La grande abbuffata (di cui siamo già sazi)

In Teatro

Foto © Luca Del Pia

Torna in scena in una attenta riduzione teatrale a firma Michele Sinisi l’iconico film di Marco Ferreri del ’73: ma per il mondo del 2021 forse è una – disturbante – quotidianità

Foto © Luca Del Pia

Disturbante, eccessivo, rifiutato, repellente. Lo era sembrato – voleva sembrarlo – quando Marco Ferreri consegnò al mondo La grande abbuffata nel 1973, e conserva quella sua peculiarità nella riduzione teatrale che apre la stagione del teatro Sala Fontana, con la regia firmata da Michele Sinisi così come la riscrittura, a quattro mani con il drammaturgo Francesco Maria Asselta.

Della versione cinematografica, quella teatrale conserva l’ambientazione claustrofobica da “Angelo Sterminatore” di Bunuel, qui completata  – in una scena piena eppure fredda – da una Vespa chiara, da effetti scenici che provano a evocare il cinema (dalla pioggia alla materia emessa da un wc a fondo scena in pieno spettacolo) e da da un tavolo in metallo simile a quello di un obitorio.

Un’atmosfera illividita da luci dai colori violenti e appesantita dall’irruzione volutamente scomposta della multimedialità e dei frammenti di video in rete. E in questo contesto che – come nel film, quattro amici hanno scelto di rinchiudersi, di impegnarsi a morire di eccessi. Di cibo, innanzitutto, e poi di sesso. A lasciar spadroneggiare – per l’ora e dieci della messa in scena – tutto ciò le viscere bramano e producono.

La messa in scena dell’annichilimento, dell’abbruttimento, dell’inaccettabile, era caricata di una capacità deflagrante che, in quella temperie culturale, ha avuto – per il pubblico, ma anche per la critica che lo stroncò disgustata – una forza difficilmente ripetibile. La possiede ancora, oggi? Senza dubbio può accadere di uscire dalla sala disturbati.

Ma si tratta di un residuo di moralismo perbenista che ancora ci rende repellente l’esibizione in scena del corpo nudo, della sessualità esasperata, dell’eruzione di ogni forma di deiezione? O non è forse piuttosto vero che il disgusto che Ferreri, quattro decadi orsono, prefigurava, ci è ormai diventato talmente abituale da stomacare sì, ma come qualcosa di cui siamo ormai, irrimediabilmente sazi, e che pure ancora il mondo prima che la sua rappresentazione, insiste a forzarci nella gola, fino a che manca persino il fiato per respingerlo?


E allora quale è il senso e il messaggio nel portarlo in scena oggi? Inchiodarci ancora una volta ai nostri perbenismi oppure renderci evidente quanto ormai il confine sia stato superato ormai da tempo?  Esiste però una terza, possibile, chiave di lettura, che forse inducono a prediligere anche le interpretazioni di qualità dei protagonisti in scena: Stefano Braschi, Gianni D’addario, Sara Drago, Marisa Grimaldo, Stefania Medri, Donato Paternoster, Adele Tirante. Nell’esasperare tutto ciò che interpretano, mantengono comunque un elevatissimo grado di consapevolezza e – paradossalmente – controllo, dando corpo a una costruzione scenica attentissima e accurata che proprio grazie a questo rende teatralmente efficace il rutilante caos grottesco che compone la messa in scena. Se quello che ci consegna Ferreri, oggi, fosse che in realtà, l’eccesso porta soltanto repulsione? Che la fame dello scandalo ha svuotato di senso ogni forma di provocazione, così come – suggerisce un Ninni Bruschetta trasformato in Amleto contemporaneo – tutto ciò che afferisce al mondo del teatro e della recitazione è ormai sinonimo inevitabile di falso, posticcio e inessenziale, quando in realtà nulla esiste di più vero che prendere in scena, nello spazio dove tutto accade nudo e senza filtri – il corpo di qualcun altro per far risuonare la sua voce. Impersonare qualcun altro per toccarne il nocciolo più autentico dell’esistenza? Anche per questo la riduzione teatrale non rinuncia, senza però rincorrerlo, a calarsi in questo presente così complesso, fatto di mascherine, igenizzanti e attesa di un vaccino che tuttavia non immunizza da tutto lo schifo nel quale siamo immersi.  Un disgusto che, tuttavia, tanto più oggi, fa rima con la frustrazione.

Nell’overdose di sessualità esibita, tra le grida e le violente luci che saettano dal dio-apparenza dei social network, quel che rimane è la certezza di un fallimento. Di corpi che si scontrano e lottano senza incontrarsi, che si consumano senza piacere. Gli amplessi falliscono inevitabilmente, correndo a rotta di collo verso una morte senza speranza, una caduta nell’abisso che non può non arrendersi all’idea del desiderio come solo spazio di autentica possibile salvezza. Perché il momento in cui si realizza e prende la forma della realtà è il medesimo in cui viene meno, lasciando dietro di se soltanto la nostalgia del momento in cui non era ancora.

Le donne – o meglio i loro corpi – ormai pienamente consapevoli della propria trasformazione in oggetto sessuale, osservano ormai con fastidio l’incapacità del maschio di appagare persino le proprie pulsioni, di dar forma persino a quell’abiezione della quale vorrebbe – ancora – farsi vanto. E allora siamo sicuri che il recupero della propria dimensione animale, carnale, sia una – tanto più autentica quanto più è sgradevole – ricerca di autenticità, laddove spaventa. E non sia piuttosto la certificazione di un fallimento a tal punto connaturato al nostro presente da non renderci capaci di vederlo più, come Calvino immaginava l’inferno?