Strehler, o Strehler

In Teatro

A vent’anni dalla scomparsa del Grande Giorgio, il Piccolo ha organizzato una serie di iniziative dedicate alla sua (luminosa) memoria

Di lui scriveremo poco, il minimo. Per provocazione – come usa dire chi ha poco da dire, e perdonate il gioco di parole – eppure funziona così: Giorgio Strehler è una figura che supera il concetto di Maestro. E anche per evitare i toni – nefasti – di una retorica che al personaggio sarebbe forse stata poco gradita.

Un uomo (è stato umano o divinità, o nessuna dei due?) che il teatro l’ha vissuta come missione, come folgorazione, come paradigma. E molto di più. Una creatura, Strehler, che ha legato – per arcinoti motivi biografici, e chi non sa perché torni a studiare – il suo nome al Piccolo Teatro.

Un’istituzione che, negli anni, è diventata tempio magico grazie soprattutto alla luminosità del suo estro. Al lavoro prolifico, laborioso, intenso che ha dedicato ai testi – santi da rispettare, nella sua visione, con religioso rispetto – e all’altare (ma non volevamo evitare la retorica?) del Teatro.

Il Piccolo, per i meno attenti, ha sostanzialmente pagato un debito – nel senso più affettuoso possibile – nei confronti del re e (nel 1947, insieme a Nina Vinchi e Paolo Grassi) del suo fondatore. Che, a vent’anni dalla scomparsa (è morto la notte di Natale…) fa avvertire sempre più la sua presenza sulla città

E negli ultimi mesi ha dedicato a Strehler L’umanità del teatro, un ciclo di eventi per ricordare a Milano, una città forse vorace nel consumo culturale ma mai dimentica dei suoi geni. Ne parliamo adesso, a eventi quasi completati, per provare a comprendere se tutto questo abbia avuto un senso (e la risposta è positiva, s’intende), se Milano abbia davvero introiettato tutti questi stimoli, abbia davvero percepito sulla propria pelle quanto Strehler abbia voluto dare a se stesso, al teatro, in un’ottica generativa di scambi e di suggestioni. Chissà se ce la meritiamo. Chissà se le tanto decantate generazioni future potranno farsene qualcosa. Ce lo si augura, per loro. 

Il ciclo che ha abbracciato, tra gli altri, il suo rapporto con i drammaturghi più importanti di sempre.

Čechov, Shakespeare, Brecht, Goldoni: autori che hanno accompagnato il mio cammino di regista in tutti questi anni. Ognuno di questi autori è il segno di una certa coerenza. Ad essi ho dedicato il mio tempo, la mia fatica. Essi sono come una specie di basso continuo che risuona lungo un grande lavoro di teatro e dal quale divergono e si innalzano linee melodiche diverse, per sempre legate ad un filo conduttore segreto,

sosteneva. Ed è da queste basi che ha preso vita Strehler e… Čechov, Shakespeare, Brecht, Goldoni, una rassegna curata da Stefano De Luca ed Enzo Mologni, partita il 24 novembre e terminata giusto ieri (il 20 dicembre per chi leggerà più avanti), che ha visto una serie di personaggi e accademici informati sui fatti (Fausto Malcovati, Maria Grazia Gregori, Alberto Bentoglio, Maurizio Porro) alle prese con il legame tra Giorgio e i geni del passato.

E poi tanto altro: una mostra (Cinquant’anni di spettacoli al Piccolo) suddivisa in tre percorsi per due spazi, al Teatro Strehler e a Rovello2, che ritrovano gli aspetti più importanti della sua esistenza e della sua professionalità. Costumi, manifesti, ma anche tracce dell’infanzia, della contaminazione con altri importanti nomi della scena, le maschere di Arlecchino, il sodalizio con i collaboratori più significativi…

Che dire, poi, della splendida mostra (Strehler fra Goldoni e Mozart)  in allestimento fino al 4 febbraio a Palazzo Reale, curata da Lorenzo Arruga, che nella sala delle Cariatidi mette in mostra bozzetti, modellini ed elementi di scenografia di opere come Don Giovanni, Il ratto dal serraglio e – potrebbe mai mancare? – il servitore di due padroni, darling Arlecchino?

Molto importante – e non ci dilunghiamo troppo per evitare, simpaticamente, conflitto d’interessi – anche il lavoro del nostro direttore Maurizio Porro, Giorgio Strehler il mago dei prodigi, un documentario che omaggia il maestro con amore e, soprattutto, con una gentilezza sognante che lo rende ancora più illuminante – e meravigliosi interventi con voce off di Andrea Jonasson, splendida messaggera, latrice di ricordi e di immaginazione (ma ci sono anche Riccardo Muti, Andrée Ruth Shammah, Gabriele Lavia…) 

E, per finire, non va trascurato il contributo di Stefano De Luca: riportiamo il commento da noi pubblicato qualche settimana fa e firmato da una nostra collaboratrice, Chiara Palumbo, sul suo Memorie di un guitto, pronto a tornare in scena al Teatro Studio Melato dal 21 dicembre. Buona lettura – e buono Strehler, sempre.

 

MEMORIE DI UN GUITTO – di Chiara Palumbo

“Il mio mestiere è quello di raccontare storie agli altri. Devo raccontarle. Non posso non raccontarle” Il lavoro dell’attore, secondo Giorgio Strehler, muove da qui. Dall’esigenza di dire, di dirsi. Non importa il contesto, che non è altro che un mezzo. Un racconto su di lui, dedicato a lui, non può che muovere da qui. E da una domanda velata di accusa, che di questa esigenza è naturale emanazione: “Non capite che il mezzo per raccontare è solo un passaggio, un pretesto per parlare con gli altri di cose che ti stanno dentro?” Raccontare storie passa attraverso il racconto di sè. Quello che fa Stefano De Luca, il guitto.

Regista, attore, innamorato del teatro da quando, bambino, i suoi occhi si sono posati sul viso di Fabiana Udenio, giovane Miranda di una Tempesta diretta proprio da Giorgio Strehler. Il maestro che anni dopo avrebbe guidato il suo percorso, e che fa da filo rosso a Maestro! Memorie di un Guitto. Un progetto potentemente milanese, quello di De Luca, che nel ventennale della scomparsa del fondatore del Piccolo Teatro supera le normali concorrenze fra sale e il timore di “bruciare” le piazze alla base della costruzione di molte tournée.

Dopo tre repliche al Teatro della Cooperativa lo spettacolo è stato messo in scena infatti al Teatro Libero l’11, per poi essere ospitato tra il 20 e il 22 allo Spazio Banterle del Teatro degli Incamminati e arrivare dal 21 dicembre, dopo una parentesi comasca, in quel Piccolo che è stato casa sia del maestro che dell’allievo, De Luca.

Una tournèe e un lavoro che hanno tutti i crismi dell’atto d’amore. Non solo e non tanto al maestro, ma al teatro in sè, al teatro, soprattutto, quando lo si impara.

Le memorie del giovane Stefano si snodano da Taranto e da quel primo amore scoperto sul Corriere dei Ragazzi, avvicinato tramite gli elenchi della SIP e mai confessato, fino al viaggio a Milano, ai provini e alla paura di aver perso la grande occasione, e poi invece no. L’ammissione, la scuola, il maestro che concede l’onore di assisterlo, le tante, infinite lezioni apprese e poi l’addio, quando il giovane è ormai pronto a volare da solo, come l’aviatore che ha incontrato il suo Piccolo Principe.

Un anno dopo l’altro, un frammento di ricordo dopo l’altro, sfilano tutti coloro che del Piccolo sono stati e sono parte integrante: chi ne ha reso grande la storia, chi ha imparato dai migliori e oggi sui palchi ne raccoglie il testimone prestigioso, fino ai tecnici, senza i quali la magia del teatro non esisterebbe. Citati per nome e cognome, tutti, perché in questo sfogliare le pagine della storia ogni volto ha diritto alla sua ribalta, al suo bagliore di bellezza rubata dagli occhi di un ragazzo che le è passato accanto e l’ha portata con sé.

Fra tutti il Maestro, che giganteggia coi suoi modi burberi e sorprendenti in un ritratto che rende commovente la gratitudine dell’allievo e immortale il maestro  dissacrandolo e ironizzando su tic e piccoli gesti quotidiani, proprio come farebbe un guitto che alla devozione preferisce la verità.

Stefano De Luca offre agli spettatori un compendio di tecnica teatrale, un saggio che scompone e condensa in pillole tutto ciò che il teatro è o dovrebbe essere. Momenti di commozione e risata senza soluzione di continuità, un corpo guizzante e mutevole interamente al servizio della scena e che torna ad essere il primo vero strumento del teatro. Eppure, in quest’ora di gradevolissima manifestazione del mestiere dell’attore, Stefano De Luca dimostra di conoscere bene la “differenza tra essere e fare, l’attore”, direbbe Luca Ronconi. Uno spettacolo che racconta il teatro nel suo farsi che precede l’alzata del sipario, dedicato a un maestro, portato in scena da un interprete che è, un attore, è il modo migliore per appassionarsi al teatro. O per ricordarsi nel volgere di una sera i motivi per cui lo si ama.

Foto di Luigi Ciminaghi

Video dal canale di Andrea Simone 

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