La vita ancora, lungo la cicatrice della Storia: “Dove cadono le comete”

In Letteratura

Nell’Abruzzo che conserva tracce di riti ancestrali, la storia di un paese che viene attraversato dalla guerra incrocia le vite di tre personaggi che (ciascuno a suo modo) evade dalla consegna all’infelicità cui il destino di famiglia le ha consacrate.
Vito di Battista costruisce un romanzo corale, che corre lungo quella che è stata la linea della disperazione nell’Italia dell’armistizio: la ferita che ha separato il passato da una possibilità di futuro.
Un romanzo sulla maternità come battaglia, sulla libertà, sul deragliamento, sull’essere comunità. In tempi come questi, una prova letteraria che parla al presente attraverso ciò che, meno di un secolo fa, è stato lo strazio di una generazione e di un modo di essere paese.
Nella longlist dei candidati al Premio Strega 2026.

Un paese arroccato, la costa dei trabocchi, l’Abruzzo adriatico e selvaggio, una comunità di risulta rimasta fuori dalle rotte del progresso scorsoio, che campa a fatica e conserva in seno i gesti di una antica ritualità legata alla terra, ai morti, ai santi domestici.
Siamo nel 1938, una donna si annoda stretta un fazzoletto al collo: c’è vento e c’è mare, le voci degli uomini salgono dalle paranze, distanti. Lei si fa avanti sola lungo la collina, e il suo corpo attrae tutti gli elementi di cui le vicende che seguiranno, lungo l’arco di trent’anni, saranno impastati: la vergogna come strumento di ordine sociale, la sempiterna colpa femminile, il perenne giudizio della comunità, la ribellione, la maternità come luogo di inquietudine, la disperazione, l’impossibile manifestazione della tenerezza (e il rischio che la pietà comporta) quando il vocabolario emotivo non viene allevato oltre lo stadio primordiale.

Così il nuovo romanzo di Vito di Battista, Dove cadono le comete (Feltrinelli) si sviluppa tra due assi: da una parte la famiglia (concetto, questo, coniugato per tre generazioni), dall’altra la periferia che viene stravolta quando diventa epicentro della Storia.

In questa tessitura, fatta di attraversamenti e di mutazioni, non è certo un caso che la scelta di Vito di Battista sia stata quella di illuminare il destino di quegli elementi che trasgrediscono dalle aspettative comuni dal punto di vista di una voce narrante volutamente oscura, e onnisciente come soltanto la condizione di una certa speciale lontananza permette.

Tutto il romanzo è, infatti, l’inseguimento della sorte di personaggi che trovano il modo di saltare oltre il varco dell’incompiutezza, riuscendo nell’impresa di continuare ad appartenersi nonostante il destino, le aspettative sociali, la maldicenza.
È, quindi, questo di Vito di Battista, sostanzialmente un romanzo che si interroga sulla felicità, così come occupa l’esistenza dei tre protagonisti (Anita, Emma e Olimpo), che intrecciano le loro vite dentro legami bivalenti e forti:

“(…) e chissà quanto durerà per davvero, quanto è lunga la costruzione di una fine, quanto può resistere trascinandosi per l’aria. (…) Quanto è durata la felicità sua?, si domanda. E come si misura la felicità che si è avuta? Solo con la maceria che si somma, nel momento in cui qualcosa arriva e si spacca? E lui ha saputo capirla quando era l’ora, ha saputo misurarla, ha saputo farne uno strumento e non un’arma?”

C’è, nella comunità raccontata in Dove cadono le comete, un solco che separa in modo profondo il destino degli uomini rispetto a quello delle donne. E questo avviene già a partire dai nomi.
Mirta, Lina, Ada, Emma, Bianca: l’universo femminile ha nomi brevi, come breve è la sorte che attende ciascuna – ovvero figliare, in primis. E figliare, ovviamente, dei maschi (alla nascita delle femmine non ci si scomoda nemmeno). Poi faticare, senza grandi ambizioni che non contemplino il perimetro attorno al focolare. Quelle che decidono di assumersi lavori che sono appannaggio maschile perché così ha deciso, per tradizione, la vox populi, pagano il rischio che si assumono sul proprio corpo, come accade ad Anita, che perde un braccio per quello che sembra un perfido sgarbo della sorte.

Se i nomi delle donne sono semplici, quelli degli uomini sono invece impegnativi, drammatici, compromessi di evocazioni mitologiche, quasi spropositati per la dura e umile esistenza di fatica e campagna – incontriamo Laio, Peligrano, Gionata Primavera, Oreste e, naturalmente, Olimpo.
È Olimpo, mite e intelligente, a voler prendere in sposa Anita contro ogni logica e aspettativa di paese: il figlio del calzolaio, diventato amministrativo in anagrafe, è la chiave che innesca il meccanismo che cambierà per sempre il destino della giovane Emma, rinnegata dalla famiglia e costretta a dimenticare il figlio avuto “per vergogna”, legando le sorti di tre solitudini che, incontrandosi, si compensano.

Dallo stabbiolo lercio in cui è stata confinata per volontà di madre, Emma esce grazie a Olimpo, che la va a chiamare come balia dopo essere diventato padre per la seconda volta: Bianca, la figlia sua e di Anita, verrà quindi cresciuta dalla ragazza che ha dovuto cedere alla ruota il suo, di figlio, e con lei instaurerà un legame complice e misterioso.
Si salva così Emma da un destino di reietta, si salva Bianca da una infanzia anaffettiva, si salva Olimpo che riscatta la propria condizione di marito attento e supportivo, si salva pure Anita (che non voleva, in principio, l’altra donna come aiuto) dalle incognite che la maternità apre nella sua vita.

Tema portante del romanzo è, infatti, il rapporto tra madre e figlia come luogo di battaglia, di confronto, di interruzione e di rottura, in varianti sempre scorticanti.
Così è tra Anita e la madre, che la vorrebbe arresa al suo destino di danneggiata; tra Emma (barattata per un pezzo di terra) e Ada che la cancella, senza nemmeno pensarci la butta via; e, ancora, tra Emma che diventa madre d’anima di Bianca, e Bianca che (figlia di Anita) avrà in sorte un doppio legame dentro al quale districare la propria crescita.
Se la costante di ogni vita femminile è dibattersi tra condanna e salvazione, ne consegue per forza che è anche, quello di Vito di Battista, un romanzo sui danni che accadono quando non si ha vocabolario per mettere a verbo la propria interiorità, quando – in assenza di una qualsiasi altra forma di educazione affettiva che non sia stata impartita dal caso – traboccano la violenza, il silenzio, l’aggressione.

C’è, nella comunità del piccolo paese, una quotidianità di lavori, travagli, paesaggi e relazioni che appare inequivocabilmente fratturata. Luogo e lingua coincidono nella forza con cui emergono da una distanza che non è più colmabile. E non è soltanto una questione di tempo: le poteche, la mattità, la nervatura, la pettinessa sono state inghiottite dalla più grande delle scostumatezze che l’uomo possa concepire – ovvero, la guerra.
Così, nel momento in cui il piccolo paese sulla costa diviene un punto di passaggio della linea Gustav, ogni personaggio viene chiamato a scegliere cosa essere nel grande gioco della Storia.

“Che al mondo c’era la guerra si sapeva, ma pure quella per un certo tempo è stata una parola che non si capiva più anche se tutti la ricordavano, una parola lontana se non per la gente a cui figli e mariti aveva levato di casa”

Quando la letteratura fa il suo mestiere, accade spesso che il tempo della narrazione non sia altro che un accidente che, attraverso il passato, fa da specchio al nostro presente. È l’Italia prima del 1943, poi è quella dell’armistizio, della corona che molla la popolazione in pasto al disastro dall’oggi al domani, del movimento di resistenza che si va organizzando, quella di questo romanzo.
Ed è, anche, quella che percepisce di bordeggiare un abisso che esige, in cambio della sopravvivenza, il sacrificio di una parte di sé:

“Questa generazione ingenua e triste, che s’illude di vivere secondo un ritmo eccezionale, si è ravveduta troppo tardi di aver perduto la libertà”

Per ogni vita che si perde, dentro la brutalità della guerra, si perde, però, qualcosa di più complesso: un modo di vivere, una ritualità collegata alla terra, un paesaggio irrimediabilmente stravolto dai bombardamenti. Un mondo intero:

“e chissà a che serve sopravvivere se ogni cosa conosciuta non avrà più la faccia di prima”

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