Io, Mamet e tu: l’American Buffalo napoletano di Marco D’Amore

In Teatro

In questi giorni al Teatro Franco Parenti la fosca commedia di David Mamet si è trasferita dalla Chicago degli anni ‘70 fino al cuore di Napoli, grazie all’adattamento di Maurizio de Giovanni e la regia e compartecipazione di Marco D’Amore. Travolti dagli slang popolari e da sconce volgarità, dalle sinestesie di una società rozza e destinata all’autodistruzione, c’è ancora spazio per il perdono e l’affetto? Miracolosamente sì.

Il primo impatto con questo “Neapolitan Buffalo” è quello di una precisa compostezza nel caos calmo di una scenografia squadrata e fintamente intonsa, dove lo spettatore si immerge nella bottega di un rigattiere e ne diventa un curioso esploratore. Ed ecco che tra ombrelli, tostapane, lampadari che penzolano dal soffitto, busti di gesso e radio non sincronizzate, fa ingresso una trinità partenopea di attori dai tratti sinistri e bonari al contempo.

Il lavoro preparatorio sui personaggi è convincente, ben costruito e ricchissimo di sfaccettature. Siamo difronte a tre maschere dal carattere multiforme e dal forte realismo dei bassofondi cittadini.

Il primo a varcare la scena è Don (Tonino Taiuti), il capo della ‘puteca’ (la bottega napoletana), il “pulcinella a stelle e strisce” che inneggia Caruso e balla il rock ‘n’ roll; costui è il beffato e il beffardo approfittatore che cerca di recuperare invano – oltre che una maschia identità – l’American Buffalo che dà senso e titolo alla vicenda, cioè la moneta dal valore inestimabile acquistata in precedenza da uno strano collezionista.

Al fianco del “Mazzarò verghiano” c’è Marco D’Amore, il regista della pièce, nonché O’professore delinquente, dalle balbuzie facili e dagli sguardi schizoidi. La sua voce tentatrice è la coscienza palesata di Don, incapace di scegliere per sé, è l’intenzionalità di una vendetta e di una rivalsa che non riuscirà mai ad avere luogo.

Conclude la triade Roberto (Vincenzo Nemolato), il garzone che chiede anticipi per arrotondare e che illude con uno sguardo falsamente puerile, tenendo sempre stretta in mano una logora pallina da tennis, il gesto più umile e tenero della commedia.

In questo sommarsi di strepiti e di attese, condite con una buona dose di realismo sporco, la black comedy di Mamet rivive attraverso la traduzione di Luca Barbareschi e il riuscito adattamento di Maurizio de Giovanni. Senza passeggiare attraverso i quartieri spagnoli napoletani, ci si è immersi fino al collo, anche fin troppo, intrappolati da mura polverose, suoni di strada e giochi luminosi studiati con cura.

Dall’inizio fino alla fine non cambia nulla, non c’è una vera e propria maturazione, ma solo una triste presa di coscienza dove viene svelato un senso di profonda amicizia che unisce tre individui incapaci di evitare il fallimento. Non c’è conoscenza numismatica che regga: tutto evolve verso il bisogno di recuperare una dignità perduta definitivamente.

Fino al 10 dicembre al teatro Franco Parenti, per i fan di David Mamet e per i curiosi telespettatori di Gomorra.