“Verity”, ovvero un film da supermercato tra erotismo e thriller

In Cinema

Tre protagonisti top di Hollywood, ma non al meglio (Anne Hathaway, Dakota Johnson, Josh Hartnett), contribuiscono al mediocre risultato di un triangolo amoroso che non sceglie mai tra “Misery” e “Basic Instinct”. Anzi, complice una sceneggiatura debolissima e troppo preoccupata di essere fedele all’originale letterario, finisce dalle parti delle “Sfumature di grigio”. Si salvano sprazzi di regia che crea una costante situazione di pericolo e la location in una immensa casa di montagna tra boschi innevati.

“Non leggo mai libri che si comprano al supermercato”, dice la scrittrice semisconosciuta Lowen Ashleigh, interpretata da Dakota Johnson, in una delle prime scene di Verity. Se la regola valesse anche per le loro versioni su grande schermo, le prime teste a cadere sarebbero sicuramente quelle di Michael Showalter e Nick Antosca, rispettivamente regista e sceneggiatore della trasposizione cinematografica dall’omonimo romanzo di Colleen Hoover. Nonostante le palesi buone intenzioni, e un curriculum che per entrambi annovera già adattamenti dalla pagina alla pellicola (The Idea of You, Spoiler Alert, Hannibal, Cape Fear), la loro versione dal best-seller della giallista texana è un vero e proprio paradosso.

Visto il successo della fonte, sarebbe stato lecito aspettarsi una narrazione per immagini altrettanto accattivante ed efficace, e invece Verity è semplicemente un film diretto benino, ma decisamente scritto male, con momenti di involontaria comicità e finto erotismo alla Sfumature di Grigio, che sabotano anziché alimentare qualsiasi tentativo di costruzione di atmosfere o suspense. Non che, come detto, manchino gli sforzi in tal senso: per quanto proveniente dal mondo della commedia, Showalter si dimostra un regista capace di alimentare il clima di tensione che l’ambientazione noir-thriller richiederebbe per definizione, regalando anche un paio di momenti jump scare assolutamente efficaci. Ma è tutto qui.

Davanti al bivio tra Misery e Basic Instinct, il film non riesce mai a prendere una direzione ben definita, rimanendo nella confort zone della trasgressione patinata e finendo inevitabilmente per schiantarsi sullo spartitraffico del “potrei ma non voglio”. Di certo non aiutano le interpretazioni dei tre protagonisti, a discapito dei nomi di richiamo in cartellone: Anne Hathaway è una dark lady quasi caricaturale, look in rosso (toh, che originalità) e perenne sorrisetto inquietante stampato in faccia di default; Josh Hartnett, eterno incompiuto tra i bellocci di Hollywood, vorrebbe sembrare enigmatico e inquietante, ma continua a non andare oltre le due/tre espressioni facciali da minimo sindacale; Dakota Johnson è… Dakota Johnson, schiava di personaggi clone dai tempi di 50 Sfumature di Grigio e intrappolata nella maledizione di Madame Web, un loop temporale fatto di progetti senza aspettative, brutti film e prove attoriali dimenticabili.

Ma allora cosa si salva, tra (pochi) alti e (troppi) bassi nelle quasi due ore di proiezione? Di sicuro il setting, la classica casa di montagna isolata tra i boschi innevati, già vista e rivista, ma gestita ad arte da una regia capace di trasformare ogni stanza o corridoio in un labirinto senza apparente via d’uscita. Anzi, la costante sensazione di pericolo, in agguato dietro a ciascun angolo dell’immensa e bellissima villa che racchiude la vicenda, è probabilmente l’unico motore che riesca a trattenere il pubblico dal gettare la spugna davanti a vette di kitsch cinematografico troppo maldestre per essere vere.

In particolare i momenti di triangolo amoroso, o presunto tale, che dovrebbero alimentare la componente più “dark romance” (sulla carta il vero punto forte della trama), sono talmente banali e meccanici da sembrare scritti da un qualche prototipo di intelligenza artificiale, indecisa tra il thriller erotico for dummies e una sua parodia demenziale. Sono infatti proprio la sceneggiatura e i dialoghi il punto debolissimo del film, ingabbiato forse nella fedeltà quasi assoluta a un romanzo d’ispirazione da cui avrebbe potuto prendersi qualche licenza in più, per concentrarsi su un’unica chiave di lettura, scegliendo se puntare più sulla componente horror o su quella erotico-sentimentale.

Showalter e Antosca compiono invece la scelta peggiore. ovvero quella di non scegliere, delegando allo spettatore persino l’interpretazione di un colpo di scena finale di cui però, a quel punto, non interessa più nulla a nessuno. Pur partito con premesse interessanti (il meta-racconto, la riflessione sul mestiere di chi crea storie…), Verity si rivela ben presto e fino alla fine un “film da supermercato”: preparato in fretta, confezionato con furbizia, ma privo di sapore o identità. Grazie, ma no grazie.

Verity di Michael Showalter, con Anne Hathaway, Dakota Johnson, Josh Hartnett., Ismael Cruz Cordova, Michael Abbott jr,. Tom Galantich, Irina Vorovenko, Lou Martini jr., Thursday Farrar