La macchina del tempo: Wells&Mari

In Letteratura

Viaggio nel tempo e nella scrittura: H. G. Wells e Michele Mari

La penna di Michele Mari ha il potere di trasportarci nelle realtà più astruse ed inconsuete: questa volta ci accompagna in un viaggio nel tempo, dai contorni inquietanti e orrifici, restituendoci con una scrittura piena ed appassionata il celebre romanzo di Herbert Wells, The Time Machine.

Un lettore di Mari che legga La macchina del tempo nell’edizione recentemente pubblicata da Einaudi non può che sentirvi l’inconfondibile cifra del traduttore: i preziosismi, l’immenso serbatoio linguistico e un profondo respiro narrativo. La parola nella traduzione di Mari assume peso e corporeità, è una parola piena, lontana dalla leggerezza di molte scritture contemporanee, che cade nel romanzo di Wells con un tonfo netto e sordo. Si imprime sulla pagina con forza, facendosi plastica e potentissima, dando forma e colore agli scenari di cui si fa portatrice. Quella di Mari è una parola voluttuosa, che ci prende fisicamente per immergerci nella realtà della finzione, teletrasportandoci, in questo caso, in un futuro distopico e irrimediabilmente malato.

La macchina si era fermata sul pendio della spiaggia. Il mare si estendeva a sudovest, terminando contro il cielo chiaro in un affilato orizzonte luminoso; non c’erano né cavalloni né onde, perché non soffiava un filo di vento. Solo un leggero rigonfiamento oleoso montava e calava come un delicato respiro, mostrando che l’eterno mare si stava ancora muovendo e viveva. Lungo il margine dove l’acqua si infrange c’era una spessa incrostazione di sale, rosa sotto il cielo livido.

È lo stesso Michele Mari ad affermare la sua condizione di privilegiato, che gli concede in quanto scrittore, e non traduttore di professione, il vantaggio di tradurre soltanto i libri da lui profondamente amati, i libri del cuore: tra cui si annoverano L’isola del tesoro di Stevenson nel 2012 e Il richiamo della foresta di Jack London nel 2015 (ne abbiamo parlato qui).

La traduzione offre a Mari la possibilità di una rilettura inedita dei suoi autori prediletti, in quella che egli stesso definisce una dimensione stereofonica, che gli consente di appropriarsi non solo dei toni e delle inflessioni originarie, ma anche di risalire alla genesi dell’opera, al momento primigenio dell’invenzione letteraria.

La traduzione si avvale di strumenti che nel caso di Michele Mari sono gli stessi adoperati nella creazione letteraria: egli parla, infatti, della scrittura come di uno sdebitamento nei confronti dei grandi scrittori che lo hanno ispirato e accompagnato nella vita. Mari omaggia i suoi maestri d’inchiostro e compagni di vita restituendo nei suoi romanzi la varietà di stilemi assorbita nel corso della sua esperienza di lettore: non fatichiamo, dunque, ad immaginare che a monte del processo di traduzione vi sia, in questo caso, un’immersione assoluta e totalizzante nelle opere di Herbert George Wells.

Possiamo immaginare che Mari si sia calato nei panni dello scrittore britannico per giorni e giorni, fino ad assumerne la posa, l’andatura, il timbro di voce, il respiro. Solo allora deve aver cominciato la riscrittura: come una forza devastante, tutta la materia assorbita fuoriesce, straripando gli argini di qualsiasi inibizione o forzatura, a rinverdire un terreno linguistico già fertile, vivo, di incredibile impressione.
È questa modalità restitutiva, caratteristica di tutta la produzione di Mari, a renderlo un traduttore così abile e fedele. La lealtà con la quale il traduttore si vota al testo d’origine non è il frutto di una traduzione mimetica o letterale, bensì di una vera e propria capacità camaleontica.

È con questo atto di metamorfosi che Wells torna a vivere e a raccontare la storia di un strambo inventore che nella Londra di fine Ottocento mette a punto una macchina del tempo per finire nel lontanissimo anno 802 701.
Qui trova un’umanità lacerata da un’insanabile frattura: da una parte gli Eloj, dolci e fragili creature, dal temperamento molle e volubile, privi di qualsiasi slancio o vigore, dall’altra i Morlock, esseri mostruosi, pallidi e viscidi, che vivono nell’eterna oscurità dei sotterranei di Londra.
Non ancora pago, il Viaggiatore del Tempo si spinge più avanti nel tempo e in una sorta di visione allucinatoria ci racconta una Terra quasi deserta, popolata di crostacei striscianti con chele filamentose e bocche bramose di cibo: brucia sulla pagina il ritratto di un’umanità degenerata, stravolta da un inesorabile processo involutivo.
Come un insaziabile Ulisse dantesco, l’inventore si arrischia verso la Fine: qui, la descrizione di una landa completamente deserta, bianca e fredda, improvvisamente avvolta dalla grande tenebra di un’eclissi. Inorridito dal silenzio assordante di un’imminente apocalisse, il Viaggiatore del Tempo rimette in moto la macchina per tornare al sicuro nella Londra di fine Ottocento. Nonostante le rocambolesche avventure, la macchina del tempo è per l’inventore come l’irresistibile canto delle sirene, a cui non può opporre alcuna resistenza, alcun laccio che lo tenga ancorato al presente. Le tracce del Viaggiatore del Tempo si sono perse per sempre: che sia morto risucchiato da un vortice temporale troppo violento, che viva appagato in una mitica età dell’oro, il nostro inventore rimane impigliato nelle trame di Herbert Wells.

La straordinaria cura rilevata nella traduzione è testimoniata anche da un’interessante prefazione ad apertura del volume, sempre a cura di Michele Mari. A emergere è la sfaccettata figura di Herbert Wells, che fu non solo studente e poi docente di biologia, bensì sociologo, conferenziere e – colpo di scena – profeta.
I suoi vagheggiamenti fantascientifici furono talora considerati  alla stregua di vere e proprie profezie, dal momento che a pronunciarli era un uomo di scienza, le cui dissertazioni su un’ipotetica regressione zoologica dell’umanità, inscenata nel romanzo e fondata sulle teorie darwiniste, erano state inizialmente pubblicate sulla «Pall Mall Gazette», se non da un punto di vista scientifico, almeno saggistico. Solo successivamente si intuì il potenziale romanzesco della materia trattata da Wells e furono gli stessi editori ad incoraggiarlo nella direzione di una conversione romanzesca.

Wells attinge a temi ed espedienti che erano già ampiamente usati nel genere fantascientifico: dal viaggio nel tempo, al contatto con razze perdute, ad apocalittici disastri naturali, per radunarli in una fitta successione di capolavori letterari, dal 1895 ai primi anni del Novecento. Riavvolge i fili sparsi qua e là dai primi esperimenti proto-fantascientifici per dar vita ad una trama di straordinaria varietà e bellezza; questo è sicuramente uno degli aspetti che contraddistingue la decade di Wells.

Nei chiaroscuri della narrazione di Wells si intravede il fantasma della denuncia sociale: ad essere esasperato ne La macchina del tempo è il paesaggio contraddittorio della Londra di fine Ottocento,  letteralmente spaccato tra la superficie, dove le classi agiate erano dedite a sollazzi e trastulli, e i bassifondi dell’East End, dove i lavoratori erano costretti in condizioni di degrado e miseria.

Agli occhi dei contemporanei, l’involuzione ipotizzata da Wells assume una portata profetica anche più angosciante, laddove le contraddizioni odierne prendono il sopravvento su uno scenario che vede protagonisti, da una parte, i paesi del primo mondo, infiacchiti dal benessere materiale e in preda all’ottundimento procurato dalle nuove tecnologie, e, dall’altra, i paesi del terzo mondo, sempre più poveri e soggetti alle dinamiche di una globalizzazione iniqua.

Leggere La macchina del tempo è un’esperienza assillante, alla quale non poteva che prestarsi un traduttore maniacalmente attratto dalla luce conturbante dell’esistenza, come lo scrittore Michele Mari. Ci congediamo con le parole presaghe di Herbert George Wells.

So che lui (perché ne avevamo discusso molto prima della costruzione della Macchina del Tempo) aveva un’idea sconsolata del progresso del genere umano, e nel crescente edificio della civiltà vedeva solo un ammasso scriteriato destinato inevitabilmente a crollare e distruggere i propri artefici. Se è così, non ci rimane che vivere come se non fosse così. Ma per me il futuro è ancora oscuro e vuoto: una vasta ignoranza, illuminata casualmente qua e là dal ricordo del suo racconto.

 

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