Dare forma al suono: il primo disco de la macchina di von Neumann

In Musica

Ci siamo infilati in sala prove per ascoltare “Formalismi” e parlarne con una delle band strumentali più interessanti dell’underground.

L’impianto della sala prove è spento, i microfoni sono accantonati in un angolo, dietro un amplificatore. Sul pavimento ci sono più di 30 pedali, che entrano in tre amplificatori. Agli strumenti Davide, Francesco, Stefano e Samuel, i quattro ragazzi dietro a La macchina di von Neumann, uno dei gruppi strumentali più interessanti della Brianza e in generale di tutto il panorama underground che circonda Milano.

Una band che nasce volutamente strumentale. «Così non dobbiamo preoccuparci di influenze, mal di gola e voci che calano prima di ogni live», dicono quasi all’unisono. I quattro si conoscono da una vita, e dopo varie esperienze musicali hanno trovato una dimensione vera e propria solo nel 2014, proprio grazie alla scelta non convenzionale di dedicarsi alla musica strumentale. Un’idea che prende subito forma grazie a due EP che escono a un anno di distanza, e che si possono ascoltare sul bandcamp del gruppo: s/t e Buona musica rappresentano a pieno la ricerca artistica e la crescita costante della band, fino ad arrivare oggi alla maturità e alla consapevolezza del proprio sound.

Io mi siedo in un angolo, con il computer sulle gambe. Loro suonano il loro disco di debutto, Formalismi, uscito il 12 ottobre e autoprodotto dalla band, con la promozione di Costello’s. 8 pezzi ricchi di effetti e atmosfere stratificate che non escono mai dai binari e, al contrario, ti guidano in un percorso piacevolissimo. In poche parole, un post rock con la durata di una radio hit.

Mi infilo tra un pezzo e l’altro con qualche domanda, per cercare di dirimere una questione fondamentale: in assenza totale di un cantante e di qualsiasi forma di testo, come si sceglie il titolo di un pezzo? Che elemento musicale fa sì che Lipsia sia Lipsia e Arturo sia Arturo?

QUI UNA VOLTA ERA TUTTA CAMPAGNA – Dov’è “qui”?
Da. Eravamo alla ricerca del luogo comune perfetto, che è un po’ il succo di tutta la musica indie. Avevamo però bisogno di trasmettere anche un po’ di nostalgia del passato – che è poi quello che cerca un po’ tutta la musica indie. E il luogo comune ideale è proprio quello dove una volta era tutta campagna, e in cui adesso c’è tutt’altro.

ARTURO – Chi è Arturo e perché gli avete dedicato una canzone?
St. Arturo è un Ducato Turbodiesel del 1999. È bello, è bianco, è vecchiotto e rumoroso. Come questa canzone. È il furgone che ci accoglie nel parcheggio della sala prove, e praticamente è uno di noi. Ci sembrava il minimo dedicargli un singolo.

L’ESTATE DEL ’76 – Cos’è successo nel ’76?
Fr. Il riferimento è al disastro della ICMESA, l’azienda di Meda in cui il 10 luglio ’76 è esploso un reattore chimico che ha generato una nube tossica su Monza e Seveso. Nel pezzo è campionato anche un annuncio dell’epoca, che sicuramente canta meglio di come potremmo fare noi. Ci sembrava giusto riportare alla luce una cosa che la gente sicuramente non ricorda. Un po’ come il buon John von Neumann, che di fatto ha inventato il computer e nessuno se lo ricorda. Povero John.

LEGNA DEL MATTINO – È la traduzione letterale dall’inglese di un fenomeno fisico che non andremo ad indagare qui. Quindi ne approfittiamo per fare due chiacchiere sul disco in generale.
Da. Non c’era un vero e proprio concept dietro il disco: è difficile creare una storia senza voci, ma non volevamo cadere nel loop dei gruppi strumentali che danno titoli altisonanti e ricchi di riferimenti più o meno noti senza poi dire granché. Volevamo concentrarci sulla forma, senza occuparci di dare troppe interpretazioni: per questo abbiamo optato per il titolo  Formalismi . Noi ci limitiamo a fornire una colonna sonora, ma girare il film non spetta a noi.

St. Dopo due EP e un remix, abbiamo accumulato un numero sufficiente di pezzi – alcuni tra l’altro nati molto tempo fa – quindi volevamo metterli nero su bianco e dargli una forma, appunto. Quando poi ci siamo accorti che i pezzi più recenti stavano bene con i brani più vecchi, abbiamo approfondito e inserito alcuni richiami musicali. Ad esempio, Lipsia riprende alcune note e melodie di Legna.

¯\_(ツ)_/¯ – È il pezzo più “diverso” del disco, in cui le chitarre sono praticamente prive di effetti. Ma la vera domanda è: come si pronuncia?
(alzano tutti le spalle e le mani, ndr)
 Fr. Il pezzo in realtà aveva un altro nome, Anatra, ma non c’entrava molto. Come tutto il resto, peraltro.

TRATTORE – Secondo riferimento agricolo. Inizia ad essere un pattern. Confermate?
Sa. Il vero sogno nel cassetto de la macchina di von Neumann è aprire un’azienda agricola e suonare musica strumentale per casalinghe annoiate e punk di lusso nei campi, con le bestie. Musica strumentale per contadini stanchi e abbronzati.

PUROVŠKA – È il pezzo più pesante del disco. Come una grappa dell’est Europa, magnificamente raffigurata nel booklet.
Sa. Quando l’abbiamo scritta ascoltavamo molto i Destrage, e in particolare Purania. E poi in quel periodo ci piacevano molto i Lago Vostok, un altro gruppo dell’underground che conosciamo bene ma con cui purtroppo non abbiamo mai condiviso il palco. Ci serviva un elemento esotico e esterofono, quindi è uscito in maniera abbastanza naturale il nome Purovška.

LIPSIA – Di tutte le città del mondo, perché Lipsia?
Da. Uno dei riff all’interno del brano ricorda vagamente un pezzo di Kalkbrenner – Fritz o Paul, poco importa – che è un po’ la nostra musa ispiratrice. Ed è di Lipsia. E non di Leipzig: Lipsia, perché siamo italiani.
E l’elemento esterofono?
Sa. Non sappiamo cosa sia.

 

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