Con il nuovo album Bill Callahan mette in musica il suo vissuto, evoca il rapporto col padre ed entra in dialogo con l’ombra di Lou Reed. 12 canzoni confezionate con uno stile semplice ma ricco di sfumature e un andamento lento, quasi ipnotico
Ho ascoltato, questo My days of 58 (I miei giorni a 58 anni) di Bill Callahan mentre andavo “a fare asparagi” in una soleggiata giornata di marzo.
Originario di Silver Spring nel Maryland (attualmente vive ad Austin nel Texas), Bill Callahan inizia la sua carriera facendo fino al 2005 cassette low-fi con lo pseudonimo di Smog. I titoli più significativi: Forgotten Foundation (1992), Julius Cesar (1993), Wild Love (1995). Nel 2007 abbandona lo pseudonimo e, con il suo vero nome, produce ottime opere tra le quali Sometime i Wish we were an Eagle (2009), Apocalipse (2011) e Dream River (2013). È considerato uno tra i principali esponenti del cantautorato lo-fi degli anni novanta e duemila.

Tra i musicisti che rendono speciale “My days of 58” non si può non menzionare il batterista Jim White, che peraltro compare in quasi tutti gli album di Callahan. Lo stile di White, fatto di spazzolate e pennellate, si adatta perfettamente al sound del disco.
Il brano d’apertura, Why Do Men Sing, è una lezione magistrale di scrittura musicale, con chitarre appropriate e bei cori femminili. Qui al di là della domanda del titolo, che l’autore pone a se stesso e ai suoi interlocutori immaginari, Bill racconta (a tratti interloquendo con Lou Reed) il suo faticoso pellegrinare di songwriter di città in città.
The Man I’m Supposed to Be inizia in modo lento e inquietante, con sonorità che ricordano i primi lavori degli Smog. Callahan interroga “quel demone dentro di sé”, che in modo abbastanza trasparente rimanda alla vita e alla morte. Empathy è una lettera struggente al padre ed è probabilmente la canzone più personale del disco.
Con Computer il tono diventa di denuncia e Callahan prende posizione sulla deriva ipertecnologica che l’umanità o parte di essa sta assumendo, e canta: “I’m not a robot and i’ll never will be”. Mentre con la leggera e fischiettata Highway Born torna a celebrare lo stile di vita nomade fonte di continuo rinnovamento.
La desolata Lonely City” costruisce gradualmente una calda e incalzante atmosfera mentre un sottofondo nebuloso si alza come il vapore dalle colline dopo la pioggia.
In Stepping Out for Air, capolavoro dell’album, il songwriter esce a prendere una boccata d’aria in cerca di bellezza e risposte nell’oscurità del verso. Alle spalle soffiano i fiati come un vento che ti sospinge quando cammini lungo un fiume. Sette incantevoli minuti di suoni che, in una progressione splendida e mai banale, fanno venire voglia di riascoltare il disco.
Lo stile dell’album è molto personale. Sembra semplice ma in realtà è strutturato e pieno di sfumature. Colpisce nell’economia del sound il tono della voce: bassa, baritonale, a tratti quasi parlata, colloquiale. I testi mescolano quotidianità e lirismo surreale: “ …Non trattare la tua barca come uno yacht”.
Le sue canzoni hanno un andamento contemplativo; si avverte un sentimento di solitudine, che non comunica tristezza ma un bisogno di riflessione. Gli arrangiamenti essenziali hanno un ritmo talvolta molto lento quasi ipnotico.
Bill Callahan definisce My Days of 58 “album da salotto”. Ma le sue liriche potrebbero benissimo accompagnare una passeggiata nel bosco a raccogliere asparagi selvatici.
Foto di copertina @ Alexa Viscius