Terminerà il 10 ottobre prossimo, presso il Complesso Monumentale di Santa Croce di Bosco Marengo, Tales, mostra conclusiva della seconda edizione della residenza artistica promossa da MARES, progetto curatoriale indipendente fondato da Tatiana Palenzona e Amina Berdin. Curata dalle fondatrici con la partecipazione di Jorge Van den Eynde, la mostra presenta nuove produzioni site-specific di Lucia Cristiani, Martina Ferrari, Benedetta Fioravanti e Krizia León Porta. Nel suo esordio su Cultweek Beatrice Gavarini, giovane artista visiva impegnata con slancio anche nella scrittura, trasforma la recensione in opera, illustrandola con i suoi scatti fotografici in 35mm e vagando con la parola tra le suggestione della mostra.
Dal soffitto scendono stringhe di catenelle. Finissime, agganciate l’una all’altra come se piovessero dall’alto (dopo tanto perdermi, 2024). Collane aggrovigliate si avvicinano al suolo gettandosi dalle alte finestre dell’architettura, immobili e in caduta. Poi diventano di vetro, ami spessi di metallo li abboccano e protendono, aggrovigliati, verso il pavimento. Tanto che viene da chiedersi se stavano per cadere questi anelli di Mangiarotti (architetto, designer e urbanista milanese) e cosa ci facessero tutti ingarbugliati.
Come ci si regge insieme in rovina?
Gli anelli di Lucia Cristiani si incastrano gli uni agli altri creando snodi e agganci ferrei e fragilissimi, come corpi che si cercano e si tengono per mano. La stanza che li conserva ha due finestre che sfondano la parete, da quella di sinistra si vede la luce entrare dall’esterno, vibrare e snodarsi per undici volte (living mesh 2026, sala colloqui del riformatorio). Dall’altra si sente il ricordo di corpi molli, veri (disciplinati e controllati da catene invisibili, da ami ancora più appuntiti).

MOSTRO MUTANTE NATO ARTIFICIALMENTE ESCE DALLA GROTTA (2026)
Martina Ferrari costruisce e posiziona in una stanza buia macchine di ferro. Al loro interno girano diapositive di paesaggi alpini. Le strutture proiettanti sono una nuova versione delle lanterne magiche — macchine antenate del cinema — modellate come bivacchi alpini. Attraverso un sistema di lenti le immagini si stagliano sulle pareti. Che cosa significa ricostruire una macchina e tutto ciò che ne consegue?
Le diapositive girano, accompagnate da un suono che pervade la stanza come cascate in lontananza, e i paesaggi alpini diventano a tratti sfondo di giochi della cultura pop, che innocenti e mostruosi, baluginano fra i pini e la neve.
La paura, che ha sempre guidato le lanterne magiche, si ripropone nuovamente, cosa fa paura adesso?

Nella biblioteca del convento, sotto le arcate e gli affreschi si trovano tre grandi tele sospese su cerchi di carbone, fuliggine e lapilli vulcanici. Rincorrere una stella ( la stessa impressa nel portone che dà sul primo chiostro, la stessa di metallo che tenevo in tasca). En fin de la tormenta (2026) di Krizia León Porta racconta di strati di fuliggine rimossi, tempeste in arrivo e antichi racconti. Cosmologia e narrazione prendono forma con le pietre della tempesta e col ricordo di vecchi campanili che suonavano per cacciare i temporali. Perché quando si ha paura le campane proteggono anche dai fulmini. La materia a terra come caduta dai dipinti si organizza in maniera ordinata e delimita una zona organica, viva, che guarda sempre al cielo degli affreschi e a quello sopra di essi.

Sotto la finestra a griglia dell’ex lavanderia, è in loop il video di Benedetta Fioravanti: Us above the brutes (2026). Cattura il nostro sguardo, le scritte sui muri che ci circondano, il pavimento divelto e la vegetazione che spinge per entrare dalla grande finestra. Ramarri, anaconde, stagni e foglie pestate. Pozze, pianoforti, diapositive bruciate, staccionate e cerchi da ballo infiniti che continuano a danzare giro dopo giro, ad un ritmo senza fine. Come tagliare l’asfalto e bruciare i campi. Le pareti piene di scritte: I got to know them.
Si sente nell’aria vecchio profumo di pulito. Gli alberi bussano impertinenti dalla finestra, chissà com’è là fuori?

Il complesso monumentale di Santa Croce di Bosco Marengo (AL) termina così, assieme alle quattro artiste della residenza, un giro di giostra. La complessa e misteriosa storia che avvolge e tiene in piedi, o in rovina, questo edificio, non fa che srotolarsi verso l’esterno, inglobando sempre più storie e presenze, come una grande spirale. Le artiste Lucia Cristiani, Martina Ferrari, Benedetta Fioravanti e Krizia León Porta hanno lavorato a stretto contatto con questa struttura: prima convento domenicano, poi deposito militare, ospedale e nel Novecento riformatorio minorile. Promesso come castigo, e ancora insinuato nelle memorie del paese, le pareti iniziano a schiudersi ad un racconto nuovo. L’importanza di trovare nuovi sguardi per vederlo è fondamentale per la conservazione di un edificio simile. Come se per le fondamenta stesse fosse inevitabile. La mostra Tales, con lo sguardo di quattro artiste sviluppato durante la residenza di oltre due mesi e dai curatori Tatiana Palenzona, Amina Berdin e Jorge Van den Eynde, lo racconta. Nella lunga fiaba che, srotolandosi, sta ancora rivelando a se stessa come andrà a finire.
Tales, Complesso di Santa Croce, Bosco Marengo, fino al 10 ottobre 2026
Tutte le immagini: Beatrice Gavarini, Tales, scannerizzazioni da rullino 35mm, 2026