I luoghi immaginari di Fabio Vacchi

In Musica

Settant’anni portati gagliardamente dal compositore e ben festeggiati dall’Orchestra Verdi con alcuni concerti tra cui “Natura Naturans”, nuova versione del Concerto per violino. Sul podio dell’Auditorium a dirigere Carlo Boccadoro accompagnato da Domenico Nordio al violino

Luoghi immaginari della Milano di Fabio Vacchi. Questo il titolo del concerto dell’8 febbraio dedicato da laVerdi al compositore bolognese. All’evocazione di mondi immaginati o vagheggiati aspirano del resto tutti e tre i brani in programma. Le due partiture di Mendelssohn – l’ouverture Le Ebridi e la sinfonia n.3 “Scozzese” – ci riportano fin dai titoli ai luoghi che il compositore tedesco visitò durante il suo giovanile soggiorno in Gran Bretagna, e che trasfigurò in una dimensione ideale e fiabesca. Il Concerto per violino Natura naturans di Vacchi, rielaborato (la prima versione è del 2016) e proposto in prima esecuzione italiana, dipinge paesaggi insieme emotivi e naturali, aprendo un dialogo tra musica del passato e d’oggi.

Di questa nuova opera colpisce immediatamente la forte antitesi tra i primi due movimenti e il terzo, separati da una distanza di carattere che ricorda le grandi forme della tradizione. La voce del violino, infatti, sofferente nel primo movimento e quasi disperata nel secondo, nel terzo intona una danza sfrenata e bizzarra. Affidandosi solitamente a una scrittura e a un linguaggio legati alla tradizione, nella scelta formale di questo concerto il compositore bolognese dimostra di non voler tentare gratuite innovazioni. La cantabilità delle linee melodiche è un omaggio nostalgico allo strumento lirico per eccellenza così evidente da far pensare, con l’amara ironia dell’ascoltatore più disincantato, alla “stele funeraria” che Stockhausen fece dell’orchestra tradizionale in Trans: in tutt’altro modo anche Vacchi pare evocare lo struggimento di una fine (del concerto per violino, o del violino stesso in questo caso), non con i mezzi paradossali del compositore tedesco, ma con un linguaggio più comprensibile e immediato, serio e non beffardo.

Il primo movimento mostra una decisa contrapposizione tra il solista, in quest’occasione Domenico Nordio, e l’orchestra diretta da Carlo Boccadoro: l’atmosfera rarefatta creata dagli accordi di quest’ultima rappresenta l’ambientazione su cui si staglia con forza il violino. Il tempo è lento e pochi i gesti chiari a scandirlo così da lasciare l’ascoltatore in una nebbia in cui a orientarlo è proprio la voce dello strumento; il registro acuto, spesso raggiunto da lenti glissandi, è la regione prediletta per le sue frasi virtuosistiche, abilmente interpretate dal musicista. Ma se in questo primo tempo è ancora presente un’intenzione di assertività, percepibile proprio nell’insistenza dei lunghi soliloqui, nel secondo l’aspetto tragico e la disperazione sembrano prendere il sopravvento senza lasciare posto ad altro: il dolore, in questo caso, è privo di energia e sopisce la vita.

E a proposito dei movimenti lenti, un’opera giovanile di Mendelssohn, l’Ottetto in mi maggiore, è un ottimo esempio per comprendere la maturità necessaria per affrontarli. L’Andante in quest’opera, infatti, è sicuramente il più debole e immaturo, specchio forse della tenera età del compositore.

La consapevolezza di Vacchi si dimostra invece all’altezza della raffigurazione di un simile paesaggio di terra desolata che dura per due interi movimenti.

Infine, la caricatura di una danza, ironica, assurda, chiude il concerto. Sembra di essere catapultati nel mondo alla rovescia di Alice nel paese delle meraviglie, dove tutto funziona diversamente da come dovrebbe: all’improvviso il violino, finora tanto loquace, balbetta e singhiozza note nervose, senza riuscire a finire una frase.

Nell’orchestra spiccano, tra tutti gli strumenti, le tante percussioni impiegate per evidenziare ritmi sghembi e zoppi. Il linguaggio con cui Vacchi si esprime ricorda quello di alcuni grandi autori del passato, Stravinsky come Shostakovich, e in questo suo volgersi ai grandi della musica rischia a volte di cedere a un manierismo malcelato; nonostante questo l’opera è coesa, ben strutturata e chiara nelle intenzioni, profonda a tratti e di notevole drammaticità: l’impressione che lascia è quella di un lavoro ben fatto, forse troppo stilisticamente connotato.

Sul podio dall’Auditorium, Carlo Boccadoro, collega compositore e amico di Vacchi, ha affrontato, come detto, anche Mendelssohn. Per il pubblico è stato sicuramente interessante poter ascoltare la sua visione del romanticismo tedesco, di cui si è rivelato abile interprete attraverso un’esecuzione pulita e chiara, sostenuta da una limpida visione d’insieme.