“This Mirror Weighs a Ton”, ultimo album degli Interpol, unisce luce e oscurità e può essere letto (e ascoltato) come una meditazione sul peso dell’esistenza. Eppure trasmette un’energia e una freschezza sorprendenti. Ben tornati
A distanza di poche settimana dalla pubblicazione dell’attesissimo ultimo disco degli Strokes, esce il nuovo cd degli Interpol, band quasi coetanea e della stessa scena post 2000 newyorkese che riportò in auge il rock indie, assopito negli anni 90.
This Mirror Weighs a Ton (copertina minacciosamente evocativa: un lampadario irto di telecamere di sorveglianza) è prodotto da Andrew Wyatt, avvezzo ad artiste dalle sonorità opposte (Dua Lipa, Lorde etc.), e realizzato dalla band composta per l’occasione dai tre membri storici: Paul Banks, Daniel Kessler, Sam Fogarino, dal tastierista Brandon Curtis e dal bassista Brad Truax.
L’album è stato registrato nello studio dello stesso Wyatt a Manhattan (prima volta in dieci anni che gli Interpol registrano “nella loro città”). Il ritorno nei luoghi un tempo frequentati dalla band, e in parte ora molto cambiati, ha donato al complesso una nuova ispirazione ed energia musicale. Anche se Paul Banks ha scritto i testi in casa sua a Berlino.

This Mirror Weighs a Ton
Il disco, diviso in due parti (la prima più movimentata, la seconda più riflessiva), sorprende già dall’impatto iniziale. La title track in apertura è seducente e dal crescendo graduale: una novità assoluta per la band, che pur mantiene il suo stile inconfondibile. È un pezzo che unisce luce e oscurità. È inoltre la prima di due canzoni (la seconda è Enemy) in cui Banks canta con la compagna Juliet Seger-Banks. Il titolo del brano e dell’album è enigmatico, poetico e perfettamente in sintonia con il sound del disco. Il frontman racconta che l’espressione è emersa da quel “territorio del subconscio in cui melodia e linguaggio si fondono”
La scoppiettante ma struggente Iron City ci porta a Central Park a riflettere sulle incertezze del futuro. Interlocutore di un ipotetico quanto criptico dialogo l’Intelligenza Artificiale. See Out Loud è un pezzo post-punk nervoso, che però riserva una sorpresa con una sezione centrale cantata da Kessler. Anche Wings On Fire ha un andamento teso e agitato con un ritornello che esorta a scoprire chi veramente siamo.
L’ampio respiro orchestrale di Ever The Actor sgombra l’orizzonte, preparando il terreno per le atmosfere decisamente più bizzarre e meno nervose della seconda parte del disco.

Il mix di beat battimani e chitarra acustica di So Rides The Reindeer crea un sound che ricorda altre band tipo Gorillaz – una novità inedita per gli Interpol.
Notevole Wake up, brano caratterizzato dai ritmi groove funk, sostenuti dal bassista Truax nella strofa, che fanno spazio a un ritornello emozionale con una potente melodia evocativa, in cui si pensa al risveglio sì ma interiore.
Il basso di Truax è il motore di un’altra novità significativa dell’album: le code finali (outro) lunghe ed elaborate. Bird And The Serpent ne è forse l’esempio migliore: quasi due minuti di sonorità avvolgenti e incalzanti che si contendono la scena.
In Sudden, che chiude il disco, con un tono essenziale e austero, Banks canta “This is not sudden for me” ripetendo questo mantra su accordi inquieti e rumori ambientali di fondo e portando in primo piano le considerazioni di un incessante monologo interiore. “So che stiamo cambiando sonorità / So che stiamo cambiando adesso”.
Questo ultimo brano casca a fagiolo, e ci spiega l’idea del disco, quasi a voler ripercorrere i 50 minuti precedenti che testimoniano la continua evoluzione artistica e creativa degli Interpol.
This Mirror Weighs a Ton possiede l’inconfondibile DNA degli Interpol e non è un lavoro eccessivamente stravagante, eppure trasmette un’energia e una freschezza sorprendenti, soprattutto dopo aver temuto che la band avesse esaurito la propria ispirazione.
In chiave filosofica il disco può essere letto come una riflessione sul peso dell’esistenza e dell’identità, il tentativo di rimanere se stessi mentre il tempo, le relazioni e le contraddizioni ci trasformano.
Foto: @ Eliot Lee Hazel