«Il teatro è la mia chiesa secolare, la mia sinagoga, la mia moschea» l’antidoto a fragilità e tempi bui

In Teatro

Presentando il festival “Energie da Tel Aviv, il teatro Franco Parenti fa il punto sul teatro per i ragazzi, per la “grande età” e sulla propria identità: e richiama alla centralità del palcoscenico come strumento sociale

«Come potevamo noi cantare?», si chiedeva Salvatore Quasimodo sotto l’occupazione nazista. Come si fa a parlare di cultura, di bellezza, di leggerezza, quando l’orrore, la paura, lo scoramento, si sentono più vicini? Ce lo si dovrebbe, forse, chiedere quasi senza soluzione di continuità, soprattutto negli ultimi decenni, se ci si soffermasse a riflettere sulla quantità di orrori che stanno spesso appena fuori dal nostro sguardo. È però inevitabile che accada soprattutto quando la cupezza dei tempi si avverte più da vicino. È accaduto negli scorsi mesi con la guerra in Ucraina, accadde oggi (anche) quando le tremende notizie dalla striscia di Gaza calamitano l’attenzione.

Inevitabile porsi la domanda se, come Andrée Ruth Shammah si è fatto della propria identità ebraica una componente importante non solo del vissuto personale ma di un percorso artistico, quello del Teatro Franco Parenti – che ormai da tempo pesca a piene mani dalla cultura ebraica.


Un festival che sceglie per titolo Energie da Tel Aviv sembrava, quindi, molto prima di queste settimane, una scelta programmatica eloquente. Oggi, diventa qualcosa di più. Non però, nella direzione semplicistica e parziale cui si sta riducendo il dibattito dell’attualità, ma al contrario scovando, proprio grazie all’eccezionalità degli avvenimenti, il senso profondo del teatro come luogo, fisico e morale, per tornare a prediligere la complessità, anche quando si veste di leggerezza. La risposta all’interrogativo del poeta, quindi, si fa da sé: riscoprendo il teatro come «approfondimento e aggregazione».

La rivendicazione decisa, di Shammah, dell’intenzione di parlare di cultura, e d’arte, anche e soprattutto in questo momento, non ha quindi niente del tentativo di divertere, spostare l’attenzione, o banalizzare, di cui talora si maligna in casi del genere. Al contrario, significa tornare a mettere il punto sul senso vero del teatro. Sul motivo per il quale lo spettacolo dal vivo non è una componente accessoria delle nostre giornate da derubricare al tempo libero ma uno strumento per agire nella società, forse comprenderla, se non altro provare, quantomeno, ad abitarla costruttivamente.


In quest’ottica, non è forzata la scelta di raccontare, insieme al nuovo festival, cominciato il 16 ottobre con il concerto del pianista Yakir Arbib (in foto), genio sinestetico dell’improvvisazione Jazz, anche i progetti della Fondazione Pier Lombardo, che da tempo affianca il lavoro strettamente artistico del teatro occupandosi di progetti formativi, rivoluti ai bambini e a quelli che – con il titolo di un felice ciclo degli ultimi mesi – sono i protagonisti della “Grande età”. Con l’intenzione di tenerli insieme, perché, sintetizza Shammah, «oggi spesso i veri fragili sono i giovani, verso cui serve la responsabilità di chi ha più strumenti per difendersi dalla vita».


Il lavoro della fondazione coi più piccoli, che – sintetizza in cifre la responsabile Benedetta Frigerio – coinvolge 150 tra giovani e giovanissimi tra i  4 e i 18 anni, con l’intenzione di rispondere a una richiesta, di contatto con gli altri, allenamento all’empatia e alla sicurezza in sé. Per poi, fino ai 25 anni, con il supporto di grande competenza di Stefano De Luca, provare a trovare anche una strada di futuro, intercettando nel teatro scritto e messo in scena, un luogo di espressione potente.

Ne è sorto un laboratorio permanente che punta a rispondere alle tanto ricordate esigenze di rinnovamento del mezzo teatrale, tenuto, ci si è forse ormai assuefatti a sentire ripetere, «a trovare un pubblico diverso, più giovane, della città». Ponendosi in dialogo con alcune delle esperienze più vitali che Milano sa ancora costruire a partire dalle sue reti sociali, come il Tempio del Futuro Perduto. Nella pretesa diffusa di fornire ricette per la salvezza del teatro o di campagne a mezzo stampa per decretarne lo stato di salute, di vero c’è quel che non è definito, cioè che, verosimilmente, Il pubblico «è molto meno definito di quello che pensiamo».


E ha, forse, bisogno di vedere una strada  che possa riconoscere. In questo senso si può fare la tara di una metafora bellica un po’ infelice. Non serve essere soldati, nemmeno dell’arte, nemmeno delle idee, per farsi seguire quando si decide di costruire programmaticamente il proprio futuro artistico su un’identità.


In questa ottica, una nuova stagione di teatro per i ragazzi è lo spazio ideato perché i ragazzi scoprano gli spazi e sperimentino, la scrittura dell’io (con Benedetta Centovalli) fa viaggiare all’interno di se stessi,  mentre i vecchi hanno l’occasione di diventare eversivi, e la nuova comicità, sotto la guida di Matteo Russo ed Eduardo Confuorto, è il miglior linguaggio per parlarsi tra generazioni, e per arrivare ad approfondire, anche sorprendendosi.

A partire da tutte queste intenzioni, Energie da Tel Aviv si prende la libertà dalle maglie strette dell’attualità e lo fa con le parole luminose e antiretoriche di Roy Chen, quando – proprio da Tel Aviv – parla di un progetto culturale come gesto di vita contro la morte. «Per me il teatro è una chiesa secolare, una sinagoga, una moschea. Essere insieme in una sala ed essere pronti a credere a quello che vediamo. L’energia di Tel Aviv adesso è diversa, ma a Milano esisterà per un momento l’energia di Tel Aviv, per come la conosco: città aperta, liberale, dialogante».


Ha tutto un altro sapore se (puntualizzando con un sorriso di essere il solo ad avere il diritto a dirlo perché il solo a sperimentarlo sulla propria pelle) proprio da dove la guerra si vive si rivendica che «Nessuno si è fatto da parte, nessuno vuol essere strumentalizzato, perché l’arte la musica e la risata possono essere un contrasto autentico alla rabbia, alla violenza e agli estremismi».


Nella tradizione ebraica, spiega la direttrice artistica del Teatro Parenti, la giornata comincia di notte e va verso la luce, ed è con questo spirito, non semplicemente ottimistico, che si vuole offrire a Milano il portato di una tradizione che ha «grande coscienza del buio, ma anche della luce, negli esseri umani».
Si è scelto, allora, di occuparsi della luce. Di allontanare il buio con un lume. Che non è sufficiente, ma indica una via possibile. A partire dallo studio, da cinque incontri in altrettante domeniche mattina per approfondire la Torah, ma non solo.

Fino al 22 dicembre, c’è spazio per molte forme, in soli cinque spettacoli. Le arti circensi e gli strumenti musicali eccentrici di Control Freak (12-13 dicembre) e Lo spettacolo più noioso del mondo (11-12 novembre) in cui la performance e coreografa Renana Raz dimostra che in teatro può accadere tutto anche quando non accade nulla. Con Grannies, (19-20 dicembre) il teatro trasforma la vecchiaia eversiva in rinascita commuovente e piena di desiderio. Si possono usare autoironia e leggerezza per parlare di temi delicatissimi e profondi, e lo dimostra Etgar Keret con Pizzeria Kamikaze, in cui Francesco Brandi, ormai al Parenti quasi padrone di casa, abita il mondo dei suicidi che ha adattato in italiano, dal 17 ottobre al 5 novembre.

 Come si fa ad evitare le strumentalizzazione? La risposta sta forse in queste scelte, sicuramente nel teatro: «Si approfondisce, si evita la semplificazione. Si risponde alla voglia di morte difendendo la vita, la qualità della vita». A patto di non chiedere al teatro non solo di derogare, ma di negare se stesso e la propria funzione: «il teatro non è un luogo di risposte, è un luogo di domande. Il teatro può davvero guarire, e non è una frase ipocrita. Lo deve fare con l’aiuto delle domande. Le domande intelligenti sono già una risposta».

(Visited 1 times, 1 visits today)