Fino al 16 maggio 2026 il MACTE, Museo di Arte Contemporanea di Termoli, presenta “Io, testimone”, mostra personale dell’artista curda Zehra Doğan, a cura di Francesca Guerisoli, che ripercorre i principali snodi della sua ricerca mettendo in luce una pratica profondamente intrecciata all’esperienza biografica e all’impegno politico, alla prigionia e all’attivismo, alla sopravvivenza e alla resistenza. Senza sconti né compromessi.
«Non c’è niente di più pericoloso di una donna che non ha più paura di lottare». Audre Lorde

courtesy Prometeo Gallery Lucca – Milano
Ho conosciuto Zehra Doğan appena rientrata dalla Siria.
Aveva negli occhi il profilo delle montagne del Rojava di cui vuole raccontare e disegnare le storie d’amore e resistenza.
All’indomani avrebbe inaugurato Io testimone, la sua mostra personale al MACTE a cura di Francesca Guerisoli aperta fino al 16 maggio 2026, che ripercorre i principali snodi della sua ricerca artistica e biografica. In questa mostra, mi racconta, ci sono i suoi disegni della graphic novel “Prison n 5” nata clandestinamente nel carcere di Diyarbakır, realizzata sul retro di lettere inviatele da una sua amica, e una inedita serie di memorie curde dell’assedio della sua città nel Kurdistan turco che non aveva mai concluso prima “Nusaybin and Cizre”.
Lo smarrimento di chi passa dal vivere (mangiare, bere, dormire, lottare, studiare) in comunione con donne della propria comunità, allo stile di vita berlinese, è simile a una vertigine che può portare a due possibili conseguenze: la follia o il rafforzamento del senso di appartenenza.

courtesy Prometeo Gallery Lucca – Milano
In Zehra è chiaro che si sia fatta spazio questa seconda opzione salvifica.
Ci sono pratiche che assurgono al ruolo di testimonianza prima che essere parte di un sistema dell’arte che fagocita e troppo spesso spettacolarizza dolore e accadimenti.
Sono le pratiche che salvano la vita e che portano chi le compie a esprimersi come membro di una comunità pur tenendo fede alla propria esperienza soggettiva.
Nelle pratiche queer e femministe questo è senz’altro uno dei tratti distintivi, forse perché, riprendendo Lucy Lippard in Femminismi Contro (a cura di Elvira Vannini), “le migliori artiste hanno resistito alla corsa al progresso semplicemente ignorando una storia che non era la loro”, e per fortuna aggiungo io.
Così Zehra ha deciso che la storia macista, patriarcale e statale che le ha imposto la galera e l’impossibilità di riabbracciare la sua famiglia, non è la sua storia.
La violenza subita le ha consentito di determinare quale nuovo lembo di terra potesse essere casa, trovata a Sulaymaniyah accanto ai rivoluzionari curdi, prima di essere una rifugiata in Germania.

Zehra porta con sé e nella sua pratica nomade la forza di chi ha subito limitazioni e repressioni che attraverso un processo di trasformazione ci consentono di poter sfiorare la coscienza della resistenza, quella che le combattenti dell’ YPJ, con cui ha condiviso sonno e pasti, le hanno trasmesso.
La resistenza delle donne del Rojava ha solcato il terreno di una storia che non abbiamo mai vissuto e che non si è ancora mai realizzata nel susseguirsi di modelli sociali e politici conosciuti e nelle strutture di potere. Quel terreno solcato è un luogo di semina politica concreta per il confederalismo democratico sviluppato da Abdullah Öcalan sulle basi di municipalismo libertario ed ecologia sociale. Un modello politico i cui pilastri sono la democrazia radicale, la liberazione della donna, l’ecologia e la promozione dell’autogoverno attraverso assemblee locali che costituiscono l’attuale vita politica delle donne del Rojava.
Queste pratiche sono già scolpite negli occhi di chi le difende, con istituzioni e accademie proprie volte a tenere vivo il focolare dell’insurrezione contro il colonialismo e il patriarcato.
Anche col fucile.

courtesy Prometeo Gallery Lucca – Milano, foto di Gianluca Di Ioia
Gli attuali equilibri nella regione, oggi più che mai, non consentono di abbassare la guardia, e Zehra lo sa, “le potenze egemoniche, siano esse regionali o internazionali, hanno sempre avuto interesse a impedire ogni rivolta del popolo curdo, ogni alleanza tra i popoli democratici e ogni auto-organizzazione” si legge in una delle ultime lettere dal Rojava di Pinar Selek.
Per questo Zehra torna, ogni volta che può.
Per questo ci regala in mostra la visione di “Şahmeran”, essere mitologico mezzo donna e mezzo serpente che è parte integrante dell’immaginario popolare curdo e protagonista delle storie che a Zehra venivano raccontate da bambina da sua madre.
Un mito che rende esplicito come la violenza sulle donne e l’impossibilità di realizzare la loro autodeterminazione siano una questione politica vitale per un potere necrofilo che non fa che alimentare se stesso.

Anche la Jineoloji Academy, fondata dal Movimento delle donne curde, offre un commento contemporaneo alla leggenda di Shahmeran:
La storia di Shahmeran è una delle favole che decifrano la violenza e i massacri subiti dalle donne nel corso della storia.(…) Con la presenza e l’influenza di donne libere e resistenti, la società non potrebbe essere soggiogata dal potere.
Non solo, la questione identitaria si fa pregnante e imprescindibile quando si è parte di una comunità sotto assedio, in lotta per la sopravvivenza, la cui storia si snoda in un susseguirsi di tradimenti, frammentazioni, dolore e resistenza continui, così come continui sono i tentativi di spazzare via ogni traccia di un mondo possibile, dal genocidio dell’Anfal, ai massacri del governo Turco a Dersim e alle recenti violazioni dei diritti umani col PKK, alla minaccia del fondamentalismo islamico dell’ISIS, ai tradimenti USA, ai piani d’integrazione proposti dall’attuale governo transitorio siriano.
La difesa del Rojava è da anni la bandiera del movimento curdo. Il controllo del territorio si è ridotto ora tragicamente a Kobane, Haseke e ai mitici Monti Qandil, situati al confine tra Iraq e Iran, che costituiscono una storica base operativa di cui Zehra vuole continuare a raccontare la vita resistente.

courtesy Prometeo Gallery Lucca – Milano, foto di Gianluca Di Ioia
Il lavoro di un’artista come Zehra non può prescindere dalla storia del suo popolo, né dalle sue vicissitudini, né dal suo sangue. Lo stesso sangue che diventa pigmento nella serie “Caught Between Borders”, in cui il corpo è limite e i confini sono quelli che non può oltrepassare per tornare nella sua terra, d’infanzia, quella dove vive sua madre che pur di sentirla vicina ha realizzato assieme a lei delle bambole di stoffa.
Il rapporto col corpo-mondo è qui più vivo che mai.
In queste bambole c’è tutta la potenza che da ventre a ventre continueranno a trasmettersi tutte le madri e tutte le figlie del mondo finché la vita avrà un posto su questo pianeta.

La rivoluzione del Rojava riguarda soprattutto questo: la resistenza delle forze di riproduzione la cui azione ecologica è ignorata o disintegrata dalla narrazione dominante.
Non si tratta solo di un modello di mondo possibile: il modo di vita sperimentato nel Rojava è in netta antitesi con deliri nazionalisti, capi di stato pedofili, genocidiari e fascisti.
Le narrazioni da sole non possono ucciderci, ma “possono impedirci di vedere chi uccide e chi viene ucciso e convincerci che queste morti non fanno parte della storia della modernità” (S. Barca), per questo bisogna continuare a raccontare, come fa Zehra.
Testimoniare la resistenza.
Celebrare la vita delle YPJ.
Lottare contro un potere che ha l’odore della morte.
Ora e sempre Jin, Jiyan, Azadî.
Zehra Doğan, Io, testimone, MACTE, Termoli, fino al 16 maggio 2026