Turandot, principessa feroce e visionaria

In Musica

La coppia Chailly-Lehnhoff porta alla Scala un Puccini in versione espressionista con il finale scritto da Luciano Berio un anno prima di morire

Poche ore dopo l’inaugurazione di Expo, il Teatro alla Scala suggella l’importante evento con la prima del “padiglione”  Turandot (quasi un 7 dicembre primaverile) sotto l’egida del nuovo direttore musicale Riccardo Chailly.

Fissa per tre atti sta l’imponente scena rosso sangue di Raimund Bauer, a racchiudere l’incompiuta favola orientale di Giacomo Puccini.

E quasi per la prima volta a Milano – c’è un precedente in forma di concerto nel 2008  – Chailly mette in scena il finale che Luciano Berio, compose l’anno prima di morire proprio per il direttore milanese.

L’asfissiante piramide tronca che domina il palco riprende il cinema fanta-espressionista d’altri tempi, suggestioni di geometrica brutalità alla Metropolis: il futuro immaginato negli anni trenta, quella feroce visione del mondo che l’espressionismo tedesco profetizzava con tanta precisione.

È un’atmosfera che aderisce perfettamente alla tenebrosa favola della principessa di ghiaccio. Turandot, così fredda che scotta, così candida che acceca. Per averla il principe Calaf è pronto a rischiare tutto, specialmente i suoi cari. Un eroe davvero atipico! Interpretato qui da Aleksandrs Antonenko, talvolta impreciso nell’intonazione e dal fraseggio infelice, ma ancora capace di acuti davvero brillanti, come nel suo ottimo Nessun dorma.

Vagano raminghi e poveri il padre cieco di Calaf, Timur, e la sua schiava-badante Liù, interpretati rispettivamente dall’energico basso Alexander Tsymbalyuk e da Maria Agresta, trionfatrice della serata col suo timbro dolcissimo.

Alla fine sarà il sacrificio della piccola Liù il perturbante decisivo della principessa, l’unheimlich freudiano cui segue quel duetto del disgelo che Puccini proprio non riusciva a terminare. Brillante la scelta registica di Nikolaus Lehnhoff di lasciare il corpo di Liù in scena durante il finale, inquietante accostamento alla cupa musica di Berio, lontana anni luce da quella disneyana di Alfano: d’altronde il sipario si chiude su imminenti nozze di sangue più che su un happy end.

Trama pressoché inesistente, azione poverissima, in Turandot è come se tutto il tessuto musicale fosse ordito per evocare l’oppressione della principessa: verso il suo popolo, verso i pretendenti che uccide, verso l’imperatore suo padre ridotto all’impotenza – anche vocalmente esausto, tant’è che Puccini non lo affida al solito basso delle figure regali ma a un tenore, qui Carlo Bosi, perfetto.

È però soprattutto l’oppressione verso se stessa che dilaga in partitura. Basta pensare alle spigolosità e contraddizioni della sua aria di entrata, In questa reggia, con cantabili che si alternano a nevrotiche esplosioni sovracute da gareggiare con quelle della valchiria Brünnhilde. Difatti il ruolo è spesso affrontato da cantanti del nord, stavolta ad esempio dalla svedese Nina Stemme, soprano wagneriano sempre a suo agio nel ruolo di virago risoluta.

La regia di Lehnhoff è raffinatissima perché evidenzia l’azione cristallizzandola, togliendo il superfluo e lavorando sulla plasticità dei passaggi per raggiungere l’atmosfera ovattata che serve alle favole. Uniche eccezioni a tale fissità sono le divertenti scene di Ping, Pong e Pang, maschere della commedia dell’arte teletrasportate in un cabaret simil Angelo azzurro, senza che si trascuri un lavoro sui movimenti ripreso dal teatro orientale dei burattini o dalla tradizione delle ombre cinesi.

Lasciano senza fiato le splendide luci di Duane Schuler, capaci scena dopo scena di trasformare radicalmente la medesima struttura, fino alla dechirichiana alba finale che accompagna l’uscita dei due protagonisti.

Da citare i costumi di Andrea Schmidt-Futterer, ectoplasmatici e bianchi quelli dell’imperatore, dei sapienti e il primo di Turandot, sostituito a partire dal secondo atto con una nera corazza che pare il carapace di un insetto.

Strepitoso Chailly – da intendere anche in senso letterale per alcuni passaggi, come l’invocazione della luna: un po’ troppo forte. Ma nel suo gesto si coglie la vera complessità della partitura, che sarebbe inutile eseguire con banale correttezza. È infatti magnifico che il solfeggio nell’attacco del primo atto sia irregolare, un po’ sbagliato, come se la giustezza rischiasse di risolvere anzitempo tutti gli enigmi di Turandot che esulano dalla trama.

Al teatro alla Scala di Milano, Turandot di Giacomo Puccini, Orchestra e Coro del Teatro alla Scala, dirige Riccardo Chailly, regia di Nikolaus Lehnhoff

 

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