Sopravvivere alla morte del figlio con uno spinello e un nuovo giovane amico

In Cinema

Arriva da Cannes 2016 “Una settimana e un giorno”, esordio in regia del 33enne americano Asaph Polonky. Un film complesso e interessante sulla società israeliana d’oggi, fra conflitti e slanci vitali. Sconvolti dalla morte per tumore del figlio, marito e moglie scelgono strade opposte per continuare: lei riprende il lavoro d’insegnante per “dimenticare”, lui rivendica il legame con Ronnie immergendosi (spinelli compresi) in una sorte di nuova folle giovinezza, grazie all’aiuto di un amico del ragazzo

Asaph Polonky, 33enne regista americano, propone come suo primo lungometraggio Una settimana e un giorno, commovente commedia ambientata in una società israeliana decisamente chiusa e combattuta, che ha ottenuto molto successo alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes 2016.

Eyal (Shai Avivi) e Vicky (Evgenia Dodina) hanno perso il loro unico figlio Ronnie a causa di un tumore, e, come da tradizione ebraica, al tragico evento segue la Shiv’ah, settimana di osservanza del lutto che inizia subito dopo il funerale. Durante questo breve periodo è usanza che amici e familiari del defunto si rechino nella sua casa per sostenere la famiglia, aiutando i cari in vita a superare la scomparsa trascorrendo la maggior parte del tempo insieme e portando del cibo. E il film inizia appunto l’ultimo giorno della Shiv’ah, nel difficile momento in cui i due genitori devono iniziare a riprendere in mano le loro vite e andare avanti.

Interessante è la diversa modalità con cui i due coniugi affrontano il dolore: Vicky vuole ritornare in fretta al suo lavoro d’insegnante, il marito invece, che fa lo stesso mestiere, lo posticipa, cercando consolazione nel passato. Eyal torna nella clinica per malati terminali dov’era ricoverato negli ultimi tempi il figlio, per cercare una vecchia coperta di quando il figlio era bambino. Non la trova, e in cambio se ne va con un pacchetto di marjuana per uso medico destinata in origine al ragazzo defunto: ma una volta tornato a casa, incapace di prepararsi da solo uno spinello, chiede aiuto a Zooler (Tomer Kapon), figlio dei vicini e amico d’infanzia di Ronnie.

Da questo momento il film assume decisamente le movenze della commedia, pur trattando un argomento doloroso come quello di una morte prematura. Eyal, che è il vero protagonista, cerca un modo per riavvicinarsi al figlio che non c’è più assumendo una parvenza di giovinezza, spensierata e a tratti incosciente. In questo senso il rapporto con Zooler diventa la chiave di volta per riappropriarsi della Vita, che anche dopo una tragedia ha in sé il dovere di ricominciare. Durante le vicende successive i due coniugi incontrano varie persone, tra cui una bimba la cui madre è ricoverata nella stessa clinica del figlio di Eyal e Vicky e insieme a lei questa coppia bizzarra condivide momenti di forte commozione e dolcezza, che sciolgono lo spettatore: come la sequenza, una delle più belle del film, in cui tutti e tre armeggiano con bisturi immaginari per mimare un finto intervento chirurgico alla madre, ormai morente, della bambina.

Polonky mette in scena un assurdo duo, quasi comico, con il giovane Zooler nella parte dinamica, originale e fresca, ed Eyal in quella più riflessiva e consumata dall’età: e nonostante la diversità e gli anni passati a ignorarsi, i due finiranno per trovare un canale di comunicazione che li aiuti ad affrontare la sofferenza e a superarla. Vicky continua invece a interpretare il ruolo dell’autorevole madre, che non approva l’uso dello spinello e combatte il dolore con la routine.

Un film particolare, senza dubbio, che fa riflettere senza appesantire la scrittura e la messa in scena, giustamente premiate sulla Croisette e al Jerusalem Film Festival.

Una settimana e un giorno, di Asaph Polonky, con Shai Avivi, Evgenia Dodina, Tomer Kapon, Uri Gavriel, Sharon Alexander

(Visited 1 times, 1 visits today)