L’unconventional cello di Laffranchini

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Il programma , appunto Unconventional, del primo violoncello della Scala verrà presentato l’8 marzo in streaming alla Palazzina Liberty. Lucio Dalla, Depeche Mode, U2 rielaborati con l’elettronica da Sandro Laffranchini assieme al compositore Fabrizio Campanelli. Da vedere e naturalmente da ascoltare

Che ci sia bisogno di svecchiare il panorama del concerto classico non è un segreto per nessuno. Ma rispetto ai soliti tentativi di rendere più pop la musica classica – o più debole la musica forte, per dirla con Quirino Principe – Sandro Laffranchini, primo violoncello dell’orchestra della Scala, sta cercando di fare esattamente il contrario: trattare il repertorio non classico con la stessa serietà di quello classico, a cui è stato abituato in tanti anni di onorato servizio orchestrale. «Non ho mai avvertito una distinzione netta tra i generi» confessa il violoncellista, che l’8 marzo presenterà alla Palazzina Liberty il programma Unconventional cello, con canzoni di Lucio Dalla, Depeche Mode, U2 e tanti altri riscritte interamente per violoncello e rielaborate con l’elettronica insieme al compositore Fabrizio Campanelli – che conta nel suo catalogo anche la colonna sonora di un film Disney. Con gli eventi sospesi, il concerto sarà trasmesso in diretta streaming. Ma, virus permettendo, si parla già di repliche nella stagione estiva del Castello Sforzesco. 


«Certo il mio è un percorso decisamente classico, ma ho sempre avuto una passione per altre zone d’ascolto» esordisce Laffranchini «A diciassette anni ascoltavo avidamente i Weather Report, con le sperimentazioni di Jaco Pastorius, arrivando fino agli ultimi album di Miles Davis, i più complessi, come Amandla: era il 1988».

Come hai lavorato a queste trascrizioni?
Volevo che il violoncello dialogasse con se stesso. Ho scelto diverse canzoni molto note e le ho scomposte riscrivendo tutte le linee, anche quelle interne. Poi mi sono presentato da Fabrizio con tutte le partiture pronte e lui mi ha aiutato a riordinarle, a trovare una forma compiuta. Insomma, in pratica io suono tutto e dopodiché quello che suono viene ricampionato. In alcuni casi abbiamo deciso di registrare una particolare zona melodica o ritmica e di suonarci sopra come se si avesse un totale di tre o quattro strumenti. In altri casi ho cercato di fare una sintesi più creativa, lasciando che fossero più evidenti le caratteristiche del violoncello. Lavorando in questo modo mi sono accorto immediatamente che si tratta di brani tutt’altro che banali: voci nascoste, controtemi, ritmi molto particolari. È stata una vera sorpresa.

Vuol dire che siamo abituati ad ascoltare queste canzoni con troppa superficialità?
In effetti è un problema che riguarda tutto il repertorio, soprattutto quello classico. Io stesso ho impiegato tanto tempo per entrare nelle partiture che affronto quando suono in orchestra. Si tratta di imparare a ragionare in maniera verticale: ascoltare le voci interne, capire il linguaggio, le differenze tra un’area armonica e l’altra. Spesso invece il pubblico si limita a cogliere solo melodie e ritmi, ma non basta per comprendere la ricchezza di un brano.

Oltre ai grandi classici, in programma ci sono anche successi più recenti, come Take me to church di Hozier o Stressed out dei Twenty One Pilots.
Sono brani suggeriti da Fabrizio. Devo ammettere che mi spaventavano un po’ all’inizio, ma poi sono entrato in sintonia anche con questo linguaggio moderno, anche per l’importanza dei temi trattati. Ma il mio cuore resta legato alle canzoni di quando ero ragazzo, quando le mie cugine mi portavano al Genux, un locale mitico sul Lago di Garda che non esiste più, e tutti si erano messi in testa che dovevo fare da apprendista a Graziano Fanelli, un noto DJ che poi ha fatto molta carriera.

Cosa ti trasmettono queste canzoni?
A dire il vero sono soprattutto gli interpreti che mi trasmettono qualcosa. E non si tratta tanto di tecnica, di intonazione, di velocità. È qualcosa di inafferrabile, penso che si possa chiamare solo energia.

In che senso?
Mi viene in mente il lavoro di Yo-Yo Ma, che non è solo un violoncellista ma un vero e proprio genio. Ascoltandolo e riascoltandolo su YouTube mi sono accorto del suo uso dei microintervalli della mano: a volte fa delle piccole stonature o è leggermente calante, e riesce a dare una speciale espressività a quello che sta suonando. Alla stessa maniera un cantante come Freddy Mercury utilizza appoggiature proprie del blues, in maniera più fine del solito, solo un poco calante. Sono tutte sfumature che trasmettono energia al pubblico, e che spiegano come persino il prodotto più semplice in apparenza, in realtà ha dietro un lavoro incredibile. A meno che non ti chiami Daniel Barenboim: allora ogni cosa che suoni avrà una naturalezza istintiva che non ha confronti.

Quando è arrivata la musica nella tua vita?
C’è sempre stata, fin da quando ero piccolo. Del resto anche mio padre era primo violoncello alla Scala. Detto onestamente ci sono stati un po’ di pregiudizi per questo, e vincere il concorso per entrare in orchestra non è stato affatto facile. Ma alla fine ce l’ho fatta: era il 1999, e per qualche anno io e mio padre siamo stati colleghi.

Oggi, dopo più di vent’anni in orchestra, senti il bisogno di allargare il tuo orizzonte?
A volte mi sta stretta la prospettiva di fare solamente l’esecutore. Allo stesso tempo non mi sento un compositore: per questo sto cercando di proporre qualcosa che sia un po’ più dell’uno e un po’ meno dell’altro.

Quindi cosa vuoi fare da grande?
Le persone hanno bisogno di artisti che portino sul palco energie positive: io sono pagato per fare stare meglio la gente, che magari la sera va a teatro dopo una giornata complicata. Un musicista è come uno psicologo sul palco. E questo non vale solo per un solista, vale anche per un orchestrale, anche se chiaramente è più difficile trasmettere le proprie energie positive in un gruppo così ampio.

Però c’è il direttore che può aiutare.
Ad esempio Chung ci dice sempre che sul palco bisogna mostrare sempre quello che si sta facendo, anche con la gestualità, in maniera che il pubblico capisca. Anche Chailly qualche mese fa ha detto qualcosa del genere a una cantante che non stava bene: ognuno ha i suoi problemi, ma bisogna lasciarli da parte e dare il massimo durante una performance.

E cos’è per te la performance?
Tante cose, direi soprattutto saper comunicare a livello emotivo con il pubblico, a cui devi dare una parte di te stesso. Ultimamente me ne sono reso conto ogni volta che terminava una recita di Tosca: una vera fatica, perché uscivo da teatro sentendomi addosso tutte le ingiustizie subite dal personaggio.

Altre serate indimenticabili?
Sono molto legato alle recite di Orphée et Euridice dirette da Michele Mariotti due anni fa. Anche perché l’allestimento prevedeva che l’orchestra stesse su una pedana al centro della scena, che poteva sparire negli inferi o sollevarci tutti: avevamo una varietà di punti di vista che di solito non ci sono.

E nel sinfonico?
Difficile dirlo, con tutti i concerti che facciamo. Ma quando Chailly fa il Novecento storico succede sempre qualcosa di speciale.

Quanto al pubblico, secondo te si accorge di questi momenti particolari?
Lo spero. Mi vengono in mente le parole dei Twenty One Pilots, che in Stressed out si scusano per non essere riusciti a scrivere armonie più belle o parole più belle. In fin dei conti ogni musicista è preoccupato di quello che pensa la gente, ma trovo che questo non emerga mai con chiarezza, forse con un po’ di ipocrisia. Sembra sempre che tutti siano indipendenti, ma nessuno di noi potrà mai fare a meno di chiedersi cosa pensa il pubblico.