“Alcarras”, film corale, realistico sensibile, sotto il sole di Catalogna

In Cinema

L’ottima regista catalana Carla Simon (“Estate 1993”) fa centro con uno struggente racconto a più voci fatto di memoria collettiva e individuale. Un sorprendente cast di attori non professionisti mette in scena la parabola di una famiglia di contadini sfrattati “per il loro bene”. Le belle pesche che coltivano da generazioni devono far posto a più redditizi (e di gestione meno faticosa, anche per loro) pannelli solari. Ma ai piccoli e grandi, coraggiosi membri della famiglia Solé, la cosa non piace affatto

Orso d’Oro alla settantaduesima Berlinale, Alcarràs conferma il talento della catalana Carla Simón, già autrice del pregevole e autobiografico Estate 1993. Da decenni la famiglia Solé coltiva la sua terra, un immenso frutteto adagiato sotto il sole rovente della Catalogna, nei pressi della cittadina di Alcarràs, a due ore di auto da Barcellona. E produce pesche succose e un’idea di famiglia e di lavoro, e di rapporto con la terra che a molti cittadini apparirà desueta, fuori moda, o semplicemente antieconomica. È molto più conveniente estirpare gli alberi da frutta e su quel terreno scuro e fertile parcheggiare una fitta
schiera di pannelli solari. È quello che ha deciso di fare il proprietario, Pyniol, sfrattando la famiglia Solé dalla sua terra. Una terra che in verità non è mai stata davvero di loro proprietà: in un’epoca in cui bastava una stretta di mano a siglare un contratto, era stata affidata come dono di ringraziamento dal vecchio possidente al contadino che gli aveva salvato la vita durante gli anni terribili della guerra civile.

Ma ora l’erede reclama i suoi diritti, e non si sente nemmeno una brutta persona, nel momento in cui cerca di convincere i Solé ad accettare il cambiamento e fare un corso per diventare tecnici specializzati e occuparsi di pannelli solari. Potrebbero lavorare meno e guadagnare di più, dice. Un’epopea famigliare raccontata attraverso l’intreccio quotidiano di sguardi e parole, gesti e silenzi. Il lavoro faticoso nei campi, l’inesauribile capacità dei bambini di inventare mondi e imparare a vivere giocando, i mutismi testardi dell’adolescenza, lo smarrimento negli occhi umiliati e liquidi del vecchio pater familias, Rogelio, la rabbia negli occhi e nelle mani del più giovane Quimet (Jordi Pujol Dolcet), a cui competono scelte e decisioni ingrate, o forse semplicemente impossibili.

Il piccolo magnifico miracolo che Carla Simón riesce a compiere è quello di costruire un film davvero corale, dove la coralità non consiste nel banale affastellarsi di personaggi e storie, ma nel dare davvero conto di ogni singolo punto di vista con una scrittura sensibile, precisa, assolutamente realistica e intimamente poetica, capace di intrecciare mirabilmente detto e non detto. Grazie anche a un gruppo di attori non professionisti semplicemente perfetto, diretto con una capacità rara di far vibrare ogni singola corda emotiva senza scadere mai nel sentimentalismo, inseguendo le rughe nei volti stanchi e spiando le pieghe degli occhi, catturando tensioni e speranze senza mai aggiungere inutili didascalie.

La regista non ci offre soluzioni, si mette semplicemente al servizio di uno struggente racconto a più voci, fatto al tempo stesso di memoria collettiva e individuale. E quando un personaggio entra in scena è come aprire gli occhi sul mondo ogni volta in un modo diverso, come stare appollaiati sulla sua spalla, infilati in un angolino della sua testa e del suo cuore. Così la vecchia auto abbandonata, portata via dalla ruspa, la vediamo con gli occhi affranti dei bambini, che stanno perdendo la loro astronave e non capiscono perché; vediamo l’arrivo dei pannelli solari come una minaccia insopportabile al senso stesso della nostra esistenza, attraverso gli occhi di Quimet; sentiamo l’incertezza inquieta dell’adolescenza sotto la pelle e nelle ossa di Mariona (Xènia Roset) e Roger (Albert Bosch). E il senso di appartenenza alla terra si trasforma in qualcosa che non riguarda il passato, ma il futuro. Il futuro di tutti noi, non
solo di chi, in Catalogna come in Italia, ancora si ostina a coltivare la terra.

Alcarras di Carla Simón, con Jordi Pujol Dolcet, Anna Otin, Xènia Roset, Albert Bosch, Ainet
Jounou.