Prove di una morte annunciata

In Teatro

Foto © Armin Smailovic

Foto © Armin Smailovic Una delle certezze incrollabili del teatro europeo è che a Salisburgo durante l’estate, in un modo o nell’altro, pandemia o non…

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Una delle certezze incrollabili del teatro europeo è che a Salisburgo durante l’estate, in un modo o nell’altro, pandemia o non pandemia, andrà in scena Jedermann (“Ognuno”). Il dramma del 1911 di Hugo von Hofmannsthal inaugurò, il 22 agosto 1920, quello che sarebbe diventato il più importante festival del mondo, davanti alla facciata della cattedrale della città austriaca e con regia niente meno che di Max Reinhardt (uno dei fondatori della rassegna insieme a Hofmannsthal e a Richard Strauss).

L’anno scorso, per il centenario del festival, si è celebrata la 726esima recita di questa commedia allegorica ispirata alle sacre rappresentazioni medievali, già riesumate in Inghilterra nel XV secolo nei cosiddetti morality play. Ma pochi giorni prima, il regista svizzero Milo Rau ha presentato una rielaborazione del testo, ideata dallo stesso Rau insieme a Ursina Lardi, intitolata Everywoman, andata poi in scena alla Schaubühne di Berlino e ospitata la scorsa settimana al Teatro Strehler.

Nel dramma di Hofmannsthal, il ricco e vizioso protagonista Ognuno si trova faccia a faccia con la Morte, che gli compare davanti a un banchetto vestita di nero come nella più tradizionale iconografia. A quel punto l’uomo cerca invano qualcuno che lo accompagni nell’aldilà finché, rimasto solo, trova nella religione l’unica vera ricchezza in grado di consolarlo e dargli forza per il suo viaggio estremo.

La versione di Rau perde del tutto la “grandiosa assurdità” – parole del regista – che caratterizza il dramma originale. Dramma che sarebbe incompatibile con il decalogo del regista: quel Genter Manifest che ha messo a punto nel 2018 dopo essere diventato direttore artistico del NTGent in Belgio.

Uno dei punti essenziali e più rivoluzionari del manifesto è l’incontro sul palcoscenico tra attori professionisti e non professionisti. Nel caso di Everywoman, alla prima categoria appartiene Ursina Lardi, che con Milo Rau ha lavorato in Mitleid. Die Geschichte des Maschinengewehrs sulla guerra civile in Congo e in LENIN, sulle ultime due settimane di vita del rivoluzionario russo. Alla seconda Helga Bedau, pensionata settantenne di Lübben a cui è stato diagnosticato un cancro terminale, e che compare solo in video.

Lardi interagisce in differita con la donna in una sorta di intervista impossibile in cui Bedau ripercorre la sua vita, con aneddoti sulla Berlino post ’68, pizzerie di Charlottenburg e nostalgie per una carriera teatrale sfiorata, quando interpretò una parte minore in Romeo e Giulietta. Mentre parla, l’inquadratura si allarga e si vede la donna seduta a una tavola che piano piano viene occupata dalla sua famiglia, come per citare il banchetto fatale di Jedermann.

Con una lucidità disarmante, la confessione di Bedau prosegue arrivando a condividere le preoccupazioni legate alle spese, al dolore, al figlio, alle sue paure, a come le piacerebbe morire, a dove vorrebbe essere seppellita. Lardi invece alterna risposte e monologhi, parla di vita e di teatro, e intanto recupera vecchie fotografie da uno scatolone e le appoggia su un pianoforte in scena, sposta dei grossi massi come una versione femminile di Sisifo, maneggia uno stereo da cui escono canzoni degli anni settanta e rintocchi di campane. Insomma tergiversa. Non dice niente di significativo, perché a ben vedere non sembra abbia granché da dire sulla morte. Quando ci prova l’effetto è goffo, sembra fuori luogo. Verso la fine si siede al piano e suona un corale di Bach mentre l’immagine della donna nel video svanisce nel nero.

Come è ovvio niente di tutto questo è casuale: lo spettacolo di Milo Rau è tecnicamente ineccepibile, chiaro nei suoi intenti e nella sua realizzazione. Sembra che il regista giochi senza sosta con il montaggio drammaturgico, in un’oscillazione emotiva che rifugge ogni pathos salvo evocarlo di continuo. Le parole di Lardi mescolano il filosofico e il buon senso, il luogo comune impersonale e la predica moraleggiante, con piccole deviazioni o riferimenti artistici che francamente non aggiungono molto (La caduta di Icaro di Bruegel il Vecchio). L’impressione è che il gioco delle parti tra Lardi-Rau e il pubblico sia abile ma di maniera, perché ingabbiato nelle regole che il regista stesso si è dato e da cui sembra non voler più uscire. Certo è sempre una buona idea cercare di riattualizzare sensi e significati di un vecchio dramma un po’ datato, come quello di Hofmannsthal. Ma questo adattamento non sembra andare oltre un buon esercizio di stile. Restano le sensazioni dell’autentica, semplice, commovente confessione di Helga Bedau, scomparsa poco dopo il debutto dello spettacolo, che è riuscita a recitare un’ultima volta.