A “Nord” con Burhan Sönmez: tabù e mistero di un luogo interiore

In Letteratura

È arrivato dal nulla e verso il nulla è partito. Quando il suo corpo ricompare, e in bocca conserva un orecchio di vetro, tutto il villaggio resta scosso: di Aslem, l’uomo che ha osato sfidare la rotta proibita del nord, emerge a morte avvenuta tutto l’incongruente ricordo. Sarà suo figlio a rimettersi in viaggio lungo la rotta proibita per ricostruirne la memoria e, insieme, per dare un senso alla propria esistenza. Burhan Sönmez pubblica con Nottetempo “Nord”: un romanzo che è, insieme, la storia di una iniziazione e di una ricostruzione di sé.

Burhan Sönmez è un grande scrittore curdo, con una forza trascinante, che ha la capacità di far pulsare i mondi che descrive, di dar vita a personaggi che di solito sono stereotipati, maschere dell’emarginazione, dell’annullamento e rendere le ragioni storiche, personali, politiche delle loro scelte e dei loro destini.

Nel bellissimo Istanbul Istanbul del 2016 (pubblicato da Nottetempo) racconta di una città sotterranea, cioè delle carceri che la attraversano tutta, specchio deformato e veritiero della metropoli scintillante e bugiarda che sta sopra.

Fra gli interrogatori, le torture, il tempo sospeso e l’immobilità forzata cui sono inchiodati, quattro uomini (un dottore, un barbiere, uno studente e un vecchio rivoluzionario) scoprono l’incanto e il potere della parola come unica via di fuga possibile dalla cella nella quale sono inchiodati.

Nell’ultimo romanzo,  Nord, Burhan Sönmez, ritorna ai miti ancestrali della sua gente, a popoli di cacciatori spaventati e attratti da quel Nord proibito che avrebbe svelato le loro più segrete paure, che li avrebbe posti di fronte alla terribile verità della loro debolezza.
Pochi, pochissimi uomini leggendari hanno osato sfidare il tabù, tutti gli altri si muovono a est, a ovest, a sud, ma il terribile Nord li paralizza, morirebbero o li ridurrebbe a larve, a spettri annichiliti dalla violenza della rivelazione.

Il romanzo comincia con una citazione dalle Mille e una notte:

Un fiume può mai dimenticare la sorgente,
la luce del sole può dimenticarsi il suo astro?
L’ancora in fondo al mare può dimenticare la nave,
o la coda della serpe la sua testa?
Il giorno passato può dimenticare il presente,
o un uomo suo padre?

È appunto questo il tema centrale di Nord: il legame tra generazioni, il confronto con chi è origine del nostro presente, l’impossibile comprensione e l’inesausta interrogazione tra un padre e un figlio.

Il romanzo inizia dunque con uno shock che è, contemporaneamente, collettivo e individuale.
Un uomo viene trovato nudo in un burrone appena fuori dal villaggio. È Aslem, uno straniero venuto dal nulla che si era fermato nella comunità per tre anni, aveva preso moglie e fatto un figlio, e poi, così com’era venuto, se n’era andato, a Nord diceva.

Una calda notte della tarda estate baciò Yumati, della quale già da tempo aveva ignorato l’esistenza. Era chiaro che stava per intraprendere un lungo viaggio. Raccolse le armi e uscí in giardino. Indicando il cielo disse: “Mentre mi aspetti osserva le stelle, troverò piú facilmente la via del ritorno”. Quindi diresse il cavallo verso nord, verso il cuore delle montagne maestose.
Di Aslem dissero che aveva stretto amicizia con misteriosi stranieri, oppure che era partito a caccia di un tesoro nascosto che cercava da anni, mentre secondo altri era tornato alla terra d’origine. In effetti ognuna di quelle storie gli calzava bene addosso, si presumeva che quello strano uomo fosse capace di fare tutto quello che gli veniva in mente.
Quando qualcuno presentava uno scenario plausibile, gli altri anziché proporre il contrario immaginavano altre possibilità, ma nessuna di quelle alternative era da scartare. La sola opzione che nessuno considerava era che fosse andato a nord.

Sono ormai passati vent’anni e il figlio Belek è sconvolto dal ritrovamento di quel padre che non aveva mai conosciuto, che li aveva abbandonati.
Era cresciuto senza di lui, aveva imparato a farne a meno e adesso eccolo lì, morto stecchito, a imporre la sua esistenza, a imporre tutte le domande che non voleva porsi. Ma quel cadavere illuminato dalla livida luce della luna si svela identico al figlio e lo trascina a ripercorrere le tappe del suo tragico destino.

La realtà del viaggio, che però è chiaramente un viaggio iniziatico, si mescola con miti e leggende che hanno dato origine ai riti che celebrano funerali e nozze.
Aslem incontra aiutanti magici e nemici crudeli, si perde e per salvarsi è costretto a fingersi suo padre, perché lì al Nord il tempo è circolare, si avvita su se stesso, come il giovane che si perde nello strazio di carceri e torture che non riesce a capire se siano sogni o realtà. Il clima diventa troppo opprimente e anche il racconto si avvita su se stesso, ci trascina giù in un cupo abisso.