Zack Snyder alla riscossa: la Justice League torna davvero sua

In Cinema

Quattro anni e settanta milioni di dollari dopo la rottura con la Warner Bros, ha visto la luce, e ora è on line anche in Italia, l’atteso “Zack Snyder’s Justice League”, tra riprese aggiuntive, recupero del materiale originario e un finale tutto riscritto. Il risultato è sopra le attese: immagini e musiche epiche, citazioni continue dall’universo iconografico DC, niente parole di troppo nè scene d’azione sovrabbondanti. Nel cast Gal Gadot, Jason Momoa e Henry Cavill meglio di molte e più titolate star

La storia è tristemente nota ai nerd di tutto il mondo: a causa di un mix di incomprensioni con la produzione e tragedie familiari (il suicidio di una figlia), Zack Snyder decide di abbandonare la realizzazione di Justice League, portando con sé la maggior parte delle idee alla base del progetto. Per rimpiazzarlo, la Warner Bros coglie la palla al balzo e chiama Josh Whedon, regista di scuola Marvel, con il compito più o meno dichiarato di far piazza pulita delle atmosfere seriose che avevano caratterizzato il DC Extended Universe fin lì, per sostituirle con gag e scazzottate da telefilm anni ’60. Il risultato, stroncato senza appello da pubblico e critica, spinge gli appassionati a chiedere a gran voce la restaurazione snyderiana, e il recupero di quanto perso per strada. Quattro anni e 70 milioni di dollari dopo, vede finalmente la luce il tanto atteso Zack Snyder’s Justice League tra riprese aggiuntive, reinserimento del materiale originario e un finale completamente riscritto. Ma come fa uno dei registi più divisivi del panorama hollywoodiano contemporaneo, autore di autentici scempi cinematografici da graphic novel intoccabili come 300 e Batman: il Ritorno del Cavaliere Oscuro, a godere ancora di una fanbase tanto agguerrita? 

 Il commento più sensato su Zack Snyder, tra ciò che si può leggere online, è quello di chi lo definisce “un regista da Instragram”: pose, filtri, e giusto un paio di righe (di sceneggiatura) a spiegare il chi, il cosa e il dove. Lo Snyder’s Cut non è un film: è una gallery, visivamente così bella che in ogni scena c’è almeno un rallenti o un fermo immagine per permettere al pubblico di apprezzare appieno i fotogrammi migliori. Messa così, le quasi quattro ore di proiezione, per di più nel tremendo formato 4:3 (lo schermo quadrato, per intenderci) mantenuto nonostante il passaggio di distribuzione dalle sale IMAX all’home video on demand di Sky Cinema e Now Tv per la versione italiana, sembrerebbero roba da Corazzata Potemkin.

E invece no: incredibilmente, se le due ore e mezza di Batman v Superman: Dawn of Justice erano state una lenta e inesorabile agonia anche nelle scene più movimentate, al contrario l’epilogo della saga, riportato alla sua forma originaria, scorre via senza che quasi ce ne si accorga. Il tutto, peraltro, pur mantenendo quelle atmosfere, cupe e patinate quasi fino all’eccesso, che erano state erroneamente additate come la causa principale del clamoroso fiasco al botteghino dello Snyderverse DC Comics. Forse è perché, per la prima volta dai tempi di Sucker Punch, il regista 55enne finalmente rinuncia a fare quel che gli è sempre riuscito peggio, ovvero dare ai suoi film una parvenza di trama.

Niente elucubrazioni mentali incomprensibili, niente risvolti psicologici pretenziosi, niente che giustifichi battute e comportamenti dei personaggi più di quanto non sia strettamente necessario. Botte da orbi per 240 minuti dunque? Sbagliato ancora: l’azione (e anche questo per Snyder è una novità) è dosata, quasi mai eccessiva, dura il giusto e si prende le sue pause quando serve. Il resto, come detto, sono immagini e musiche epiche, citazioni continue da quell’universo iconografico targato DC che vuole i supereroi non più “umanizzati” e alle prese coi problemi dei comuni mortali (com’è piuttosto per la concorrenza Marvel), ma vere e proprie incarnazioni di divinità d’altri tempi. 

Il Pantheon, tuttavia, non potrebbe essere più variegato, raccogliendo e a volte migliorando tutto quanto mostrato nei capitoli precedenti: c’è Gal Gadot/Wonder Woman, che per per carisma e feeling con il personaggio resta la scelta più azzeccata di tutto il cast; c’è Jason Momoa/Aquaman, capace di dare a un character abbastanza insulso nella versione cartacea lo spessore necessario per meritarsi un film in solitaria di discreto successo; c’è Ben Affleck/Batman che, privo di qualsivoglia motivazione (sia come attore che come personaggio), parla poco e convince ancor meno; ci sono le buone new entries Ray Fisher/Cyborg e Ezra Miller/Flash, intrattabile,cupo il primo, fin troppo loquace il secondo, cui è affidato l’ingrato compito di sidekick comica del gruppo; c’è ovviamente , spoiler che spoiler non è (visto che campeggia in locandina al pari dei suoi super-colleghi), Henry Cavill/ Superman, redivivo quanto basta per unirsi alla festa al momento giusto.

Accanto a loro, i soliti comprimari d’alta scuola, come Amy Adams nei panni di una Lois Lane meno insopportabile rispetto ai primi due episodi, Jeremy Irons totalmente fuori personaggio nel ruolo di un Alfred inverosimilmente saccente e sfrontato (a dimostrazione di quanto poco Snyder e soci abbiano capito del mondo di Batman), e persino il premio Oscar J. K. Simmons a prestare le sue sempre efficacissime alzate di sopracciglio al Commissario Gordon.

Non c’è, e vivaddio, il pallido tentativo di mettersi in scia a un’iconografia agli antipodi, quella del Marvel Cinematic Universe, con i suoi colori sgargianti e i toni scanzonati, com’era stato per la versione uscita nelle sale quattro anni or sono. C’è invece la voglia di provare strade nuove attraverso un prodotto dalla scrittura coerente nella sua estrema semplicità (anche in confronto ai suoi imbarazzanti precedenti), se non altro visivamente validissimo, e capace di prendere una direzione con fermezza, seppure ancora con tutt’altro passo rispetto alla concorrenza.

Zack Snyder’s Justice League di Zack Snyder, con Gal Gadot, Ben Affleck, Henry Cavill, Jason Momoa, Ray Fisher, Amy Adams, Ezra Miller, Jeremy Irons, Diane Lane, J. K. Simmons, Willem Dafoe