Cristò, “La carne”. Anche gli zombie fanno la fila.

In Letteratura

Un eterno presente che consuma sé stesso e che non può far altro che guardare con nostalgia al passato e al futuro che non ha avuto: dentro “La carne” di Cristò, pubblicato da Neo, un narratore ottantenne, una società frantumata, la desolazione della città: dove i morti viventi stanno in fila in una apocalittica mensa per poveri.

L’evoluzione della rappresentazione dei Morti Viventi è uno specchio sorprendente dell’evoluzione della nostra società e dei nostri timori. Si passa, infatti, dai revenant, i ritornanti, evocati dalla necromanzia della letteratura fantastica del XVIII secolo agli zombie di George Romero nel 1968. Proprio quest’ultima incarnazione ci consegna quelli che sono, probabilmente, i mostri simbolo della società occidentale del secondo Novecento in poi. Fin dalla loro apparizione, infatti, ne La notte dei morti viventi troviamo i due punti fondamentali che ricorreranno poi in quasi tutta la filmografia e letteratura sugli zombie successiva: lo zombie come simbolo e lo zombie come Apocalisse.

Questi due punti si ritrovano anche nel libro di Cristò, La Carne, pubblicato da Neo Edizioni. Il romanzo, infatti, ci mostra un mondo dove da ormai più di settant’anni, le persone tendono a diventare zombie praticamente immortali in modo inspiegabile. Forse un virus? Chissà. A introdurci a questo mondo è un uomo anziano, ultraottantenne, ma che, in fondo, è rimasto un bambino, e non proprio in senso positivo. D’altronde, come lui, il mondo stesso è fermo a quando egli aveva dieci anni. Mentre ci racconta di questo mondo, ci racconta una storia che gli frulla per la testa e che ha come protagonista Tancredi, giovane dottore in un mondo privo di zombie, a cui si rivolgono dei pazienti che, in pieno sonnambulismo, scrivono frasi anarchiche e di cui poi non ne hanno più memoria.

Come è evidente fin da questo brevissimo e parzialissimo riassunto, Cristò è decisamente più intenzionato al lato esistenziale, metaforico, politico del suo racconto anziché a quello più prettamente orrorifico.
Nonostante, infatti, ci siano un paio di sequenze piuttosto sanguinarie – che coinvolgono rispettivamente un gatto e un numero incalcolabile di teste -, gli zombie di Cristò non assurgono mai a un qualcosa di tangibile o concreto. Sono, volutamente sia chiaro, più una minaccia esistenziale che fisica. Cristò usa il genere per parlare d’altro (come si dice in questi casi, ignorando che la letteratura di genere parla già di altro di per sé).

L’APOCALISSE ZOMBIE

Lo zombie del nostro immaginario è stato codificato dal film di Romero del 1968, La notte dei morti viventi. Non che sia stato Romero a inventare la figura dello zombie, sia chiaro, il primo film sul tema risale a più di trent’anni prima, con L’isola degli zombies di Victor Halperin con Bela Lugosi, ma è a Romero che dobbiamo la cristallizzazione dei movimenti e delle pulsioni dello zombie: lento, inesorabile, privo di una vera e propri identità, fuso in una specie di massa indistinta. Con 28 giorni dopo di Danny Boyle, lo zombie entra nel terzo millennio e diventa tanto ipercinetico e aggressivo, quanto rimane immutabile la sua perdita di identità individuale.
Gli zombie di La carne da una parte sono forse gli zombie meno aggressivi possibile – pur ovviamente essendo affamati di carne cruda, preferibilmente umana -, dall’altra mantengono centrale la visione dello zombie come privo di un io. Dove, anzi, è proprio l’assenza di un io a determinare il suo essere uno zombie. Si diventa zombie cristallizzandosi in un puro vuoto umano, dove perfino la morte scompare.

Gli zombie di Cristò, infatti, sono zombie che passano le giornate in fila a una specie di mensa per poveri, in attesa di avere la loro razione giornaliera di carne. Sono zombie che, una volta investiti da un auto, rischiano di passare l’eternità a pancia in su come tartarughe rovesciate. L’immobilismo esistenziale degli zombie è causa e riflesso dell’immobilismo stesso del mondo circostante.
L’Apocalisse zombie de La carne viene infatti declinata in una sorta di stop mondiale. Tutto il mondo, racconta il narratore, sembra essersi fermato a settant’anni prima, quando lui aveva dieci anni, e comparve il primo zombie:

“Non è cambiato niente. Anche il televisore che ho nel salotto e che ho comprato due anni fa è dello stesso modello di quello che mio padre spegneva all’improvviso. Continuano a produrlo identico. Con lo stesso telecomando, la stessa plastica marrone e la stessa retina nera sulle casse. Rimarrà tutto così”.

Gli zombie e la stasi del mondo circostante sono usati nel romanzo come esternazione della psicologia del narratore. Il narratore, infatti, è un uomo di ottant’anni che passa le sue giornate andando a guardare film pornografici al cinema vicino casa, i cui unici momenti di contatto umano sono con il nipote (di cui è zio) e Monica, compagna del nipote e che ogni tanto va a casa sua a prendersene cura.
Per rendere ancora più chiara la stasi psico-emotiva, nonché fisica, in cui è costretto il narratore, Cristò fa divorare a uno zombie i suoi testicoli quand’era bambino. Non proprio la più sottile delle metafore. Il narratore ci appare più volte come un bambino ormai ultra- ottantenne, pieno di rimpianti e di futuri mai vissuti, di cui lui stesso ne è dolorosamente consapevole:

“Un bambino così non seppellisce nessun tesoro ma aspetta di diventare vecchio collezionando le vite normali di quelli che gli somigliano (e di quelle vite non ha in mano nient’altro che qualche immagine). Un bambino così aspetta di diventare vecchio sapendo che non sarà mai grande”.

HAUNTOLOGY

Una delle ossessioni più perturbanti del narratore è la sua collezione. Egli infatti colleziona ritagli, spezzoni, fotografie di persone che ha incrociato o visto in qualche programma televisivo che a suo dire assomigliano a lui. Anzi, che sono identiche a lui. Ma che, soprattutto, stanno vivendo tutto ciò che lui non ha mai vissuto, come una colazione al bar con la fidanzata:

“Perché sei finito insieme al tuo mondo e l’unico che può sopravvivere è un altro con la tua stessa faccia”.

La carne è un romanzo percorso da una profonda hauntologia, ovvero quello che in inglese è hauntology. Questo termine fu coniato da Jacques Derrida nel 1993, ma è diventato particolarmente popolare nell’ultimo decennio, quando è stato utilizzato da diversi critici, in particolare Simon Reynolds e Mark Fisher, per leggere le tendenze culturali di questi anni. To haunt, in inglese, significa infestare, ed è strettamente collegato agli spettri che infestano una casa. Ma, nel caso dell’hauntologia, ciò che infesta il nostro presente e la sua produzione culturale è il futuro che non si è avverato, il futuro perduto. Una simile visione è inestricabilmente interconnessa a un’interpretazione politica della realtà: il crollo del welfare state negli anni ’70, in special modo nei paesi anglosassoni, è visto come il momento in cui le promesse di un futuro possibile sono state fagocitate e cancellate dallo stato neoliberista tatcheriano.

Tralasciando l’analisi politica – comunque estremamente interessante – ciò che ci interessa per il discorso legato a La carne di Cristò è il fatto che nell’hauntologia il tempo è andato fuor di sesto. Il futuro è stato, letteralmente, cancellato. Ciò che è rimasto è un eterno presente che consuma se stesso e che non può far altro che guardare con nostalgia al passato e al futuro che non ha avuto. Proprio come il mondo che descrive Cristò fermo ormai da settant’anni, tanto che perfino i televisori sono sempre gli stessi. Ancora più emblematica è la collezione che fa il protagonista di foto e ritagli di persone identiche a lui che vivono una vita normale, proprio quella che a lui era stata promessa e che gli è stata portata via. Proprio come spettri, allora, questi futuri non più possibili infestano la sua vita.

HAUNTOLOGIA ALL’ITALIANA

Ma La carne e il suo presente infestato non sono un caso isolato.
In diversi film e libri, infatti, usciti negli ultimi anni in Italia viene messa in scena questa realtà che è stata privata del futuro.
Più che una dichiarazione d’intenti comuni, si possono notare riverberi, tendenze, come un’atmosfera che permane queste opere.
Alcune opere sono di genere – La festa nera di Violetta Bellocchio o Il grido di Luciano Funetta -, altre, no, più puramente drammatiche – XXI secolo di Paolo Zardi. Ma ciò che è interessante è come questa implosione trascenda le opere che sono ambientate in un futuro più o meno prossimo.
Lo Stradone, straordinario romanzo di Francesco Pecoraro, è uno zibaldone di pensieri e riflessioni di un settantenne che guarda fuori dalla finestra del suo appartamento in uno dei tanti condomini che si affacciano sulla Via Appia di Roma. In questo, le sue riflessioni, acri e cupe, potrebbero essere tranquillamente le stesse del protagonista di La carne. È un uomo che è completamente fuori tempo massimo, rispetto le ideologie e i pensieri Novecenteschi, che si ritrova a vivere in un mondo che non è andato avanti, bensì in un mondo dove il vecchio è morto, e il nuovo è incapace di nascere. Un presente senza futuro, per l’appunto.

La cifra estetica di questa hauntologia italiana è sintetizzata da una visione delle città atomizzate, post-industriali, grigie, semi-abbandonate e semi-imbarbarite. I semi- sono importanti perché indicano come neppure il crollo si sia riuscito a completare, ma sia tutto sul costante orlo del precipizio senza mai precipitare veramente, in un eterno presente congelato.
I luoghi in cui Matteo Garrone ambienta il suo Dogman sono la summa perfetta dell’estetica dell’hauntologia italiana, con la sua città – una Roma completamente irriconoscibile e semi post-apocalittica senza che sia avvenuta nessuna Apocalisse – fatta di edifici fatiscenti e diroccati, in un vero e proprio non-luogo e non-tempo.

In questa atmosfera opprimente, La carne si contraddistingue per un briciolo di apertura verso il futuro. Nel finale, infatti, senza voler rovinare la lettura, il tempo de La carne sembra tornare a scorrere. Verso cosa non si sa. Il crollo o la guarigione? Già soltanto il riprendere del ticchettare del tempo nella terra dell’eterno presente è segno di buon auspicio.

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