(It’s a) trap: alla scoperta del genere musicale del momento

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Quando è nata, come si distingue, chi sono gli artisti che la rappresentano nel mondo e, soprattutto, in Italia

Tutto è iniziato diversi anni fa, nel 2011, quando dalla scena rap italiana iniziano a emergere, e a distaccarsi da essa, alcuni artisti più o meno rilevanti, che abbracciano quello che all’epoca viene definito alternative rap. Poi, col passare degli anni, mentre il mondo del rock è invaso dall’ondata dell’indie, ecco emergere sempre più una serie di giovani artisti che hanno inserito un numero sempre maggiore di elementi e di tematiche fortemente estranee al mondo del rap, conservando però l’immaginario di quest’ultimo. E ora, quella che inizialmente sembrava una semplice “nuova forma” del rap italiano è diventata uno dei generi musicali più seguiti dalle nuove generazioni, e in un batter d’occhio nomi che fino a poco tempo fa erano sconosciuti riempiono oggi i palazzetti di tutta Italia. È l’effetto della trap, il genere musicale che infesta le pubblicità di Spotify e gli auricolari dei teenager di oggi.

Drum machine, auto-tune e altri elementi fortemente tipici della musica elettronica la caratterizzano, ma i suoni sono un po’ sempre quelli: batteria elettronica (molto minimal), synth e vari sample orchestrali usati però a spizzichi e bocconi, giusto per creare un’atmosfera più cupa e dare dei piccoli lampi di note qua e là, tappetoni di bass synth, auto-tune acceso, accentuato e nemmeno lontanamente mascherato, melodie semplici ed estremamente ripetitive. E i testi? Il linguaggio della trap italiana è pieno, pienissimo, di intercalari presi in prestito dal mondo a stelle e strisce (bitch, fake, flow e tante altre) e neologismi di vario tipo, da BUFU a “eskere” o “flexare” (fare soldi).

Se infatti il genere musicale nasce alla fine degli anni Novanta in America, e prende il nome dalle trap house di Atlanta, le case abbandonate in cui droga e spaccio sono all’ordine del giorno, è evidente che questo immaginario è presente solo in minima parte nel mondo trap italiano. Artisti come Young Jeezy o Gucci Mane, due che nei primi anni Duemila negli USA hanno fatto faville e consacrato il genere, hanno un vero passato da spacciatori ed erano parte attiva di quel sottobosco urbano. XXXTentacion, il trapper 20enne ucciso in una sparatoria lo scorso giugno, era arrivato al successo dopo aver passato diverso tempo in un centro di detenzione giovanile. Sfera Ebbasta e Ghali, forse i due principali nomi del panorama italiano, arrivano sì dall’hinterland milanese e da quartieri non semplici, ma ormai sono volti “commerciali” a tutti gli effetti.

Tutto parte forse da Gué Pequeno, e dalla sua Il ragazzo d’oro, pezzo del 2011 capostipite della trap italiana. E forse proprio questa genesi ci aiuta a capire un concetto fondamentale del genere: l’apparenza, l’aspetto fisico, gli orpelli, lo slang e tutto ciò che costruisce il personaggio è immensamente più importante e definitoria dei trapper rispetto a qualsiasi elemento musicale. Perché in fondo auto-tune e basi fortemente elettroniche ci sono sempre state nel mondo rap. Eppure se chiedeste a un rapper della prima ora – un Emis Killa, per citare uno dei più giovani – un parere sulla trap, sentireste probabilmente soltanto cose negative. Non è solo una ben nota forma di invidia professionale: è un vero e proprio fastidio per un movimento musicale che si è appropriato di un linguaggio visivo, ancor prima che musicale.

Il fatto che il disco più di successo di Sfera Ebbasta si intitoli Rockstar fa ben capire come qualsiasi riferimento musicale all’interno del mondo trap sia in realtà tutt’altro. Dark Polo Gang, Tedua, lo stesso Ghali: sono tutti a loro modo delle rockstar, anche se probabilmente non vedrete mai uno strumento musicale sul palco con loro. E lo sono perché con i loro pezzi – e con la loro presenza online, altra importantissima componente di questo mondo di lusso e trasgressione musicale – hanno saputo condizionare un’intera generazione, che risponde ai denigratori a colpi di BUFU (By us fuck you) e che etichetta a colpi di british qualsiasi cosa sia di suo gradimento.

E così come nel rap la figura del produttore è cruciale per il successo di un intero movimento – basti pensare ad esempio a cos’è stato Big Fish per Fabri Fibra, Sottotono, Emis Killa e TwoFingerz – nella trap i nomi dietro al successo sono Charlie Charles e Sick Luke, che firmano praticamente ogni nuova produzione e hanno contribuito al successo e alla definizione dei personaggi che oggi riempiono le classifiche.

Come approcciare quindi questo panorama musicale? La domanda è legittima, e la difficoltà è alta. Perché la componente musicale è  irrisoria, e per un neofita distinguere un pezzo da un altro, o persino una voce da un’altra, diventa  difficile, quando hai una componente elettronica così ingombrante ad appiattire le caratteristiche di ognuno. E per riconoscere lo stile e le tematiche occorre sopravvivere a parecchi ascolti, cosa che non è da tutti. E allora non resta che farlo con distacco ma col sorriso, con ironia ma senza pregiudizio. È l’unico modo per digerire perfino gli eccessi non-sense alla Young Signorino, e allo stesso tempo capire che anche nella trap italiana c’è un certo grado di sensibilità artistica. Bisogna solo rimuovere uno strato di rolex e catene d’oro. Ma c’è.