Lo spettacolo sdisOrè di Giovanni Testori, presentato dal Gruppo UROR con la regia di Caterina Rossi e interpretato da Evelina Rosselli, va in scena il 17 settembre alle ore 21:00 nella Sala Fassbinder del Teatro Elfo Puccini di Milano, dopo il debutto al Teatro Olimpico di Vicenza nel 77° Ciclo dei Classici. Realizzato con maschere e marionette di Caterina Rossi, sound design di Franco Visioli e luci di Camilla Piccioni, è prodotto da PAV con il sostegno di AMAT Marche, Comune di Pesaro e con uno sguardo di Antonio Latella. Un viaggio visionario e fisico nella lingua testoriana, tra archetipi, grottesco e perdono.
Dopo il debutto al Teatro Olimpico di Vicenza nel 77° Ciclo dei Classici a cura del Teatro delle Albe, sdisOrè, uno dei testi più radicali e dimenticati di Giovanni Testori scritto nel 1991 per Franco Branciaroli, torna in scena mercoledì 17 settembre al Teatro Elfo Puccini di Milano. E lo fa con un’energia sorprendente grazie al lavoro del Gruppo UROR, collettivo fondato da Caterina Rossi, che firma regia e ideazione scenica, ed Evelina Rosselli, che da sola interpreta i quattro personaggi della tragedia, Oreste, Elettra, Clitennestra, Egisto, in un’impresa che si costruisce attraverso due maschere, due marionette e una sedia.

L’incontro con il testo, racconta la protagonista, è avvenuto quasi per caso in un giro di provini e testi condivisi tra amici, quando ancora non si conosceva bene Testori, né lo si studiava in accademia. L’incontro con la lingua dello sdisOrè è avvenuto leggendo ad alta voce, incomprensibile all’inizio ma subito musicale. Da lì, l’intuizione di tornare a un lavoro sulle maschere archetipiche – rabbia, paura, disgusto, tristezza – già sperimentate in passato. Una forma di teatro fisico e sensoriale che non si riconosce nel teatro di figura, ma lavora su oggetti che si animano, corpi estranei che diventano agenti di verità.

Nel percorso di creazione, sviluppato a San Ginesio negli spazi della chiesa sconsacrata dell’Annunziata, il progetto si è progressivamente asciugato, grazie anche agli interventi di Antonio Latella e all’affiancamento di figure chiave come Gilberto Santini e Giuseppe Frangi. Le maschere originarie vengono qui ripensate: Oreste ha occhi spalancati, Elettra una bocca enorme, Clitennestra si deforma in una figura mostruosa. Un mondo grottesco e irriverente che Testori autorizza, nella lingua e nell’immaginario. La scena finale porta alla smascheratura dei personaggi che si ricompongono in un’unica voce, la più fragile, quella autentica. Ed è lì che si manifesta il gesto centrale dello sdisOrè: il perdono. Un concetto che – lo dice il testo stesso – non esiste in greco, e che proprio per questo va pronunciato, costruito, richiesto. Rosselli non conclude il monologo, lo attraversa fino a lasciarlo parlare. La lingua testoriana, non italiana e non dialettale, diventa così una cascata di senso che prende corpo attraverso di lei.

La forza di questa versione non sta nell’omaggio ma nell’attraversamento. sdisOrè, che non fu amato da Branciaroli e non è mai stato interpretato da una donna, trova qui una nuova voce, giovane e radicale, che abita senza timore la sporcizia e la grazia del testo. Per le autrici, che considerano Testori una scoperta “miracolosa”, l’autore lombardo è un corpo a sé, sempre in conflitto: cattolico e omosessuale, crudo e lirico, idolatrato e rigettato da ogni ambiente. Eppure capace di raccontare come pochi la vertigine dell’umano, toccando insieme il punto più profondo dell’inferno e il più alto del paradiso.