 giugno al Museo del Novecento di Milano.

Carla Accardi (Trapani 1924 – Roma 2014) ha infatti attraversato fin dai suoi esordi un periodo di tumultuose modifiche sociali, economiche, politiche, di costume. Ma la sua arte, sebbene coerente agli svolgimenti di questi decenni, è rimasta rigorosamente fedele a se stessa.

Carla Accardi nel suo studio di Roma, 1974 circa. Foto Maria Grazia Chinese. Roma, Archivio Accardi Sanfilippo. © Accardi Carla, by SIAE 2020

Dopo gli studi all’Accademia d’Arte di Palermo e di Firenze nel 1946 si trasferisce a Roma con il compagno Antonio Sanfilippo, conosciuto a Palermo, che diventerà suo marito nel 1949.

Nella capitale conosce un gruppo di artisti con cui crea il gruppo Forma. Sono Attardi, Turcato, Consagra, Dorazio, Perilli, Guerrizzi oltre a Sanfilippo. Sono gli anni in cui il dibattito – spesso aspro – è tra Astrattismo e Realismo. Il gruppo, di cui l’artista è l’unica esponente femminile, è molto vicino al Partito Comunista (Accardi sarà iscritta al partito fino al 1956, anno dell’invasione sovietica dell’Ungheria) che guarda però con occhio benevolo più ad artisti come Guttuso che a questo gruppo.

La mostra, divisa in sezioni, parte proprio da questi esordi con una “sala corale” dove sono esposte diverse opere dei partecipanti a Forma.

Le sue prime opere, fin dagli inizi sempre astratte, esprimono un mondo fantastico e biomorfico che rappresenterà il DNA di tutto la sua vita artistica.

Negli anni successivi la riflessione di Accardi si esprime attraverso una serie di dipinti rigorosamente in bianco e nero che riflettono probabilmente un momento di intima riflessione verso i futuri, decisivi, sviluppi.

Siamo agli inizi del boom economico. Sono gli anni in cui si afferma la società dei consumi, l’immaginario è fortemente influenzato dal cinema, dalla pubblicità, dalla cartellonistica. Inevitabile per l’artista un ritorno al colore e a tele di grande formato. I colori – quasi sempre tempera a caseina su tela – sono primari o fortemente connotati e raggiungono rapidamente le forme caratteristiche di quella “inconfondibilità” delle sue opere. La sua cifra stilistica.

Nel 1954 un incontro molto importante. Durante una mostra a Roma l’artista conosce l’influente critico francese Michel Tapié, teorico dell’arte informale, che la inserisce in un circuito di artisti (che egli stesso battezza Informel o Art autre) e in un ciclo di mostre che la vedono esporre con artisti del calibro di Pollock, Tobey, Riopelle…
È l’internazionalizzazione che la consacra come una delle protagoniste dell’arte astratta europea. Il critico probabilmente definisce anche con maggiore precisione i suoi orientamenti stilistici. Tapié considera le opere della Accardi come risultato di “una scrittura simbolica, arcaica, magica e rituale”.

Negli anni successivi – forse influenzata anche dalla luminosità del suo nuovo studio a vetri in un attico di via del Babuino – i colori si fanno più intensi, liberi, leggeri. Al critico Maurizio Calvesi confessa che “non vi può essere pittura che non tenga conto degli attuali effetti del neon e delle luci fosforescenti”. Questo lavoro trova il suo culmine nella sala personale che le viene dedicata alla Biennale di Venezia del 1964.

Carla Accardi, Rotoli in sicofoil dipinto, 1965-1969. New York, Galleria Salvatore Ala, 1989. Archivio Accardi Sanfilippo, Roma. © Accardi Carla, by SIAE 2020

Ma la svolta ancora più radicale avviene l’anno successivo. È da un po’ che gli artisti italiani si confrontano con i nuovi materiali che la crescente industrializzazione del paese ha reso disponibili. A partire dal 1965 la Accardi si cimenta con dei fogli di sicofoil – un materiale plastico trasparente – su cui applica leggere pennellate di vernice fluorescente. I Rotoli e i Coni che così realizza sono dei dipinti “di luce” che avranno un fecondo sviluppo negli anni successivi.

Sono gli anni della militanza femminista. Con Carla Lonzi ed Elvira Benotti l’artista dà vita a un collettivo chiamato Rivolta femminile. Sebbene l’esperienza femminista, e politica in genere, si interrompa per lei nel 1977, questi anni – siamo nel periodo della scoperta da parte delle donne delle pratiche di autocoscienza – sono importanti. Grazie anche a un viaggio in Marocco del 1971 il suo lavoro diventa più intimo, rarefatto, minimale. Si ritorna a monocromi grigi, bruni, neri; pochi anni dopo tenta l’oro, l’argento.

L’uso del sicofoil la conduce a una svota verso l’arte concettuale. Non è un cambiamento radicale, la sua cifra rimane riconoscibilissima. Ma il colore, l’intervento dell’artista si riduce. Espone fogli trasparenti, non dipinti, su telai in cui appaiono scarse tracce di colore. Una vera antipittura, una riflessione forte sul proprio ruolo (non a caso sue opere sono presenti nella mostra Stop Painting curata dall’artista Peter Fischli, da poco inaugurata alla Fondazione Prada di Venezia). Un potente racconto autobiografico in cui si rimettono in discussione le coordinate della propria vicenda creativa.

Carla Accardi, Giallo arancio su tela grezza, 1999. Vinilico su tela grezza. Roma, Archivio Accardi Sanfilippo. Foto Luca Borrelli. © Accardi Carla, by SIAE 2020

Una delle sezioni della mostra si intitola “Nostalgia della pittura”. Documenta il periodo successivo dell’artista quando negli anni Ottanta si verifica nuovamente un ritorno al colore. Già nel 1964 Accardi aveva fatto delle gouache dedicate a Matisse. Adesso riprende quel tipo di ispirazione per creare tele grezze preparate con resine acriliche e colorate con tempere.

Il lavoro di Accardi rimane astratto con una dichiarata scelta concettuale. Le successive figure geometriche, il costante dialogo tra segno e colore, la serialità ne fanno fede. Nel 1995 dichiara a Demetrio Paparoni: “Il momento più importante del mio processo creativo è sempre quello che succede alla fase emotiva, che appartiene all’aspetto ideativo”. Concetto che ribadisce e sottolinea un decennio dopo: “Prima commuovere e poi fare capire”.

La mostra – curata da Maria Grazia Messina e Anna Maria Montaldo con Giorgia Gastaldon – rende pienamente giustizia di questo percorso. Ogni sala è corredata da vetrine che testimoniano grazie a foto, documenti, brochure, l’evolversi storico, politico e artistico dei diversi periodi attraversati dall’artista. Carla Accardi. Contesti è quindi un viaggio cronologicamente connotato, ma che si muove continuamente nello spazio, ricostruendo la figura di un’artista e di una donna “complessa e militante” (le curatrici nel catalogo Electa che accompagna la mostra).


Carla Accardi. Contesti, a cura di Maria Grazia Messina e Anna Maria Montaldo con Giorgia Gastaldon, Milano, Museo del Novecento, fino al 27 giugno 2021
Immagine di copertina: Carla Accardi, Grande Integrazione, 1957, caseina su tela. Milano, Museo del Novecento. © Accardi Carla, by SIAE 2020

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