Streaming o non streaming. È questo il problema?

In Musica

Chi governa il mercato della musica immagina un futuro di investimenti in streaming. Ma la musica è condivisione: sentire dal vivo un suono o una voce assieme ad altri è ciò che fa la differenza. Ecco allora alcune modeste proposte per tornare tutti insieme felicemente LIVE

Ci siamo. Il tanto agognato cartello “fine” sul 2020 sta arrivando, e si può fare un primo ragionamento sulla musica in questo anno sciagurato.

Siamo stati tutti costretti ad una apnea che non è ancora finita e non finirà – almeno dal punto di vista psicologico – presto. E il divieto di vedere musica dal vivo ci ha davvero messo un’ ombra nell’anima. Si ha nostalgia del suono, addirittura del caldo da discoteca puzzona dove vai a vedere i concerti scomodo e sempre un po’ incazzato con chi ti sta vicino o davanti o dietro… È inevitabile,  all’essere umano manca tanto quello che non può avere, e quindi siamo tutti in lutto nell’attesa di poter tornare a vedere musica live, qualunque essa sia. Tutto normale, anzi molto sano come istinto. 

La cosa che preoccupa è la prospettiva di business futuro che chi governa il mercato della musica sta immaginando e su cui vorrebbe investire: lo streaming.

Sia chiaro, adesso è pratica buona e giusta perché è l’unica disponibile, ma la paura è che dopo aver convinto il mondo che la mossa migliore per guardare un film sia stare a casa e non andare al cinema, il mood diventi guardare i concerti da casa in streaming e non in un teatro, in un club, in un palasport.

A questo proposito va fatta una menzione speciale al ministro della cultura Franceschini, che ha deciso di investire 10 milioni di euro dei bilanci governativi per creare la “Netflix della cultura” coinvolgendo Chili come piattaforma. Intanto complimenti perché tagliare fuori la Rai da questa operazione è semplicemente incomprensibile (solo con i suoi archivi la Rai potrebbe fare un canale di musica semplicemente incredibile, e questo vale anche per il teatro e altre meravigliose arti). 

David Bowie live (Foto di Massimo Rana)

Per fare una tv all’altezza dei competitor (Apple tv, per esempio) bisognerebbe produrre eventi, e con dieci milioni di euro ci paghi a malapena qualche mese di programmazione. E poi, ricordiamo sommessamente a Franceschini che da trent’anni esiste Arté, ovvero il canale franco-tedesco che si occupa di cultura a vari livello anche in lingua italiana, provate ad andare su arte.tv.it.

Ma torniamo allo streaming dei concerti e degli eventi live. Oggi, lo sappiamo, è l’unica possibilità che ci hanno lasciato, e ce la facciamo andare bene, anche se certi eventi proposti (a pagamento ovviamente) sono stati francamente deludenti e poveri di cura e capacità di fare comunicazione video almeno all’altezza del prezzo del biglietto. Ma vabbè, siamo in mezzo a una pandemia e ci adeguiamo. Per ora.

Ma già li vedo domani  i grandi eventi live che diventano un solo concerto a pagamento on demand e ciao. Basta tournée faticose, basta sudore e lacrime. Tutto asettico, comodo, pulito, a portata di mouse.

NO.        

La musica è condivisione, sopra ogni altra cosa: sentire live un suono o una voce assieme ad altri fa la differenza.  Già  il walkman ha dato una botta notevole al vivere la musica in forma collettiva. Adesso tutti ascoltiamo in cuffia, da soli, emozioni che non riescono più a diventare collettive. E se rinunciamo ad uscire per andare a un concerto facciamo un ulteriore passo verso la solitudine totale, ovvero uno dei problemi più gravi e sottovalutati della nostra amata società contemporanea. 

Il live in streaming non è un live, è un’altra cosa:  c’è la mediazione di uno schermo, non c’è  nessuna immersione nell’esperienza, nessuna condivisione, nessun contatto, ma la coda della pandemia potrebbe proprio essere un ulteriore sfruttamento della paura, per costringerci ancora di più in ciabatte e divano.

Invece, sarebbe bello che il nostro rapporto con la musica live dopo il Covid potesse migliorare. Per esempio sarebbe bello se ai concerti si smettesse di essere scomodi, spesso con scarsa visibilità, con un audio non di rado affidato al caso. I concerti costano, e chi sceglie  il live spende volentieri soldi e tempo per l’artista amato, ma ha anche dei diritti che vanno rispettati. 

E a proposito di diritti, sarebbe ora di dire basta anche a quelli  di prevendita (se ti do i soldi prima, magari un anno prima, tu mi devi fare lo sconto, non chiedermi un extra!) e naturalmente al maledetto secondary ticketing. Bisogna fare il biglietto nominativo sempre, quando i numeri lo consentono. Siamo spiati e profilati in maniera spietata ormai, che almeno cedere i propri dati ci porti qualche vantaggio e ci permetta di non doverci rivolgere ancora ai bagarini, ufficiali o meno che siano. 

Sarebbe bello che la qualità della nostra vita migliorasse, dopo questo anno duro che ci ha fatto spesso pensare a quello che avevamo perso e che ci mancava davvero, anche, perché no, in relazione alla musica.

E a proposito di qualità, diamo uno sguardo a quello che arriverà nel 2021 live, sempre che questa situazione assurda si sblocchi. 

Ovviamente ci sarà l’imbarazzo della scelta, perché tutte (o quasi)  le cancellazioni del 2020 sono diventate riprogrammazioni nel 2021. Qualche nome sparso fra i mille annunciati: Biffy Clyro, Paul Weller, Simple Minds, Deep Purple, Joan as a police woman, Ben harper, System of a down,  Red hot chili peppers,  Vasco, Ligabue,  Thom Yorke,  Pearl Jam,  Nick Cave,  Sting,  Yes,  Van der graf generator… preparate i risparmi, ci sarà tanto da recuperare. 

E a proposito di risparmi, chiudo segnalando una bella iniziativa di crowfounding dedicata ad un libro di fotografie di Massimo Rana (autore delle foto di questo servizio) , Frontstage – Ritratti sul palco. Rana è uno storico reporter di concerti che ha riaperto i cassetti e ha ritrovato decine di scatti meravigliosi di bei concerti a Milano e non solo. Il progetto è bello e coinvolgente (ci sono anche io a dare una mano). Se vi interessa saperne di più https://crowdbooks.com/it/frontstage-ritratti-sul-palco/

Auguri a tutti e buon anno!

In ciopertina Skunk Anansie. Foto di Massimo Rana