Amore, sacri laicismi di Pippo Delbono

In Teatro

Foto © Luca Del Pia

Amore, di Pippo Delbono, è stato in scena al Piccolo e ora si prepara a girare l’Italia – e non solo. Una ricerca sacra e laica come una preghiera sul senso dell’essere umano…

Foto © Luca Del Pia

Dopo le repliche al Piccolo, attesa di Amore ai Festival teatrali all’aperto.

 Pippo Delbono continua la sua ricerca sacra e laica come una preghiera sul senso dell’essere umano.

«Ero a Catania.  Sono stato fermo a Catania».

Sineddoche di pluralità.

 Il filo che si riannoda alla fine. Un cerchio. Quello della vita. La voce (dalle inflessioni liguri) di Pippo Delbono a condurre il pubblico in un viaggio mediterraneo insieme ai “suoi” attori, deus ex machina che si fa trovare. Basta volgere lo sguardo e sentire.

Uno spettacolo che sa di mare. Aspro e salino.

Il tempo è quello pandemico. Dell’eruzione dell’Etna e dei lutti. Della sospensione e della chiusura dei teatri. Delle persone che decidono di tornare alla propria residenza oppure no.

Chi parte, chi resta?

Chi è rimasto bloccato, chi no? Chi vuole rimanere bloccato, un po’ esule?

Quali le conseguenze?

L’atto creativo non si può fermare, si dice che le zone d’ombra aiutino a creare.

Quali i lutti?

Perdita soggiace ad Amore?

Era accaduto con La Gioia.

Accade con il nuovo spettacolo di Pippo Delbono, Amore che è stato in scena al Piccolo e ora replicherà all’aperto, in tournée per festival sia nazionali sia internazionali. C’è  attesa per la replica/debutto al Festival OperaEstate a Bassano del Grappa.

«C’è curiosità da parte nostra – afferma Davide Martini, amministratore di compagnia   – per come sarà all’aperto. Ad ogni modo, La Gioia viaggerà insieme ad Amore – specifica Martini   – riusciamo a far stare le scenografie su un camion. Capiterà di essere in due paesi vicini in Europa, per esempio, in uno con Amore e in un altro con La Gioia».

In fondo sono un po’ uno il filo dell’altro.

Qualcuno diceva che in fondo un autore finisce per fare sempre lo stesso film. Accade anche in teatro.

Per chi scrive qui è un bene.  Ha a che fare con il mondo interiore di chi firma regie e storie.

Ad ogni modo nel nuovo spettacolo di Pippo Delbono non c’è la stessa rotta dritta che era La Gioia con il suo patto con la vita all’insegna di uno slancio vitale.

 Qui ci sono i giri a cui un viaggio ti porta. Anni in mezzo.

 Una ricerca ancor più profonda sul senso dell’essere umani. E finiti.

Se no saremmo dei.

E forse lo siamo tutti a modo nostro. Basta che ci sia qualcuno poi a ricordarci. Forse.

Un viaggio sull’essere uomo lungo le sue declinazioni.

Molto al femminile.

Una donna a seno nudo che assurge a divinità. Madre.

Un senso del sacro sopra a tutto, ma l’antica Grecia è qui lontana. Nessuna Era o Afrodite.

Una sensualità terrena e malinconica di chi la guerra con le sue conseguenze l’ha fatta.

Cicatrici che restano senza nessuna mitizzazione. Il canto del fado. L’uomo che perse la sua gloria.

Che cos’è amore? Eros, filia, agape? Un dio? O tutto il suo contrario.

Le sue conseguenze e le sue degenerazioni?

Paura, possesso, assenza, love bombing, love ghosting, violenza?

Soddisfazione? Di che cosa? Di sè stessi? Dell’altro?

Può essere prevaricazione, Amore?

 Ciò che resta insieme e oltre la vita terrena?

Amore che in fondo non è di nessuno e bandirebbe l’articolo possessivo, Amore come un canto malinconico di assenza. O di presenza. Dipende. Uomini che dovrebbero amare, invece schiavizzano.

Che razza di esseri siamo?

A che punto siamo?

Una ballata popolare, una festa, un rito spirituale – come spesso accade con Pippo Delbono – dove è lui stesso a mischiare il reale che gli accade per farne universalità.

I suoi attori, i suoi cantori, che trova in giro – viene a chiedersi chissà dove – entrano stagliati sulle luci che sanno di tramonti mediterranei. Il rosso come passione, lotta, sangue e ricchezza, il blu come sacro frammisto a oro. Un albero spoglio che si veste a sposalizio. Un albero a dare pace, conforto e riposo. Un sonno ristoratore. Forse.

Dove siamo quando dormiamo? O finiremo a dormire? Che cosa resta dopo una vita? Come restiamo noi qui, terreni, incarnati dopo quella vita?

Accettare che siamo sempre tutti qui, anche se l’assenza può fare male. Può essere questo Amore?