CATTEDRALE AMLETO

In Teatro

Foto © Masiar Pasquali

Foto © Masiar Pasquali Nella sua carriera Shakespeare usò 29.000 parole diverse di cui 600 nuove solo nell’Amleto. Nel grande spettacolo che ora Antonio Latella…

Foto © Masiar Pasquali

Nella sua carriera Shakespeare usò 29.000 parole diverse di cui 600 nuove solo nell’Amleto. Nel grande spettacolo che ora Antonio Latella ha allestito per il Piccolo allo Studio Melato fino al 27 giugno (con posti limitatissimi) queste parole rimbalzano in girotondi magnifici, in piena luce permettendo una lettura non univoca della più famosa e più doppia tragedia del mondo. Ciascuno la può indossare. 

Ha ragione il regista quando dice che Amleto è tutto quello che sta in mezzo tra il bianco e il nero, l’essere e il non essere. Recitato in edizione integralissima, come forse solo nel film di Branagh (il più completo tra i 50 titoli e oltre del cinema), tradotto con filologico rispetto da Federico Bellini, con drammaturgia di Linda Dalisi, questo spettacolo è gigantesco per forma e sostanza, una grande cattedrale in cui si entra, si osserva, ci si insinua, ci si commuove, ci si inginocchia come fa spesso il protagonista, scoprendo che si parla di noi e sempre e comunque di teatro. 

Una Santa Estasi scespiriana. Avvertiamo che sono 6 ore e 40 di meraviglia (compresa un’ora di intervallo), ma si sa che Amleto è lungo di natura e anche le edizioni più classiche, metti Albertazzi Zeffirelli, erano quattro ore abbondanti. Qui, oltre all’integrità della traduzione che recupera tutto quello che nel finale, con l’arrivo della Restaurazione di Fortebraccio, viene dopo la mitica battuta Il resto è silenzio, perfetta epigrafe della pandemia, c’è la tenerezza dello sguardo di Latella. Offre un Amleto (e pure un fantasma, Anna Coppola) femminili con la bravissima Federica Rosellini e ha sempre ragione lui: nel XXI secolo non c’è differenza tra un Amleto maschio o donna, e poi non è certo la prima volta. 

Compone uno spettacolo che parla di teatro, del vecchio e del nuovo, dei topoi e delle novità, dei birignao e dei colpi di scena. E della memoria, quando avviene l’ingresso spacca cuore di 20 relle (o stand) cui sono appoggiati decine e decine di costumi della storia del Piccolo, elisabettiani o stracci di tela, equamente divisa tra i titoli diretti da Strehler e quelli di Ronconi. Ognuno conserva un pezzo di storia personale e collettiva, non per caso Latella sceglie primo il costume colorato di Arlecchino (l’aveva anche messo in scena in una bella ma discussa versione); appare anche la veste lilla con cui si copriva l’ignuda artista, la Ilse-Valentina dei “Giganti della montagna”. 

Il teatro la fa da protagonista, nella sua funzione di stimolatore di dubbi: con musica e canzoni e un pianoforte che a lato strimpella più che altro rumori. Ciò vistosamente accade a partire dalla scena dei comici, che arrivano chiusi dentro nel ventre della grande botola centrale del teatro Studio che diventerà poi la piscina dove muore Ofelia e dove si getta anche Laerte con fraterno abbraccio e infine sarà il campo di zolle cimiteriali in cui spuntano molti teschi oltre a quello del buffone Yorick.

 Ma sono gli attori che ordiscono con Amleto il tranello in cui cadrà la coscienza del re e tutta la tragedia ha una duplice lettura fra vero e falso, reale e teatrale, vita e spettacolo, sofferenza e racconto di essa. I primi quattro atti sono recitati in piena luce led mentre il quinto prende le penombre del teatro; tutto il duello finale con il veleno che infanga le spade e uccide la edipica sfortunata famiglia viene solo letto, raccontato da Orazio, Amleto è steso tra i teschi già praticamente in putrefazione. 

Ed è proprio Orazio che fin dall’inizio è il conduttore del testo, ne legge le didascalie, invita gli attori spesso in ruoli molteplici, diventa alter ego del principe e sul suo rapporto con Amleto c’erano stati già gossip. E’ grande e memorabile la struttura di questa operazione teatrale tutta complementare a se stessa, divisa in due, in viaggio tra la Danimarca e l’Inghilterra. Prima bianca e poi nera, prima in onore del padre e poi della madre, prima in smoking candido e poi in abiti elisabettiani neri, cosicché alla fine usciamo con la percezione di aver ascoltato (non solo visto) un Amleto da cui non si potrà prescindere. 

Latella ne aveva già fatti tre: «Per un Amleto ogni dieci anni è una cura ideale, perché passando gli anni lo vedi con una luce diversa ne cogli aspetti inediti, cambia colore, la umanità ha sempre guardato se stessa con gli occhi di Amleto». Lo spettacolo va in scena con un anno e 80 giorni di ritardo causa Covid, ma è un Amleto che ci porta alle radici e in cui noi ci identifichiamo col testo, perché contiene non solo una contemporaneità di spirito ma pure un’attualità socio politica che fa impressione. Latella, che minaccia ora di ritirarsi dalle scene e speriamo che menta, dedica lo spettacolo a una collega e spettatrice speciale, Maria Grazia Gregori, che l’avrebbe molto amato. Avvertenze tecniche: la maratona delle due parti viene recitata al week end dalle 14 in forma integrale oppure in settimana alle 18 in due distinti spettacoli, prima e seconda parte, come già successe al Piccolo anni fa col multi scespiriano Gioco dei potenti, poi con la Lehman story.  A proposito della durata, falso problema, chiarisce il regista: “Detesto la durata teatrale che calcola l’ora dell’ultimo metrò, il pubblico desidera una durata reale per ottenere la catarsi”. 

Un capolavoro di Latella, Santa Estasi, durava infatti una notte intera vissuta fra gli incubi degli Atridi. In questo Amleto diviso in due, votato alla doppiezza, il cast è tutto strepitoso, dalle citate Rosellini e Coppola, a Francesca Cutolo, Flaminia Cuzzoli, Michelangelo Dalisi, Ludovico Fededegni, Francesco Manetti, Fabio Pasquini, Stefano Patti e Andrea Sorrentino nell’impianto scenico a pista centrale di Giuseppe Stellato. E che Amleto sia donna non è certo per le polemiche del me too. «Le parole non hanno gender, follia e marciume sono in tutta la Danimarca non solo in Amleto». Basilare la ricerca attraverso le tre edizioni usate da Federico Bellini, traduttore che ha prediletto la seconda: “È stato uno scontro duro e difficile, ogni parola è un bivio in ogni dimensione, anche religiosa o politica, ma alla base c’è sempre il teatro come lotta tra verità e finzione, estasi e bestemmia, volgarità e poesia». 

Maurizio Porro