Lacrime bianche: il lato oscuro del suono

In Letteratura

Seth vuole conservare i suoni della sua vita, Carter colleziona vinili alla ricerca del timbro ideale. Quando a Manhattan, per puro caso, registrano un canto doloroso, anonimo e perfetto, la loro vita cambia. Un noir ossessivo, ambiguo, contemporaneo. Da una New York hipster alle rive di un Mississipi ancora carico di mistero e rabbia, il romanzo di Hari Kunzru. Minuziosamente estetico.

Nessun ascolto è indifferente. L’assimilazione degli stimoli sonori nella mente umana è un processo attivo che comporta una risposta condizionata. Sono i dati auditivi accumulati precedentemente a influenzare l’impatto di ogni nuova ricezione. Così, gli elementi del trascorso sonoro individuale sistematicamente contaminano assimilazione e rielaborazione del presente.
Hari Kunzru pare cosciente di tale premessa, in quanto nel suo ultimo romanzo proprio la commistione di modalità e momenti della percezione, diviene motivo narrativo e al contempo sottile strumento retorico. Lacrime bianche (il Saggiatore, 2018, traduzione di B. Alessandro D’Onofrio) concretizza così il tema attraverso il dipanarsi di un complesso intreccio di tempi e spazi lontani che, vincolati dalla suggestione di un’eco costante, si richiamano senza soluzione, producendo l’impressione di attraversare una dimensione già vissuta o già provata (“Sono già stato qui”, “Questa storia è anche la mia storia”).
In questo déjà-vu uditivo, è allora la macrocategoria del suono il vero centro del racconto; non solo le note: quelle, vengono di conseguenza. Con i tanti romanzi in circolazione su musica e giovani, difatti, questo ha davvero poco a che vedere – anche se almeno fino a metà ci si potrebbe facilmente ingannare.

Giorni nostri, una New York hipsterica.
Seth, protagonista schivo ma ambizioso, raccoglie compulsivamente i suoni che lo circondano:

“una cosa di cui ultimamente avevo un ardente bisogno, come se avessi una qualche carenza”.

Seth è un tecnico, uno che non vuole alterare l’autenticità di ciò che registra; preferisce perdersi nella riproduzione esatta, tramite cui tentare una riconnessione a distanza con la realtà.
La sua controparte carismatica e altolocata è Carter Wallace, che per quella strana mania mostra vivo interesse, così da non mancare di incentivarne lo sviluppo con tutta la strumentazione – rigorosamente analogica – cui provvede a piene mani.
Nemmeno Carter (quello che ci voleva “per tirare fuori lo scarafaggio dal nido”) è privo di fissazioni: incappa nel collezionismo di nicchia, nella ricerca dei vinili più antichi, delle prime registrazioni.
A unirli, quella medesima fame di autenticità che si fa brama di un suono puro, che possa restituire valore a un presente che Seth non è capace di accogliere e che Carter rifugge, volgendosi verso il passato alle radici delle radici più nere del blues.

Vagheggiare il frammento immacolato è però breve agonia. Quel desiderio non tarda a prendere forma, materializzandosi appena il nastro restituisce la registrazione di un canto dolorosamente perfetto, catturato fortuitamente in un parco di Manhattan.
È il punto di non ritorno: la vibrazione è folgorante, l’ossessione immediata.
La ripetono, la isolano, la rimontano su una base e la sporcano col sapore degli anni Venti: quando decidono di diffonderla in rete, non possono sapere di avere appena innescato un meccanismo estremamente pericoloso.
Il cantante senza volto viene nominato Charlie Shaw e il suo ingresso in scena apre alla dissoluzione di ogni linearità. I piani ontologici iniziano a inclinarsi e franare pericolosamente quando vera voce e falsa canzone vengono credute e anzi riconosciute.
Un misterioso collezionista si mette alla caccia di quel blues, in cui riconosce il disco perduto di Charlie Shaw, la cui scomparsa è segnata da un destino di morte e dannazione

 

Proprio come un vinile, Lacrime bianche si struttura su due versi.
Il lato A, che pare l’incipit di un convenzionale romanzo di formazione, conduce fino a metà del testo: si avanza lentamente, ci si dilunga in valutazioni, riflessioni, ispezioni del circostante. Più ci si inoltra nel vivo della storia, più invece Kunzru inizia a disseminare indizi disturbanti che intrigano e risvegliano l’attenzione.
Poi lo scatto.
Attraverso un ritmo ottimamente calcolato la narrazione accelera, le sequenze scorrono in parallelo, uno spazio comune e due linee temporali distinte si rincorrono procedendo uno a fianco all’altro nei capitoli centrali, fino a fondersi in un unicum sfaccettato e complesso – coordinato dalla maestria di un abilissimo scrittore noir.
In un crescendo di velocità e azione, la riduzione di digressioni e il dipinto di un inconscio in subbuglio illuminano il secondo lato del libro di stupore inatteso.
A emergere potentemente è un’ambiguità cronica che pervade ogni aspetto della scrittura, così che l’incertezza e le incomprensioni da sospetto si fanno abitudine.
Il gioco dei piani sovrapposti finisce col rivelarsi non solo un espediente retorico accattivante, ma agisce verticalmente penetrando tanto nella trama quanto nella facoltà percettiva del protagonista rispetto agli eventi, nonché a se stesso.

“La mia memoria è una cospirazione mistica di collegamenti. Ogni cosa è già successa”.

In scena vi è un Io sempre più disorientato e sgomento nell’assistere alla propria progressiva disarticolazione. Il soggetto partecipa così di una frammentazione e ricomposizione identitaria continua, quasi fosse una di quelle tracce che i ragazzi si divertivano a distorcere.
Eppure, il tempo dei divertissement è irrimediabilmente sfociato in una partita enormemente rischiosa, perché a risultarne è la deflagrazione della violenza; il suono si è fatto grido che è dramma di carne, oltre che di psiche.

Ma non sarebbero comprensibili le implicazioni e gli esiti della ribadita ossessione sonora, senza cogliere la densa griglia argomentativa sottesa all’intero sviluppo del narrato.
Tre coppie oppositive si ripropongono continuamente: vero e falso, passato e presente, bianco e nero. Eppure, gli opposti non marcano mai un confine, ciascuno custodisce l’altro, pur tentando di rifuggirlo. Tra questi poli apparentemente distanti si stabilisce una perenne tensione che confluisce nella mente sempre meno controllata del protagonista, fino a comprometterne profondamente l’autopercezione.
In accordo alla dissolvenza delle dicotomie, anche il narratore si fa via via meno affidabile; tuttavia proprio quando lo sgretolarsi delle categorie e dei riferimenti razionali potrebbe far vacillare la struttura narrativa, il controllo sugli elementi è sorprendentemente stabile e, anzi, lo stile si fa più brillante.

Ultima postilla per chi, ancora, a Lacrime bianche non volesse offrire nemmeno una chance: concedetevi, per gusto puramente estetico, la lettura delle due facciate di chiusura; perfetta sintesi di stile, argomenti e sapore dell’intero racconto. Basterebbe a farvi ricredere completamente.

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