Courtney Barnett e le altre: la nuova canzone femminile

In Musica

Hanno la forza dell’autenticità, sono le nuove artiste del rock: l’australiana e le sue talentuose colleghe stanno rivoluzionando la scena musicale

Momento citazione pop: vi ricordate quando Cate Blanchett, accettando l’Oscar l’anno scorso, ha criticato (giustamente) l’industria cinematografica per essere ancora in gran parte convinta che le storie femminili siano “di nicchia” – ovvero, che al grande pubblico non interessino? Sì, ma cosa c’entra con la musica, mi chiederete voi. Ve lo dico subito.

Se oltre l’80% dei musicisti che si esibiscono nei grandi festival inglesi sono uomini, sembrerebbe che l’industria musicale creda esattamente la stessa cosa. In un panorama del genere, dove il punto di vista dominante è ancora quello maschile, la cosa più coraggiosa che si possa fare è scrivere dell’esperienza femminile in modo autentico e schietto, senza farsi condizionare da questo sguardo esterno. Oggi voglio parlarvi di artiste che fanno esattamente questo.

La notizia positiva è che c’è solo l’imbarazzo della scelta, visto che il numero di artiste di successo è sempre in crescita. Nonostante le immense differenze stilistiche che le contraddistinguono, le artiste che ho scelto hanno in comune il coraggio di essere innovatrici e di parlare senza censure.

Doveroso partire dall’americana St. Vincent, alias Annie Clark, che dopo dieci anni di carriera osannata dalla critica, ha recentemente vinto il suo primo meritatissimo Grammy per il suo quarto disco (omonimo) uscito nel 2014. Pezzi come Birth in Reverse sbalordiscono sia per le abilità tecniche della Clark come chitarrista che per la sua capacità di associare potenza, idee e melodia. St. Vincent è un disco sicuro di sé, ma allo stesso tempo avventuroso e giocoso nella sua sperimentazione. I testi si confrontano con argomenti di ordine sociale quali la dominanza dei social media (Digital Witness) ma si aprono anche a considerazioni personalissime, come in I Prefer Your Love, dedicata alla madre a cui Annie dice “tutto il bene che è in me è grazie a te”. Teatrale, innovativa e intelligentissima, St. Vincent è la dea dell’alternative.

Per la britannica FKA Twigs, all’anagrafe Tahliah Barnett, sono già stati usati tutti i superlativi possibili, tra la nomination per l’ultimo Mercury Music Prize e i mille paragoni con Kate Bush, James Blake, Aaliyah e altri. Il suo primo album, minimalisticamente intitolato LP1 fonde l’R‘n’B e l’elettronica in un semplice sospiro, pieno di pause, spazi vuoti, abissi oscuri. Il singolo Two Weeks è la sintesi perfetta di questo album: la voce, vulnerabile ma capace di acuti di una delicatezza straordinaria, incontra un testo che non ha paura di trattare esplicitamente della sessualità della cantante. In Video Girl, FKA racconta il suo passato come ballerina di video pop – “was she the girl that’s from the video?” è quello che per anni si è sentita chiedere dagli sconosciuti che la riconoscevano per strada – e, quasi a vendicarsi di quel periodo in cui nessuno conosceva il suo talento musicale, è un pezzo magnifico, che non si leva dalla testa.

Dall’altra parte del mondo, l’australiana Courtney Barnett sta conquistando l’universo indie con la sua scrittura irriverente e poetica allo stesso tempo. Il suo primo album Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit, uscito a marzo di quest’anno, è una collezione di storie di stravagante quotidianità. Pedestrian at Best è arguta nel respingere la passività che la società si aspetta dalle donne: “mettimi su un piedistallo, e ti deluderò solamente / dimmi che sono eccezionale e prometto di sfruttarti”, dice Courtney in un cantato in bilico tra il rock e il rap. La chitarra della Barnett è dinamica, indifferente alle categorizzazioni, folk ma graffiata, rock ma ponderata. Tra il suo acuto senso dell’umorismo, la capacità di rendere la mondanità sorprendente, e la facilità con cui scavalca il confine tra vari generi musicali, Courtney Barnett è una voce fuori dal coro.

Impossibile parlare di cantautrici e non menzionare Laura Marling, la ragazza prodigio inglese che con il suo debutto del 2008 Alas, I Cannot Swim ha sbaragliato la critica inglese all’età di diciott’anni. Ormai un’artista consolidata, il suo quinto album Short Movie è uscito a marzo di quest’anno. In Short Movie compare molta più chitarra elettrica del solito, e se questo dà una finitura più dura al suo folk, l’aura di mistero che avvolge i testi della Marling rimane. False Hope, seconda traccia del disco, ci regala un segnale di quello che potrebbe essere il futuro compositivo della Marling: un rock tagliente ma pop allo stesso tempo, che rivela solo i contorni di una storia fatta di immagini vivide quanto misteriose.

Spostandoci a Brooklyn troviamo Sharon Van Etten, folk-rocker con quattro LP in repertorio e una carriera che ha piano piano conquistato le orecchie dell’industria. La sua voce è la chiave di tutto: sembra imbevuta di un dolore profondissimo, ma allo stesso tempo di una resistenza incredibile. Prendiamo come esempio Our Love dal suo ultimo LP Are We There, pezzo che con poche parole riesce a inquadrare l’agonia dell’amore che finisce, con un basso potentissimo a contrastare gli acuti sospirati di Sharon. La sua musica è capace di un’intensità emotiva quasi insostenibile, e l’uscita del suo EP I Don’t Want to Let you Down a giugno di quest’anno l’ha confermata come una delle cantautrici più promettenti della scena americana contemporanea.

Anche nei gruppi rock le ragazze si distinguono. Dieci anni dopo il loro ultimo album, a gennaio di quest’anno è uscito il disco di ritorno delle storiche Sleater-Kinney – ed è uno dei dischi più belli della prima metà del 2015. Pieno di energia cruda, tra il punk e l’indie, No Cities to Love graffia e scalcia al punto giusto, smontando nei testi concetti come il consumismo e il maschilismo. Come cantano loro stesse su Surface Envy, questo album “rompe la superficie”, attacca gli stereotipi e le definizioni troppo strette, e si pone come filo conduttore tra il movimento riot grrrl degli anni ’90 e la scena rock contemporanea.

Spostandoci di genere, la poetessa Kate Tempest dal sud londinese sta rivoluzionando l’hip hop fondendolo con la performance poetry. La sensibilità poetica di Kate viene fuori nell’estrema attenzione al dettaglio che ha nel raccontare storie, storie di un gruppo di personaggi inventati tra cui spicca la ragazza, Becky. Theme from Becky, per esempio, è un tour de force emotivo che esplora con grande complessità, lirica e strutturale, la scelta di Becky di entrare nella prostituzione. Il tutto espresso in un vortice rap velocissimo, condito dall’accento squisitamente cockney della Tempest. Ritmi tra il tribale e l’urban formano il letto perfetto per le sue taglienti analisi sociali, come nel caso di Lonely Daze dove racconta la mancanza di prospettive o di direzione che i suoi personaggi provano nel mondo contemporaneo.

Una menzione speciale, per concludere, va alla neozelandese Lorde. Sì, lei è famosissima e il suo album Pure Heroine è datato 2013, ormai due anni fa. Lorde costituisce però un esempio interessante di popstar che ha creato, e mantiene, un’identità artistica fortissima nonostante la giovane età. Pure Heroine mixa generi distanti come pop, elettronica e indie con una maturità e una misura che vanno ben oltre i 16 anni che Lorde aveva quando l’album è uscito. E poi, diciamocelo, non è da tutti venir chiamati a prendere il posto di Kurt Cobain (assieme, tra le altre, alla St. Vincent con cui abbiamo iniziato) e cantare All Apologies durante la cerimonia di ammissione alla Rock n Roll Hall of Fame dei Nirvana – e dimostrare di esserne assolutamente all’altezza.

Nel lavoro di queste artiste trovo un senso autentico della scrittura, una sensibilità fuori dal comune, e un ottimo mix di onestà, ironia, vulnerabilità, e fierezza. Per non parlare della maestria con cui esplorano nuovi territori musicali inventando nuovi accoppiamenti, se non addirittura nuovi generi. E in questo non ci trovo niente “di nicchia”, anzi.

Cosa non perdere da oggi al 24 agosto

Il gruppo americano The Manchester Orchestra arriva al Circolo Magnolia il 19 agosto. Reduci dall’uscita degli album Cope e Hope nel 2014, il loro sound è un’esplorazione del confine tra rock e introspezione di grande impatto. Aprono il concerto i Dear Hunter. Ore 21.

L’Orchestra Verdi presenta tre serate di arrangiamenti sinfonici delle grandi colonne sonore di Hollywood. Tra le altre, ci saranno le musiche iconiche di Psyco e King Kong, e anche il debutto di un nuovo pezzo di Nicola Campogrande, Ungheria, della serie Expo Variations. Orchestra diretta da Timothy Brock, grande compositore e restauratore di colonne sonore. All’Auditorium, il 20 agosto alle ore 20.30 il 23 alle 18.

Saluti da Saturno. Il gruppo capitanato dal cantautore romagnolo Mirco Mariani, che vanta collaborazioni con Paolo Benvegnù e Vinicio Capossela e quattro album in studio in catalogo, il 21 agosto si esibisce  nel giardino della Triennale. Ore 21, ingresso gratuito.

Immagine di copertina di KDamo, Liliane Callegari, Sushiesque, ScannerFM, Thomas Hawk, NRK P3Scanner FM, wfuv