Tutti pazzi per Dick

In Letteratura, serieTV

“I love Dick”: un confronto fra il libro e la serie TV

Sono iscritta alla newsletters del Guardian, del New Yorker, di Paris Review, avevo intercettato il fenomeno I love Dick da tempo, incuriosita, un libro del 1997 che esce prepotentemente dagli scaffali polverosi e defilati, dal fondo delle librerie, e finisce sui banchi al centro, quelli delle novità.
Neri Pozza lo ha pubblicato in italiano con una bella traduzione di Maria Nadotti e visto che il Guardian aveva scritto: “il libro più importante sugli uomini e le donne scritto nell’ultimo secolo” e Rick Moody: uno dei più esplosivi, rivelatori, laceranti e originali memoir mai affidati alla pagina” (Moody è il Moody di Rosso Americano), ho deciso di leggerlo.
Il 12 maggio, nel frattempo, con quasi un anno di ritardo rispetto agli Stati Uniti, Amazon ha reso disponibile in italiano la serie TV che dal libro è stata tratta, basta essere iscritti ad Amazon Prime, la visione è gratuita. In un weekend ho letto il libro e visto gli otto episodi della serie.

Nel 1997 il libro fu pubblicato da una piccolissima casa editrice americana, la Semiotext(e) fondata da Sylvère Lotringer per pubblicare in America libri di filosofi francesi. Nessuno se ne occupò, nove anni dopo, nel 2006, venne ripubblicato e ancora niente, pubblico e critica rimasero indifferenti a quella che oggi sembra essere un’opera senza la quale non è possibile comprendere l’amore declinato al femminile e al maschile.

Vado con la mente al 1997, il libro della Kraus era forse troppo avanti? Nel 1949 Simone de Beauvoir aveva scritto Le Deuxiéme sexe, Il secondo sesso:

“ La donna? È semplicissimo (…) è una matrice, un’ovaia; è una femmina: ciò basta a definirla. In bocca all’uomo, la parola “femmina” suona come un insulto; eppure l’uomo non si vergogna della propria animalità, anzi è orgoglioso se si dice di lui: È un maschio”.

La De Beauvoir aveva analizzato la donna nel suo rapporto con l’uomo dal punto di vista sentimentale e sessuale, dal punto di vista sociale e psicologico. De Beauvoir e Sartre, il suo compagno, hanno scritto molto di loro, della loro coppia, nelle rispettive opere: autofiction la chiameremmo forse ora? Sono elementi che si ritrovano anche in I love Dick, quindi no: non era troppo avanti nel 1997. Il sospetto, è che sia finito solo ora nelle mani giuste, in bocca al giusto giornalista, alla giusta blogger o alla famosa instagramer o youtuber perché oggi è così che si esce dalla polvere degli scaffali delle librerie.

Di cosa parla Chris Kraus? Di lei, all’età di 39 anni e di suo marito Sylvère Lotringer. La Kraus tentava la via del successo con l’attività di filmmaker indipendente (è una mia impressione o spesso finiscono per essere definiti tali molti artisti che non hanno successo?) mentre il marito, molto più grande di lei (all’epoca cinquantenne), aveva già una carriera accademica avviata.
Si erano sposati alcuni anni prima, lei attratta dalla maturità di quest’uomo che trovava infinitamente intelligente, che la gratificava lodandone personalità e talento con l’attrazione che provava per lei donna, oggetto di desiderio. Un rapporto nato all’insegna del sesso misto a una sorta di dipendenza emotiva reciproca e Kraus non si fa scrupolo, nel libro, a raccontare anche gli aspetti più venali e opportunistici: Sylvère guadagnava e permetteva a lei di sperimentare e di fallire con i suoi film.

Il libro è diviso in due parti:  la prima è scritta in terza persona e racconta di un anno sabbatico e un viaggio in California dove i due coniugi  incontrano Dick (nella realtà è Dick Hebdige). Sylvère è uno studioso dell’Olocausto, uscito dalla scuola francese di Foucault e Barthes, Dick un sociologo dei media che insegna all’Università della California. Un unico incontro, una cena tra i tre innesca nella coppia, soprattutto nell’equilibrio precario di Chris, un circolo vizioso di fantasie sessuali nei confronti di Dick che la donna condividerà col marito.

Questo tradimento immaginato, queste fantasie di Chris danno vita a un momento positivo per la coppia che da anni oramai si era rifugiata in un rapporto platonico voluto soprattutto dalle nevrosi di lei, sempre in preda alla depressione per i suoi fallimenti come regista. Dick rinvigorisce, senza saperlo, il rapporto sopito e la coppia comincia a scrivergli decine di lettere  in cui mettono a nudo i loro sentimenti e le loro fantasie. Non riusciranno a circoscrivere la cosa alle mura domestiche e il sociologo si vedrà costretto a rifiutare le avances di Chris che ne uscirà distrutta tanto che il marito chiederà a Dick di fare sesso con lei :basta una volta e ci scriverà un romanzo” . L’ossessione dei due spingerà Dick ad allontanarli.

La seconda parte del libro invece è scritta in prima persona, il rifiuto di Dick porterà Chris a scrivere, diventerà il carburante per una rinascita della sua creatività:

“Scrivere un racconto in cui il narratore/la narratrice comincia a capire che gli eventi che si verificano nella sua vita possono essere visti non come delle sorprese ma come un disvelamento – il sistematico rivelarsi del fato (…) Scrivere ai bordi di Philip K Dick, Ann Rower, Marcel  Proust , Eileen Lyles e Alice Notley. È meglio del sesso. Leggere adempie la promessa che il sesso fa, ma non riesce quasi mai a mantenere – espandersi perché si entra nel linguaggio, nella cadenza, nel cuore…” .

Non siamo di certo in presenza di un romanzo tradizionale: Lotringer ha definito invece le opere in prosa della moglie “genre-bending”, ha scritto che Chris Kraus ha dato vita alla “fenomenologia della ragazza solitaria”, alla “fiction teoretica” non intesa però alla maniera di Sartre e della sua Nausea. Nei libri di Kraus la teoria ha un ruolo chiave, diventa parte integrante della narrazione personale quindi, anche quando ad esempio parla del Terzo Rimosso di Kierkegaard, lo fa inglobandolo nella sua storia.

Originale la forma epistolare che l’autrice ha scelto per questa analisi che non è solo analisi della psicologia di una coppia, analisi degli equilibri e dei fallimenti dell’uno e dell’altro, è anche un racconto dell’amore e dei sentimenti attraverso la letteratura classica. Sylvère scrive a Dick in nome e per conto di sua moglie e si firma Charles Bovary suggerendo l’identificazione fra Chris e Emma Bovary: Reattiva come Charlotte Stant nei confronti della Maggie Verver di Sylvère, se vivessimo nel romanzo La coppa d’oro di Henry James” scrive Chris a Dick nella sua prima lettera.

 

La serie

La serie TV, distribuita da Amazon, purtroppo ha poco a che fare con il libro: òa sceneggiatura, scritta da Sara Gubbin,s è caratterizzata da dialoghi lenti, a volte decisamente banali e spesso al limite del ridicolo quando si vuole usare un linguaggio erotico che non arriva a raggiungere neppure un livello di trivialità credibile.

Chris interpretata da una bravissima Kathryn Hahn ( gli amanti delle serie Tv la ricorderanno in Crossing Jordan, in Girls, in Transparent) appare come una donna debole, patetica, l’intelligenza acuta dell’autrice, evidente nel libro, qui scompare, sullo schermo c’è solo la Chris fallita che al limite della follia diventa la stalker di un Dick, Kevin Bacon, che vestito da cow boy la umilia con la sua indifferenza. Dick è anche lui molto poco credibile: è più fico che affascinante, e il clichè del bello e impossibile non si adatta molto all’immagine di Dick creata dalla penna di Krauss.

Positiva eccezione, Sylvère, interpretato da Griffin Dunne, è perfetto: fisicamente in linea con il personaggio o almeno come ci si aspetta che possa essere nella realtà, i suoi dialoghi sono i migliori, quelli più interessanti e la sua psicologia viene analizzata meglio e meglio rappresentata rispetto a quella della protagonista. Personaggio interessante Devon (Dolores) interpretata da Roberta Colindrez. In quanto lesbica diventa, con il suo modo di gestire i sentimenti, la sessualità, la sua vita, il prototipo dell’uomo/donna perfetto, è quella che sa gestire la seduzione e i sentimenti.

Toby  invece è India Menuez, altro personaggio molto sopra le righe, giovanissima “compagna di corso” di Sylvère in questo “ritiro” per artisti gestito da Dick, Toby rappresenta simbolicamente il sesso inteso esclusivamente come fisicità, senza sentimenti, è una esperta di porno, attraverso la pornografia porta avanti anche le sue battaglie sociali, comprese quelle ambientali (nel sesto episodio si fa riprendere nuda in un giacimento petrolifero per protestare contro lo sfruttamento della terra davanti agli operai totalmente inebetiti e affatto eccitati dalla scena).

Ambientato a Marfa in Texas, non in California, paesaggi desertici, i personaggi si muovono come sonnambuli, tanti primi piani e monologhi soprattutto delle protagoniste che a turno parlano del loro rapporto con Dick che qui è unicamente un simbolo fallico con cui tutti si confrontano.

Nota decisamente positiva: la bellissima colonna sonora di Mandy Hoffman.

Vale la pena insomma leggere il libro e vedere la serie?
Sì. Soprattutto vale la pena leggere il libro.

È un libro rivoluzionario oggi nel 2017?
No.

Di certo leggere I love Dick significa mettersi nell’ordine delle idee che ci si prepara a leggere un libro serio, strutturato, pieno di spunti di riflessione, le pagine non scorrono veloci come succede con Future Sex ( l’ho letto immediatamente prima ) che mi ha fatto subito scattare in testa i naturali confronti ma è un’opera che, seppure in ritardo, lascerà un qualche segno.