The OA: magia, trauma e fisica quantistica

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The OA è una serie TV che spiazza assolutamente le attese dello spettatore. Cosa sia è davvero un mistero. Qui proviamo a fare un po’ di chiarezza

Che la struttura di un libro nasca dalla congiunzione di fisica quantistica e misticismo è, per la nostra storia letteraria, un fatto abbastanza inusuale. È quello che ha fatto un paio di anni fa Christian Garcin con Le notti di Vladivostock, contaminando entrambi gli aspetti con il concetto taoista del wu-wei: l’evitare di affrontare troppo brutalmente il principio di realtà, contro il quale potremmo romperci la testa, perché è molto più duro di noi. Secondo il wu-wei è meglio lasciare che la realtà ci attraversi, per padroneggiarla meglio.

Tre elementi che potremmo ritrovare facilmente in The O.A., serie TV uscita su Netflix il 16 dicembre scorso. Facilmente perché in realtà The O.A. è talmente programmaticamente ambiguo che vi si può ritrovare un po’ di tutto e ogni interpretazione arriva a sembrare plausibile, anche le più campate in aria: basti guardare la pagina reddit dedicata dove ogni singolo dettaglio è sottoposto alle discussioni degli utenti, che non hanno alcuna paura di proporre chiavi di lettura approfondite nei minimi dettagli, basti guardare questa dove si difende un’interpretazione allegorica in chiave cristiana citando puntualmente passi della Bibbia in relazione a scene e dialoghi della serie (e se non fosse riduttivo e un po’ forzato in alcuni passaggi, sarebbe anche convincente: siamo di nuovo di fronte all’effetto Lost).

Ma andiamo con ordine. Di cosa parla The O.A.? Già rispondere a questa domanda crea non pochi problemi, soprattutto perché è la stessa narrazione a mettere in discussione se stessa – e a volte sembra non avere assolutamente senso. Prairie, ragazza non vedente, viene rapita da Hap, uno scienziato senza scrupoli morali («non esistono cose come il bene e il male» dice a un certo punto) e fa esperimenti su di lei e altri quattro personaggi che hanno vissuto una NDE (Near Death Experience) per tentare di rispondere alla grande domanda “cosa c’è dopo la morte”. Tutto questo però ci viene raccontato da Prairie stessa che, dopo sette anni, torna a casa, può di nuovo vedere e racconta a un gruppo di cinque amici la sua esperienza. Ecco, detta così The O.A. sembrerebbe uno di quei programmi raccapriccianti che andavano in onda su canale 5. Ci provo di nuovo, allora, tentando di ripartire da quei tre elementi che davano vita al romanzo di Garcin.

 

Fisica quantistica
La fisica quantistica per certi versi è diventata quasi una moda nelle rappresentazioni artistiche e nei discorsi critici, nessuno, altrimenti, avrebbe scritto una Fisica quantistica per poeti o un libro come Ogni cosa è indeterminata. La rivoluzione dei quanti dal gatto di Schrödinger a David Foster Wallace. Certamente arti e letteratura se ne sono servite spesso in modo originale e rivoluzionario, esplorando zone ignote e riscrivendo e alterando paradigmi consolidati. Le narrazioni sci-fi da tempo vi hanno trovato un grande serbatoio per l’immaginario, al punto che almeno dal 2002 (anno di pubblicazione di Fiction in the Quantum Universe di Susan Strehle) si parla di Quantum Fiction per catalogare opere come The Time Traveler’s Wife di Audrey Niffenegger, Flight: A Quantum Fiction Novel di Vanna Bonta, Timeline di Michael Chricton, Ghost Of Memory di Wilson Harris o la serie tv Awake. Che l’immaginario quantico sia uscito dalle maglie del genere per approdare all’intrattenimento di massa lo testimonia inoltre il personaggio di Sheldon Cooper in The Big Bang Theory.

In The O.A. il riferimento è all’interpretazione a molti mondi che vi lascio spiegare dal fantastico Walter Bishop di Fringe:

 

Cosa c’entra tutto questo con la storia di una ragazza rapita? Le cinque vittime rapite da Hap quando sperimentano una near death experience (cioè quando muoiono per qualche minuto per poi tornare in vita) sembrano aprire delle porte verso quelli che sono dei mondi alternativi (I sentieri che si biforcano è anche il titolo 1×06), rappresentati come realtà fiabesche, piene di cieli stellati e personaggi che sembrano usciti da Le mille e una notte. Lo stesso Hap ne fa esplicito riferimento, ma spiegando la sua teoria i molti mondi diventano piuttosto i borgesiani sentieri che si biforcano.

Misticismo
La fisica quantistica si presta bene a sconfinare in risvolti magici ed esoterici e il mondo di The O.A. attraversa senza problemi questo confine. Gli stessi ideatori della serie hanno dichiarato che la scienza e la spiritualità stanno crescendo in due direzioni diverse, come su una linea. Ma in realtà la linea finisce per essere un circolo: cercano di arrivare allo stesso punto e spesso ci riescono.
L’altra realtà dopo la morte sembra più magica che parascientifica, senza considerare che attraverso queste esperienze NDE i cinque prigionieri acquisiscono anche il potere di curare e far tornare in vita i morti. Tutto attraverso una strana – quasi grottesca – danza (che viene chiamata da Hap “tecnologia”) che avrebbe il potere di infrangere la realtà e aprire una faglia nell’alter reality.

Wu-wei
La danza è anche il modo che i cinque pensano possa aiutarli a scappare dalle celle di vetro. Di fatto è un non-agire. Letteralmente i cinque attendono di essere attraversati dalla realtà, di esserne permeati ed essere trasportati in salvo. Nelle intenzioni dei due ideatori la danza doveva essere anche un antidoto visuale alla violenza, il tentativo di trovare forme di fisicità benigna in opposizione a una violenza strutturale alla società, alla rabbia che anima molti dei personaggi. Basti vedere la dialettica che si instaura fra Prairie e Steve che usa la violenza per esprimere il suo profondo senso di disagio e dolore. Anche nel finale di stagione un evento assolutamente traumatico e ben radicato nella storia e nell’immaginario americano viene contrastato semplicemente questi strani movimenti.

C’è dietro anche una ragione latamente femminista: attraverso l’opposizione violenza/fisicità-gratuita, l’ipermaschile incontra l’iperfemminile e, come ha dichiarato Brit Marling sull’Hollywood Reporter, fa ridere perché non pensiamo mai che il femminile può opporsi alla normatività maschile. E in effetti questi strani movimenti fanno ridere, sono buffi, grotteschi, senza senso, creano una strana sensazione perturbante nello spettatore che non sa come interpretarli se non come pura espressione di una libertà infantile (che stride con la situazione drammatica di contesto).

Ma naturalmente The O.A. non si esaurisce qui – e mi azzarderei dire che non è neanche l’aspetto più interessante. La serie sfrutta un argomento che ha una risonanza inaspettata (basti guardare il sito Near Death Experience Research Foundation, o gli altri mille simili che si trovano su Google) in realtà per parlare di tutt’altro e confondere in maniera irreparabile la narrazione. Ogni sospensione di incredulità è programmaticamente impossibile, la trama procede con falle evidenti e sulla stessa storia raccontata da Prairie grava il dubbio che sia tutto frutto di una illusione schizofrenica. La stessa rappresentazione del racconto va in questa direzione: dei ragazzi al buio, alla luce fioca delle candele, ascoltano una storia proprio come fanno i ragazzini quando si raccontano delle storie soprannaturali.

Ma è proprio il senso di questa narrazione che la serie cerca di enfatizzare. Il raccontare una storia come modo per guarire da un evento estremamente traumatico, per ricreare un senso di comunità (e i personaggi principali infatti arrivano a condividere un legame talmente forte da ricordare quello dei protagonisti di Sense8 delle sorelle Wachowski). La storia di Prairie riflette il senso di isolamento dei suoi ascoltatori e si può leggere la serie anche come una metafora del potere dello storytelling, la sua capacità di unire empaticamente le persone, di consolare, di curare, ma anche di turbare, sconvolgere, estraniare, perturbare. La stessa impossibilità di attribuire un senso univoco alla serie le conferisce un carattere altamente perturbante, insieme alla assoluta irrealtà di un racconto che potrebbe trovare paradossalmente la sua genesi nell’ibridazione fra il thriller a lo sci-fi – ma in realtà ogni tentativo di individuare un genere di appartenenza è destinato a rimanere frustrato.

Si è parlato di magia, si è parlato di femminismo e alla fine si può tentare di unire le due cose. Izabella Scott in Why Witchcraft Is Making a Comeback in Art su Artsy sostiene che per le artiste donne oggi il paganesimo sta tornando come una importante possibilità. E ne spiega i motivi Dean Kissick nel suo Why a new magical counter culture is emerging. Ora, sostiene Kissick, in un tempo in cui quando le sottoculture convenzionali sono sempre più difficili da trovare, quando movimenti musicali e artistici e nuovi modi di vestire sono incorporati nel mainstream in un batter di ciglia, l’interesse crescente in vecchie forme di magia sembrano una significativa alternativa alla cultura. Non è così facilmente incorporabile nel mainstream: la magia è più difficilmente vendibile alle masse rispetto a una nuova forma di rap o yoga. Probabilmente perché è immateriale, è impossibile dire se funziona e offende cristiani, religiosi, razionalisti – e presi insieme sono una fetta di mercato enorme. Se lanci incantesimi contro le persone, dice Kissick, sei alternativo per definizione. La controcultura pare stia tornando in questa forma.

L’interesse in vecchie forme di spiritualità non guarda solo al passato, ma anche al futuro, cerca una guida. Riguarda anche la ricerca di significato e il significato è ciò che più desidera la società odierna, più del sesso e del denaro (e basta leggere buona parte della migliore letteratura di oggi).

La spiritualità e il paganesimo sono modi per capire il mondo intorno a noi, e il nostro posto all’interno, senza sporcarci le mani con le religioni convenzionali o i codici morali dei nostri genitori e dei nostri nonni. Forse in questo contesto può inserirsi anche l’operazione di The O.A. Chiara Durastanti su Pixarthinking ricorda che nel pieno della guerra del Vietnam, una generazione americana rispose al massacro dei propri coetanei anche con il movimento psichedelico e quello New Age, proprio come nell’America post-undici settembre e del ritorno dei veterani dal Medio Oriente la pratica della mindfulness, dello yoga e dei corsi di divinazione ha subito un’impennata considerevole, in uno scenario dove il concetto di salvezza è onnipresente.

Forse allora The O.A. può essere letto come la rappresentazione, continuamente frustrata, della ricerca di senso e di salvezza? In questo caso non c’è una risposta, la questione resta aperta ed è proprio questo il centro della questione.