La musica che gira intorno/ 29

In Musica

Pop, rock, folk, contemporanea: i nuovi album, le ristampe, gli eventi musicali significativi

Omaggio ad Azio Corghi
Azio Corghi, il più grande dei nostri compositori contemporanei, ha compiuto ottant’anni in marzo. Milano festeggia il musicista che ha fatto la storia del teatro d’opera più recente (da ricordare almeno, oltre a Giocasta, Blimunda, Divara e Il dissoluto assolto, queste ultime tre con il libretto del Nobel José Saramago) e che, da insegnante, ha avuto una serie impressionante di allievi, con una giornata di studi al Conservatorio, giovedì 11 dalle 10.45 alle 21. Il maestro sarà intervistato da Marco Stroppa, Luca Francesconi e Antonello Allemandi, suoi ex allievi, mentre un altro ex alunno, Mauro Bonifazi, dirigerà alle 21 i solisti e l’ensemble del Laboratorio di Musica Contemporanea, che eseguiranno le sue musiche. Ingresso gratuito.

 

Old Crow Medicine Show – Vagon wheel / CC Rider/ Pledging my time/ I want you/ Absolutely sweet Marie
Nashville non è più popolata soprattutto dai bifolchi del film di Altman ma, oggi, anche da gente come gli Old Crow Medicine Show di Ketch Secor, attivi dal 1998 e scoperti dal grande strumentista bluegrass Doc Watson mentre facevano i busker nel North Carolina stravolgendo il country e la tradizione con rude impeto punk. Da allora ne hanno fatta di strada: dal 2013 sono in pianta stabile nel Grand Ole Opry, il programma radiofonico trasmesso dal vivo che è diventato un monumento del country, nel 2014 hanno ricevuto un Grammy per il migliore album folk e Bob Dylan in persona ha scritto un brano con Secor, Band wagon, che è diventato rapidamente disco di platino. Il 2017 degli Old Crow è affollato: da poco è uscito il Best of (****), che rivisita la loro storia, da pochissimo lo scatenato e strepitoso live 50 years of Blonde on blonde (****1/2) che rende omaggio al capolavoro 1967 di Dylan e non sfigura di fronte all’originale, in autunno uscirà il nuovo disco di studio.



 

 

Christadoro – L’operaio Gerolamo/ Il sosia/ L’ultimo spettacolo/ L’ombra della luce
Tornano gli anni ’70 italiani. Qualche settimana fa ho parlato dei Gang, e del loro felice ritorno ai Seventies con Calibro 77. Scopro ora che i Gang erano stati preceduti da Christadoro (***1/2). Titolo del disco e nome della band formata da Max Cristadoro (Carnival of Fools, La Crus) alla batteria, Fabio Zuffanti (Finisterre) al basso, Paolo “Ske” Botta (Yugen) alle tastiere, Pier Panzeri (Biglietto per l’Inferno) alle chitarre e Andrea “Mitzi” Del Santo alla voce. Ospiti illustri Franco Mussida della Pfm e Garbo. Produzione di Livio Magnini ex Bluvertigo. Che ha di speciale questo disco? Che prende Lucio Dalla, Giorgio Gaber, Roberto Vecchioni, i Decibel, Claudio Baglioni, Antonello Venditti, l’ospite Mussida e Franco Battiato e li frulla in salsa progressive. Scommessa azzardata ma funziona, giuro che funziona.



Ryan Adams – Do you still love me?/ Shiver and shake/ Outbound train/ Tightrope
Per Ryan Adams, rocker bulimico che sforna più di un album all’anno e a volte sorprende il suo pubblico con triplette o annunci di cinque album in contemporanea, anche gli affari di cuore si sciorinano all’insegna della sovrabbondanza. Quelle di The prisoner (***1/2) sono canzoni da fine di un amore, più esattamente da fine di un matrimonio, quello con l’attrice e cantante Mandy Moore. Vano cercare nelle dodici tracce lo strazio e il furore di Bob Dylan all’epoca di Blood on the tracks. Ci si trova invece un rock chitarristico solido e bene impaginato, passionale e irruento ma formalmente controllato, in debito evidente (non è la prima volta per Ryan Adams) con Bruce Springsteen. A tal punto che canzoni come Outbound train, con il trascurabile dettaglio dell’angoscia che sostituisce la passione, paiono prelevate di peso da Born in the U.S.A. Dicevo rocker bulimico, meglio sarebbe dire compositore torrenziale (e Ryan Adams, come Springsteen, è un grande autore rock). La conferma viene, poco tempo dopo The prisoner, dalla pubblicazione di Prisoner B-sides (***1/2), diciassette brani scartati dall’album principale e non troppo inferiori alle canzoni privilegiate.


 

Minor Victories – Cogs/ Give up the ghost/ Scattered ashes/ For you always
Un supergruppo alt-rock inglese che propone una versione orchestrale, con variazioni (****), dell’album che li ha fatti conoscere nel 2016. Loro sono i Minor Victories, ovvero Stuart Braithwaite dei Mogwai, Rachel Goswell degli Slowdive, Justin Lockey degli Editors e suo fratello James, filmmaker del gruppo. Fanno un post-rock affascinante, qui lo rivestono di aromi che spaziano da Satie a Yann Tiersen. Gran bella prova.


 

Ed Sheeran – Castle on the hill/ Shape of you/ How would you feel (Paean)/ Nancy Mulligan
Come si fa a volergli male? Cordiale, mite e un po’ sovrappeso come un ragazzo del pub accanto, con quei capelli rossi, le lentiggini e gli occhiali, l’inglese Ed Sheeran (26 anni, padre curatore d’arte e madre designer di gioielli, cattolico e irlandese d’origine, vita in campagna nel Suffolk) ha conquistato il pianeta. I numeri sono eloquenti: le canzoni del nuovo album ÷ (***, starebbe per “divide”, gli album precedenti si intitolavano + e x) hanno avuto un miliardo di visualizzazioni su YouTube, aggiungiamoli a sei miliardi dei lavori passati e fanno sette miliardi, quanto gli abitanti della Terra. Canzoni facili facili e calde come una brioche, con tanto burro e marmellata, ballatone per chitarra piano e voce tenerella, ogni tanto un po’ di ritmo e un accenno reggaeton, ogni tanto una spruzzata di rap leggero, qui e là un’increspatura irish. Con questi ingredienti semplici, Sheeran è stato inserito da Time nella lista delle cento persone più influenti del mondo. Ora poi gira voce che, alla fine del tour che lo vede in giro, potrebbe anche ritirarsi per mettere su famiglia, e che ha acquistato casale e vigna in Umbria. Chissà, magari ce lo ritroviamo vicino di casa di D’Alema e produttore di vino biologico.


 

Richard Osborn – Streets of Laredo, a pastorale/ Still I will be merry/ Your eyes
Quella di Richard Osborne è la storia di un destino crudele addolcita da un lieto fine. Chitarrista, allievo nei tardi anni ’60 del grande Robbie Basho (1940-1986), creatore assieme all’altro gigante John Fahey del “primitive american guitarism”, era secondo il maestro tecnicamente più bravo di lui e di Fahey. A quel chitarrismo virtuoso e meditativo, che fondeva musica colta europea, blues, nativismo e raga indiani, Osborn dovette rinunciare in seguito a un grave incidente che gli lesionò i tendini della mano sinistra, scomparendo dalla scena per un quarto di secolo. Soltanto nel 1995 gli parve di avere ritrovato la forza sufficiente per riprendere a esercitarsi e soltanto quindici anni dopo, nel 2010, trovò ospitalità in un’antologia di chitarristi acustici. Da allora sono seguiti due album assai bene accolti, Endless (****) è il terzo. Un disco di quieta bellezza e soave atemporalità, che rivolta come un guanto antiche canzoni da cowboy (Streets of Laredo, a pastorale) e lancia ponti fra l’Occidente e l’Oriente, come accade con l’estatica e ipnotica Your eyes, undici minuti di libero flusso scanditi dalle tablas.


 

Guy Clark – Hemingway’s whiskey/ My favorite picture of you/ Cornmeal waltz/ Tornado time in Texas/ Desperados waiting for a train/ Fort Worth blues
Per uno strano contrappasso uno stato come il Texas, che il nostro immaginario associa da sempre a umori reazionari, ha prodotto una straordinaria leva cantautoriale che smentisce il cliché. Si potrebbero fare almeno una decina di nomi, Guy Clark (1941-2016) è uno dei maggiori, fin dallo straordinario esordio di Old no. 1 (1975, *****). Chitarrista e liutaio, autore misurato e scabro, attento agli everyday people e agli spigoli dell’esistenza, è stato un punto di riferimento per tutta la scena dell’alt-country e degli outlaws, per chi reagiva al country patinato e kitsch di Nashville buttando palate di vita nelle canzoni. Il grande Townes Van Zandt è stato suo amico di una vita, Steve Earle ha avuto in lui un maestro nonché il primo produttore. A un anno dalla scomparsa escono due dischi molto belli che rendono omaggio alla sua arte: Live from Austin Tx, cd e dvd (****) e questo The best of Dualtone years (****), che dà conto del periodo 2006-2016, che lo vide vincere un Grammy (nel 2014, con My favorite picture of you). Banditi che aspettano un treno, occhi di migranti, barche da costruire, il tornado che scoperchia i tetti delle case in Texas, i vecchi amici che se ne vanno (si ascolti la toccante Fort Worth blues di Steve Earle, un addio a Van Zandt), Hemingway che si fa il suo whisky. L’intensità controllata di un maestro.



 

Valerie June – Long lonely road/ Shakedown/ Man done wrong/ Slip slide on by
Le canzoni che scrive e canta lei le definisce “organic moonshine roots music”. Lei è Valerie June, 35 anni, nata a Jackson nel Tennessee e da qualche anno di stanza a Brooklyn, figlia d’arte (suo padre è chitarrista ed è stato promoter tra gli altri di Prince e Bobby Womack), al secondo album dopo alcuni lavori autoprodotti. Capelli da medusa e voce nasale e strascicata, in The order of time (****) fonde il folk bianco con il soul e con un blues ancestrale, ottenendo una miscela atipica e fortemente personale, e un suono tra i più puliti e brillanti degli ultimi tempi. Suonano e cantano con lei, oltre ai familiari, Matt Martinelli dei Bad Brains e, ai cori, Norah Jones.


 

Ben Bedford – The pilot and the flying machine pt. 1/ Letters to the Earth/ The voyage of John and Emma/ Blood on Missouri
Nobile cantautorato americano fuori dai tempi e dalle mode, con le suggestioni giuste (il grande Townes Van Zandt, su YouTube trovate Ben Bedford che rifà la sua If I needed you con la moglie Kari ma anche qualcosa di Jackson Browne). Originario dell’Illinois, Bedford ha già una decina d’anni di attività alle spalle. Ballad acustiche dense e di non banale pienezza melodica, impreziosite da un arrangiamento che gira alla larga dal rock e punta, in maniera assai personale, sull’effetto classico: si ascoltino lo strepitoso violinista e violista Diederik von Wassenaer e il misurato Ethan Jodziewicz al doppio basso per averne conferma. The pilot and the flying machine (****) è una sorpresa bella quanto inattesa.


 

Colombre – Pulviscolo/ Blatte/ Dimmi tu/ Sveglia
Il colombre è il mostro marino di un celebre racconto di Dino Buzzati. Per tutta la vita, visibile soltanto a lui e a nessun altro, tallona un marinaio che ha seguito le orme paterne, è sbarcato per paura e si è poi tornato a reimbarcare. Diventato a suo volta comandante, invecchiato e prossimo alla morte, il marinaio si fa calare in mare dentro una scialuppa per incontrare il mostro. Che gli dice, più o meno: “Quanto tempo ci hai messo, io volevo vederti soltanto perché avevo in serbo per te una perla che dona la felicità”. Colombre è in nome d’arte scelto da Giovanni Imparato, marchigiano di Senigallia e già frontman dei Chewingum, per il buon esordio solista di Pulviscolo (***1/2). Un album registrato in presa diretta, con molto elettropop discreto (tra chitarre, tastiere e omnichord c’è anche un organo giocattolo della Bontempi) e dosate allusioni ai molti amori dell’autore: Pink Floyd, Talking Heads, Caetano Veloso. Il colombre è una metafora trasparente, a cui le canzoni danno corpo, delle attese inutili e delle paure che ci bloccano, anche e soprattutto quando evocano pericoli immaginari.


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