In America ho scoperto di essere bianca

In diarioCult, Weekend

Negli Stati Uniti ho imparato a scrivere Caucasian sui moduli, a non usare gli stereotipi più vieti, a non specificare il colore della pelle di una persona. E poi c’è stata la banda dei cugini di Dan a farmi capire molte cose. Eppure…

Quando vivevo in Italia, cioè prima dell’arrivo in Europa degli stranieri, non avevo mai pensato di essere bianca, cioè non mi ero mai posta nessun problema di appartenenza di razza. Attorno a me tutti i bambini e tutti gli adulti che vedevo erano bianchi come me e chi aveva la pelle più scura era semplicemente perché aveva origini meridionali. Non ci ho mai pensato fino ai miei venticinque anni, quando mi sono trasferita in un Paese multirazziale e ho imparato a mettere una crocetta di fianco a CAUCASIAN ogni volta che dovevo compilare un modulo, perché, Dan mi spiegò, CAUCASIAN vuol dire BIANCA.

Mi ricordo che la prima volta che ho visto un nero qui in America era inverno e era vestito con giacca pesante, guanti, cappello e mi era sembrato sembrato un ossimoro: un nero, quindi africano, quindi al caldo, che ha freddo?

Non avendo mai convissuto con persone di razze diverse in vita mia, la prima cosa che ho cercato di capire è stata come comportarmi nei loro confronti. Queste le cose che mi sono state spiegate: non si fanno commenti su treccine, vestiti o su altri attributi; non si pensa che i neri non siano capaci di nuotare, ma siano tutti bravi a basket o che hanno il ritmo nel sangue, o che siano tutti superdotati, poveri e abbandonati dalla società e cioè non ci si riferisce in alcun modo a tutti gli stereotipi legati ai neri; non si sottolinea il colore delle persone che si nominano, per esempio non si dice: “Ho un nuovo amico, è nero e si chiama James”, perché il fatto che sia nero dovrebbe essere un dettaglio di poco conto. Tutte queste e altre mille regole non hanno fatto che aumentare il mio livello di disagio e la mia paura di dire una cosa fuori luogo e passare per razzista o poco rispettosa.

Poi fortunatamente ho passato molto tempo con i cugini di Dan.

Sharon è sua cugina prima e, dopo aver tentato di far saltare in aria una filiale della Chase Manhattan Bank con il suo gruppo rivoluzionario, frangia dei famosi Weather Underground, ha passato qualche anno in prigione. Il suo avvocato, Jesse, che fa parte di un gruppo di avvocati legati a una specie di soccorso rosso che si occupano di prigionieri politici e violazioni di diritti civili, aspettò che Sharon finisse i suoi anni di carcere e poi si sposarono.

Sharon e Jesse sono l’antitesi dello stereotipo che tutti noi abbiamo degli americani. Anzi, ci sono molti americani che non si immaginano neanche che qualcuno in questo Paese possa essere così. Entrando in casa loro a Brooklyn, per esempio, la prima cosa che colpisce è il busto di Lenin messo sul pianoforte, comprato anni prima e mai suonato. Negli anni settanta e ottanta hanno adottato cinque bambini, tutti neri e tutti di meno di un anno, tranne Ray, che aveva dieci anni e che Jesse adottò quando era ancora single.

Sharon, Jesse e i loro cinque figli sono diventati a tutti gli effetti la mia famiglia americana: quando vivevo a Brooklyn, era da loro che si andava per le feste comandate, o per cena la domenica, era a loro che ci si riferiva quando avevamo dei problemi, era a loro che si raccontava di come era andata la giornata. Sharon di solito veniva a trovarmi e a bere un the il giovedì, dopo il corso di yoga, e tutte le mattina andando al lavoro suonava il clacson quando passava davanti a casa nostra. Dei cinque figli, che sono cugini di Dan, dei miei figli e un pochino anche miei, solo tre abitavano ancora a casa quando abbiamo cominciato a frequentarli: Nina, bellissima, solare, sempre disposta a aiutare, Narissa, più timida e silenziosa, e Haywood, un gigante con mille opinioni, una presenza massiccia e il vocione che usava per dire a Sharon di non voler portare fuori il cane la sera per paura che venisse aggredito, e Sharon doveva ricordargli che è di gente grande, grossa e nera come lui che ha paura alla gente, non il contrario.

Insomma, mi hanno insegnato, tra tante altre cose, che in certe circostanze, tipo in famiglia, essere neri o bianchi non cambia assolutamente niente.

Dopo qualche anno Nina adottò la figlia di Raymond, uno dei suoi fratelli che aveva una fidanzata giovane, tossicodipendente che aveva già avuto tre figli da tre ragazzi diversi e che questa proprio non la voleva. Raynisha ha la stessa età di mia figlia Sofia e frequentavano la stessa scuola e spesso giocavano insieme il pomeriggio. Ricordo che un giorno, dopo qualche anno che si frequentavano, Sofia mi disse stupita: “Ma Raynisha è nera? Me l’ha detto una mia amica…“. Sofia non aveva mai fatto caso al fatto che sua cugina fosse nera. La sua domanda mi confuse, perché per me, cresciuta in un posto in cui tutti erano bianchi, la prima cosa che noto in una persona è il colore della pelle. Mentre per Sofia, per Emma qualche anno dopo, ma credo per tutti i bambini di questa generazione, si impara più tardi a notare il colore diverso della pelle, che prima ha la stessa rilevanza del colore degli occhi, o dei capelli.

Dopo nove anni io e la mia famiglia ci siamo trasferiti a Cambridge. Provocandomi un dolore lancinante, cinque anni fa è morta Sharon e da allora abbiamo un po’ perso di vista tutta la banda di Brooklyn.

Cambridge è una città piccola eppure estremamente diversificata: la scuola di Emma, che è quella della nostra zona, è frequentata da 300 bambini, il 66% dei quali non è bianco. Sia le mie figlie che io e Dan, però, abbiamo più rapporti con persone del nostro stesso ceto socioeconomico, molte delle quali sono bianche.

Ovviamente non è una selezione né consapevole né tantomeno basata su una differenza razziale: anche i miei cugini Nina e Haywood, per esempio, si sono sposati con delle persone bianche. Il fatto è che si tende a stare con le persone che hanno interessi simili ai nostri e che fanno scelte simili, dalla zona in cui vivere, al tipo di carriera che si sceglie, al supermercato dove fare la spesa, al campo estivo o agli sport a cui iscrivere i figli. È in questi frangenti che ci si conosce e si diventa amici.

D’altro canto, se esistesse un’uniformità di ceto socioeconomico, in America – anzi no nel mondo – non ci sarebbero razzismo o violenza. E Trump non è certo quello che aiuterà a diminuire questo gap sempre più profondo.

Immagine di copertina di Tom WaterhouseAmerica Face To Face With Itself