L’arte del massacro: chi ha paura di Virginia Woolf?

In Teatro

FOTO © BRUNELLA GIOLIVO

Al Piccolo Teatro un cast impeccabile porta in scena, per la regia di Antonio Latella, il capolavoro di Albee, fino al 27 marzo. Le coppie continuano a giocare a uccidersi (per restare vivi?)

La realtà può essere più crudele di qualsiasi metafora artistica, e del resto è proprio la metafora artistica – o narrativa – a poter diventare un’arma, capace di dilaniare la carne, in modo perfettamente tangibile. Resta questo, ancora oggi del capolavoro di Edward Albee Chi ha paura di Virginia Woolf che – quasi al termine di una fortunata e lunga tournée arriva al Piccolo di Milano.

 Per confrontarsi con un simile titano ci voleva la regia mai invadente di Antonio Latella, che disegna un eloquente ring di velluto verde intorno alle due coppie, e in particolare ai padroni di casa, i quarantenni Martha e George – impegnati per tre rapidissime ore a pugnalarsi in punta di forchetta.

Della frustrazione violenta della figlia del rettore e della pacata perfidia del professore di storia, delfino designato incapace di confermarsi alle aspettative, fa da spettatrice una generazione giovane che percorso un’altra strada – quella scientifica del giovane biologo Nick – per giungere alla stessa meta d’infelicità, invelenita d’ambizione e condiscendenza posticcia – o della vuota civetteria di una moglie, Honey, che di dolce come il suo nome, tuttavia, ha forse soltanto l’apparenza. 


Ci sono tutti gli elementi e i codici del dramma borghese, ma – molto al di là delle infelicità coniugali, dei fallimenti individuali – a rendere ancora (sempre) contemporaneo un testo come questo c’è la violenza di una guerra “a bassa intensità” che almeno inizialmente esplode soltanto a tratti e poi risacca, in una quotidianità di “lacrime congelate nel bicchiere”. Un esercizio di supremazia – di distanza o di aggressione – in cui il linguaggio (la traduzione è di Monica Capuani) è tanto più raffinato quanto più è utile rendere evidente la sua vacuità, in una artificiosità che piace pensare teatrale solo perché si ha paura di cercarla nei propri rapporti.

 A dar la stura a una battaglia in cui nessun colpo è risparmiato dovrebbero essere i bagordi di una notte alcolica, ma i bicchieri restano quasi sempre vuoti e il climax di crudeltà che si alimenta e scandisce l’ultimo atto – tra conigli mannari, distorsioni e suoni violenti, che pure non alterano il realismo dell’intera pièce – è il punto di arrivo non dell’ebbrezza, ma di un parossismo di sincerità in cui le maschere cadono quanto più diventano deformi.

L’incontro e scontro tra generazioni si muove un gioco di rimandi incrociati suggeriti anche dalla scelta simbolica – ma non didascalica – dei costumi, in cui George svela le ombre del suo doppio rovesciato –quello che avrebbe potuto, o voluto essere – e le due donne si sfidano sempre per l’uomo dell’altra. In rosso i più remissivi (George e Honey) in blu Nick, che nell’abito di Marta si completa con il verde a tratti violento delle mura che li rinchiude.

Un meccanismo puntuale che Latella studia con cura ma concedendo grande libertà ai suoi interpreti, potendo contare su ottimi interpreti. I giovani sono Paola Giannini e un sorprendente Ludovico Fededegni, che suona dal vivo l’Appassionata dimentico del mondo esterno, soprattutto di sua moglie, in una scena cardine che sintetizza alla perfezione il personaggio.

A riempire il palco sono però uno granitico Vinicio Marchioni, e una Sonia Bergamasco in stato di grazia, che si confronta con il paragone illustre di chi prima di lei ha dato vita a Martha lasciando tutte le zone di conforto. Tagliente e grottesca, ammaliante e gelida. Sa essere tutto in pochi secondi senza soluzione di continuità, e incanta prendendosi il lusso di sperimentare la competenza che le viene dal diploma in conservatorio ma anche di trasformarsi in una Janis Joplin in salsa borghese.  

Tutto ha il suo posto, in questo gioco di massacro e possesso in cui ci si nutre d’odio e disprezzo. La linfa, tuttavia, che rende indispensabili i protagonisti l’uno all’altra, l’equilibrio che li regge sull’orlo della disperazione. E tutti ne sono consapevoli, e recitano la parte che si sono assegnati. Scandalizzano, disturbano, per svelarsi. Dove finisce una cosa e inizia l’altra? Non si può e non si deve sapere.

“Verità o menzogna, non importa”, alla fine. È nella vita o sulla scena, che i figli si possono inventare o uccidere, soffocare o fingere in una gravidanza isterica, pur di specchiarsi in una pretesa di ideale? Tutto può essere distrutto, chiunque può essere umiliato, a patto di non rompere quell’unico limite di omissioni e autoconvincimenti che regge tutto il castello di carte della rispettabilità sociale. Chi, allora, sta davvero giocando? A quale prezzo?