Drusilla Foer: la Tiresia del XXI secolo

In Teatro


Un appuntamento unico – in tutti sensi – quello dello scorso martedì 16 aprile al teatro Manzoni. L’eleganza si è rifatta iconica e ha ripopolato le scene milanesi in un fiabesco recital sotto la direzione artistica di Franco Godi. La protagonista è una “dama silver”, lanciata sul grande schermo da Ozpetek e spesso in tv al fianco di Piero Chiambretti. Mai volgare, mai fuori luogo, e sempre agiata nei panni che sa vestire meglio: i suoi. La nostra recensione sull’altissima, purissima, ed Eleganzissima Drusilla Foer.

Ciao Milano!, saluta così il suo pubblico con un tono abbastanza civettuolo e indossando una tuta nera a palazzo con strass luccicanti.

È stato il suo ultimo debutto, l’ultima delle quaranta repliche di Eleganzissima, il suo ormai noto “recital all’americana”, parola che peraltro adora pronunciare in modo suadente e con un’esclusiva e forzata cadenza british.

Come una caravella che naviga nella tempesta della vita, Drusilla Foer ha salpato ancora con grazia e innata naturalezza il palco del Teatro Manzoni. L’ultima volta, al Verme, il copione era lo stesso, la vicenda narrata era sempre la solita, ma anche qui ha prevalso una leggerezza vincente, e nel suo ripetersi, ogni battuta ha brillato comunque di una simpatica allure.

Una leggerezza profonda, autentica e acuta, capace di animare il rumore fiabesco della sua funambolica “autobiografia”; una story-telling veramente fantasiosa che ha saputo confondersi in tutto e per tutto con la realtà circostante.

Lei, senese come il panforte, sulle camicie che non indossa più ha ricamate le cifre G.G., ha un altro nome all’anagrafe e ha un altro “es freudiano” segretissimo, ma questo non importa a nessuno perché ciò che trionfa è lo spirito della finzione, del paradosso e del vivere ossimorico del suo alter ego.

La Drusilla dalle bianche braccia, come una Eleonora Duse del cabaret, illumina e traballa nella verosimiglianza delle sue avventure; s’immagina figlia di un diplomatico in servizio a Cuba, racconta di sorellastre morte fortunatamente abbastanza in fretta, di una madre dal marcato spirito borghese, di una nonna napoletana molto austera che è spirata al Teatro San Carlo durante la prima di Fidelio.

Nel mentre si dimena con ritmo e canta senza stonature, confessa i suoi peccati, i suoi amori e le tappe del suo lavoro dal Portogallo a New York, sempre accompagnata dal pianoforte del maestro Loris di Leo, un vero dandy che vorrebbe strimpellare Jannacci e Gaber, ritrovandosi poi col suonare Murolo, Amy Winehouse, Milly e altri grandi poeti della canzone.

Ogni nota musicale le calza a pennello come un abito da sera realizzato su misura.
Non a caso si cambia più volte e come in ogni recital che si rispetti, la musica fa continuamente da guida, tra le note del sassofono e del clarinetto di Nico Gori e quelle della chitarra del maestro Franco Godi che ne firma la direzione artistica.

Sono pochi i momenti dove la scaletta appesantisce il pubblico e alla fine lo spirto vivace pien d’amore non fa sospirare l’anima di Drusilla, ma l’aiuta a intonare un inno che gronda di vera etica e umanità nei confronti di un diverso collettivo. 

Rimarcando il valore del “Dio ci fece e gettò lo stampo” e aborrendo la tristezza campale del pregiudizio, la Foer ha fatto la scelta semplice e spontanea di essere completamente se stessa.

Si può sfogliare il galateo immaginario della sua arte, il manifesto della sua ambiguità, e in due ore di spietata e divertita malinconia, non si possono non scorgere le barriere fragili di un passato intimo e sofferto, i frangenti di una soffitta che non vuol più essere rispolverata.

Drusilla Foer vuole un pubblico che sappia di lei, ma che non sappia troppo!

Di tanto in tanto trangugia – ma sempre con classe – dei sorsi pieni di gin tonic posato sul pianoforte a coda; ma l’alcol non le fa scordare nulla, anzi!  Dai sorrisi alle ingiustizie che vengono subite, un carezzevole riguardo rivolto ai più umili e ai più soli, e persino una poesia toscana sulla follia.

Con un’anima disimpegnata, simile a quella dell’inimitabile Paolo Poli, e un’ironia costruita alla maniera del compianto Thierry Le Luron, anche le frasi ad effetto e la morale di Drusilla Foer si intersecano in un vero repertorio di varietà, come infatti è l’andamento sentimentale di tutto lo spettacolo.

Proprio considerando che si tratta di varietà però, ora più che mai serve anche un cambio di copione e un nuovo sé che possa ricordare altre storielle vissute dalla Tiresia del XXI secolo.

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