Il mio Godard

In Cinema

Il brillante autore di “The Artist” si avventura in una parodia ingenerosa e sgradevole del regista francese che con Truffaut ha creato la Nouvelle Vague, realizzando film personali, impegnati, magari faticosi ma certo non privi di idee. E di cui ancora si discute, 50 anni dopo. “Il mio Godard” è la storia di un uomo e di un cineasta piccolo piccolo, incapace di gestire il rapporto con un’attrice che pure afferma di amare, e insofferente a tutto, industria, società, esseri umani (amici compresi), mondo dell’immagine di cui fa parte. E alla fine abbandonato anche dai suoi amici 68ini, macchiette pure loro

Condivido l’idea che non esistono e non devono esserci mostri sacri intoccabili nel panorama della storia, anche culturale e cinematografica, umana. Piccolezze caratteriali e relazionali hanno riempito intere biblioteche che da decenni ospitano biografie di mamme, mogli, amici e parenti di grandi personaggi, impegnati a distruggere il loro mito rivelando rovinose cadute, inconfessabili meschinità, imperdonabili malvagità fra le mura domestiche, e magari anche altrove. E non esistono nemmeno idee eterne che non avvertono come un peso insostenibile il passare del tempo, diventando obsolete nell’oggi e tradendo ingenuità e abbagli, pur considerando l’usura del periodo lontano in cui sono state concepite e sviluppate. Ma è davvero troppo, troppo facile, rivedere il passato e le sue icone come ha fatto Michel Hazanavicus in Il mio Godard, che esce in Italia il 31 ottobre con qualche mese di ritardo sul suo passaggio, ovviamente molto discusso, al Festival di Cannes.

È troppo facile trasformare, a beneficio di un pubblico che nella grande maggioranza non c’era e non sa, le assemblee del maggio ‘68 francese in psicodrammi assembleari di adolescenti isterici e saccenti, o un intellettuale come Jean-Luc Godard, al quale qualche merito creativo e teorico, quantomeno nel mondo del cinema, andrà pure riconosciuto (non fosse altro perché ne parliamo e vediamo i suoi film da una cinquantina abbondante d’anni), in un monomaniaco egocentrico, odioso, misogino, capace solo di sproloqui senza senso su lotta di classe e cinema.

Il livello di irrisione è tale, e così insistita la fotografia di una macroscopica impotenza culturale e umana (e questo nonostante la parte sia affidata a una delle nuove star più amate dal pubblico del cinema francese, il 34enne Louis Garrel, un filo più giovane del suo personaggio nel film), che chi vedrà il film potrebbe anche chiedersi perché monsieur Hazanavicius ha scelto di dedicare molto del suo preziosissimo tempo a una figura di così scarsa e soltanto temporanea rilevanza. A un personaggio pervaso da una sconclusionata e inutile (a giudicare dal film, s’intende) intransigenza politica e comportamentale, che prendeva tutto dalla contiguità con una temperie culturale effimera come il 68, durato davvero, nella sua forma più bella e pura, lo spazio di un mattino. Anche se, si potrebbe sommessamente aggiungere, anche di quello – incombe già l’immancabile anniversario – da 50 anni si discute, strologa e sproloquia in tutta Europa senza riuscire davvero a capirlo.

Dunque vediamo la crisi politica e d’ispirazione del non più così giovane Godard, 37enne all’epoca del disastroso La Chinoise, che fu stroncato dalla critica e disertato dal pubblico forse anche al di là dei suoi demeriti e limiti. Ma era arrivato, per il regista francese, il momento in cui chiedersi, anche sotto la spinta della rivolta degli studenti e degli operai di mezzo Occidente, se fosse ancora compatibile con gli ideali di rivolta sociale che intendeva perseguire la sua presenza nell’industria e negli schemi – linguistici, narrativi, politici, comunicativi, gestionali – del cinema mainstream. Tutto questo viene qui ridotto a un’insieme di paturnie quasi da bassa psicanalisi di un piccolo borghese arrivato a un livello di successo e notorietà probabilmente troppo grandi per essere in grado di gestirli. E l’antipatico Jean-Luc non riuscirà a gestire neanche quello che nel film appare, almeno all’inizio, un amore sincero, verso l’attrice franco-tedesca Anne Wiazemsky (è la francese 26enne Stacy Martin, già vista in Nymphomanic e Il racconto dei racconti), che con (ma sarebbe meglio dire per) lui girerà sei film in cinque anni, da La Chinoise a Week end a Crepa padrone tutto va bene. Un rapporto burrascoso (e fu così davvero), concluso bruscamente per gelosie personali e professionali, ma soprattutto per l’incapacità di Godard di regalare alla sua compagna uno spazio reale in un mondo che vedeva come tutto e solo suo.

Hazanavicius ha spiegato le sue scelte con la volontà, in sé non disprezzabile ovviamente, di scongelare la “statua Godard” valorizzandone i lati e i limiti umani (e non solo in verità). Ma poi ha concretizzato un proposito plausibile come quello mettendo in immagini soprattutto la parodia, misera e francamente a tratti anche risibile, di un cineasta e di uomo piccolo piccolo. Il quale, però, risulta aver dato al mondo più di un’immagine, e di un’idea, diciamo almeno non banali. E allora in questo film c’è qualcosa che non funziona.

 

Il mio Godard, di Michel Hazanavicius, con Louis Garrel, Stacy Martin, Bérénice Bejo, Grégory Gadebois, Micha Lescot

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