Rosario Bruno è un artista singolare, profondamente radicato in quella Sicilia ancora intatta e africana, portando avanti il sapere antico della cartapesta dopo aver conosciuto gli slanci della modernità nella Roma degli anni Sessanta, mettendosi così in equilibrio tra tradizione, modernità, libero citazionismo e invenzione pura. Gabriele Micciché ha incontrato l’anziano ma attivissimo maestro tra i suoi luoghi e le sue creazioni.
Würzburg, in Baviera, è la città che ospita la favolosa Residenz, un palazzo realizzato sul modello di Versaille. Ancora più favolosi sono gli affreschi che Giambattista Tiepolo e il figlio Gian Domenico dipinsero per il grande scalone e la sala imperiale. Proprio in questi luoghi visitando il museo della città, mi sono imbattuto qualche anno fa in una singolarissima trovatura. Tra le imponenti sculture di Tilman Riemenschneider, celebre intagliatore tedesco che ha operato tra la fine del Quattro e l’inizio del Cinquecento, vi erano alcuni suoi bozzetti. Soltanto la didascalia mi ha rivelato che erano in cartapesta. Un materiale povero ma di estrema duttilità che consentiva a un artista di una corte evidentemente meno fastosa delle botteghe fiorentine o romane dell’epoca, di studiare i propri progetti. Da allora questa tecnica mi ha molto affascinato. Da sempre tutti noi ne siamo a contatto: dagli animali alle maschere di Venezia l’uso della cartapesta rimane diffusissima. Il sito delle cartiere Fabriano suggerisce l’adozione del termine “cartonnage” che mi sembra corretta. La creazione del materiale infatti procede in modi abbastanza diversi nelle diverse circostanze. Le famose maschere mortuarie egizie e romane, alcune dei ritratti di Fayyum, sono fatte con papiro, lino, intonaco, resine. La carta sarebbe giunta in Europa soltanto dopo il Mille in Sicilia e Spagna portata dagli arabi. La cartapesta dei grandi carri del Carnevale di Viareggio sono fatti con una formula elaborata da Antonio D’Arliano nel 1925, miscela che consente la realizzazione di figure molto grandi.

Oggi l’artista che ne fa l’uso migliore è Rosario Bruno, un personaggio singolare che vado a trovare in uno scampolo dell’estate ormai finita, in un affascinante giro che mi porta a Sciacca, Siculiana e Siculiana Marina. Siamo in provincia di Agrigento; Sciacca è una delle più belle città di Sicilia, la costa che si allunga verso Siculiana, a Est, è stupenda, intatta, africana. La visita si svolge infatti nella casa di Sciacca di Antonio Schittone, il suo maggior collezionista, nella casa di Siculiana Marina dell’artista e nel suo laboratorio di Siculiana, un’esperienza davvero emozionante. Dopo la visita a casa Schittone, un appartamento luminoso affacciato sul mare, che espone una collezione davvero esauriente del lavoro dell’artista, ci incontriamo a Siculiana Marina.
A colazione – in un bel ristorante sul mare – comincia a raccontarmi la sua storia. Una vicenda molto singolare. Nasce in una famiglia modesta e una delle sue opzioni sarebbe stata quella di diventare contadino. Ma il desiderio dei genitori lo spinge a continuare gli studi. “Sin da piccolissimo disegnavo sempre. Con matite, col carbone, su qualsiasi superficie”.
Naturale quindi compiere gli studi d’arte. Nel 1964 ottiene il diploma di Maestro d’Arte. Sono anni di grande fermento gli anni Sessanta, anche dalle parti di Sciacca. Il boom economico, la televisione, la progressiva modifica di comportamenti, costumi, modi di essere.

L’anno successivo si trasferisce a Roma dove conosce l’arte di Afro, Rotella, Burri, Capogrossi e dove incontra i lavori degli americani, Rauschenberg, Sam Francis, Pollock. È qui che comincia a dipingere e a collaborare con diversi studi di artisti. È un uomo “che sa fare” e viene coinvolto in lavori su legno, in ceramica, con tecniche diverse. Furono insomma i due anni di Roma una sorta di vero e proprio Master. Nel 1967 rientra a Sciacca dove consegue l’incarico di insegnante all’Istituto d’Arte e comincia le sue sperimentazioni con la cartapesta. “Non chiamiamola cartapesta. La tecnica sulla quale mi sono specializzato è antichissima e si definisce ‘cartone romano’. Tecnica su cui intervengo assai liberamente inserendovi legno, vernici, pigmenti che all’epoca nemmeno esistevano”. Nascono così delle opere che sono uniche nel panorama artistico. I frammenti di cartone romano vengono forgiati a piacimento dell’artista: da sculture a tutto tondo, prevalentemente ritratti, a bassorilievi composizioni realizzate assemblando frammenti colorati con lo spettro di tonalità più ampio possibile. È ovviamente inutile cercare di collocare il suo lavoro in qualsiasi corrente coeva. Il lavoro di Bruno esprime una libertà e una varietà sconcertanti. Quello che dipinge è quello che gli suggerisce la sua inesauribile curiosità del mondo. Come se dopo avere vissuto l’esperienza contadina, il suo mondo si affranchi verso ogni orizzonte possibile.

Ci sono molte citazioni nella sua opera: dalla Primavera di Botticelli a van Gogh, da Giorgio Morandi a Dürer e il Rinascimento italiano. Poi si mette in moto il suo universo. Non sono pochi i suoi bassorilievi totalmente astratti e alcuni di loro sono forse tra le opere più riuscite, più appaganti. Ma poi trovano spazio le icone che probabilmente hanno attraversato le sue fantasie più lontane e profonde: Tex Willer, Capitan Mix, il Grande Bleck, l’uomo mascherato. Poi i grandi personaggi del Risorgimento italiano, Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele, Carlo Alberto. Anche queste memorie di giovane studente? Ma è una domanda superflua; Bruno si sbizzarrisce a suo piacere, nature morte, composizioni, una bellissima serie di carte da gioco napoletane. La stragrande maggioranza della pittura-scultura dell’artista è di grandi dimensioni e credo per due motivi. Sa che la “sua” tecnica necessita di superfici ampie, di spazio, perché i frammenti, le tessere di un mosaico quasi, di cartone dipinto possano trovare la propria migliore espressività. La seconda ragione credo che sia perché Rosario Bruno è un “homo faber”, e questo me lo rende ancora più prezioso. Visitando lo studio di Siculiana – uno di quei paesi siciliani che non sono scalfiti dalla modernità, dalla volgarità, dal gusto kitsch, uno di quei paesi che ci fanno pensare alle fotografie di Enzo Sellerio o Ferdinando Scianna – è come entrare nell’antro di un Efesto (che non dovrebbe essere molto lontano, è sull’Etna) fatto di carta, di cartone, di colle, di giornali. Qui si trovano le più bizzarre sperimentazioni, cubi, stelle, poligoni forme triangolari, dadi leonardeschi. Nello studio si verifica l’amore dell’artista per la composizione precisa, per il lavoro meticoloso, per la liberazione della fantasia. O meglio delle fantasie. La capacità, nel velare le opere foglio dopo foglio, di rivelare un mondo.

Concludo con la serie dei Cugini americani. Non credo di esprimere soltanto una preferenza personale se dico che queste sono le opere più compiute dell’artista. Tratte da autentiche fotografie inviate dai parenti emigrati oltreoceano, queste opere descrivono l’essenza di Rosario Bruno: modernità, tradizione, sicilianità, storicità, gioia e strazio dell’arte.