De frammentazione e la matematica dell’umano

In Teatro

Fino a domenica 14 al teatro Elfo Puccini, Servomuto teatro porte in scena un progetto che interroga temi scottanti e mette in scena persone ferite senza retorica, scegliendo come strumento il momento in cui il teatro si costruisce, con la precisione formale di cui ha bisogno

Cosa può essere il teatro riportato alla sua essenza, alla chirurgia delle sue costruzioni, alla nettezza dello scavo nelle dinamiche e nelle partiture che lo compongono. Servomuto Teatro in scena fino al 14 giugno, risponde portando in scena un uno spettacolo che si compone. La drammaturgia di Fabio Pisano fissa il momento della prove a tavolino, il dramma assoluto nel senso di slegato dalle esigenze di rappresentazione e di scioglimento. Il primo istante in cui si incontra una nuova storia e se ne rincorrono significati a sottotesti, in cui – liberati dalla forma dell’interpretazione, e persino del corpo come strumento – si indaga il senso del lavoro e se ne illuminano i moti dell’anima. Così facendo spesso si finisce a sfiorare i nuclei incandescenti che sono urgenze di chi il teatro lo crea. E talora si producono progetti di una profondità e complessità difficile da maneggiare persino per la filosofia. Non resta, per affrontarli, che provare a forzare ad un apparente rigore, al sistema binario su cui il mondo dimostra di aver bisogno di reggersi, storie come quella di Zero, che non può avere figli, di sua Moglie che non desidera, e di Uno, migliore amico legato a Zero dalla solitudine e da una devozione densa di non detti.
A lui dunque Zero affida, o forse persino impone, di essere lui a fornire il materiale genetico del figlio che sarà poi, per la coppia, metafora e incarnazione di ambizione e tentativo grottesco di appianare divergenze e proiettare fuori di sé il modo per tenere insieme un sentimento assente.


Da un lato, vien da pensare che in tempo di conflitti spesso ideologici sulla differenza tra natura e cultura, famiglia e progenie, rischi di rivelarsi scivoloso e non esaustivo, facile da tirare per le giacca, proprio lo stile asciutto che Servomuto sceglie per mettere sul tavolo, che corrisponde a tutta la scena nella minimale regia di Michele Segreto, un tema così delicato.
E tuttavia, l’oggetto della riflessione cui si prestano Francesca Borriero, Michele Magni, Roberto Marinelli, non deve essere frainteso. Lontani dal voler prendere una posizione morale ne scelgono, velata dietro l’apparenza dell’analisi formale, piuttosto una umana, illuminando fragilità e contraddizioni, angosce segrete e vuoti da colmare. Riescono a raccontare l’indicibile di chi ama vedere, nel secondo decisivo,”il volto di chi nasce di chi muore” e la paura che spinge due persone verso scelte potenzialmente deflagranti. Scelte che rendono persino l’uno all’altro sconosciuti, forse proprio perché derivano non dalla scelta ma da una ferita che non può che avere un esito distruttivo.


Ma soprattutto, quello di Servomuto Teatro è un potente lavoro sul linguaggio sullo strumento teatrale e la sua – prima che quella della psiche – frammentazione. La compagnia scompone e mette in scena il cosiddetto dispositivo, dove ogni frammento – anche e soprattutto i silenzi – è drammaturgia. De/Frammentazione riporta sorprendentemente al centro del palco non il corpo o la tecnica interpretativa che si considera centro della teatro, “perché ogni descrizione sarebbe già restrizione* ma la sua parola, senza rinunciare a un’ironia pungente e molto misurata. La parola – non di rado letteraria – che poi si trasferisce nello spettacolo non è quella del dialogo ritmato ma quella che esprimersi guida o guiderebbe chi interpreta.


Un lavoro originale e complesso, di grande densità intellettuale, costruito intorno alle sue didascalie,  una scansione che si concretizza attraverso le mani dell’auto regista Irene Latronico, e parole che prendono però la forma della scrittura a mano, portando in immagine l’irrappresentabile, ovvero il tempo, e attribuendo solo a quello la specifica concretezza dell’oggetto scritto.
Non serve nemmeno la parola dello sviluppo drammaturgico: al teatro basta dimostrare, attraverso il momento in cui “siamo tutti potenzialmente vivi e tutti potenzialmente morti”. Infatti, il teatro sa essere le due cose in contemporanea, anche in modo elaborato e inaspettato, con il rigore di chi conosce benissimo la tecnica del proprio mestiere e – potenzialmente – attraverso di essa, l’animo umano.