Venir meno con Francesca Sproccati

In Arte

Lo scorso 5 dicembre Francesca Sproccati è tornata al Festival Internazionale del Teatro e della scena contemporanea del LAC di Lugano con Venir meno, un nuovo lavoro che fa evolvere la sua ricerca verso domande che toccano la contemporaneità, diventando politica. Dove rimane l’energia di ogni atto poetico e di ogni rivoluzione? In una nostalgia che si trasforma in azione? Questa nostalgia può diventare un corpo–spazio comune? Oppure è un’energia che muore nell’atto effimero del proprio divenire?

Venir meno, il lavoro di Francesca Sproccati al Festival Internazionale del Teatro e della scena contemporanea del LAC di Lugano, è incorniciato da un flyer delizioso che viene consegnato a performance finita. È piegato in sei parti e contiene una stampa traslucida, argentata (forse di una pianta) su un fondale blu e violetto. L’associazione spontanea con le immagini del Natale tradisce il primo passaggio dell’esperimento. Francesca ci ha voluto portare in una zona subliminale di contatto con l’abbandono, quando il rilassamento della coscienza produce qualcosa di peculiare e irripetibile.

Sto raccogliendo per la rivista “Mimesis” una storia delle performance sul sonno e devo dire che Venir meno occupa un posto particolare per una serie di motivi. L’artista ci invita a distenderci su materassi comodi, avvolgenti, disposti a terra e una volta entrata in sintonia col nostro rilassamento, attiva una serie di segnali eccentrici che riconducono – gradualmente – a un suo inconscio. È quest’aspetto diversamente regressivo, non favolistico, che mi sembra interessante.

La nenia è condotta a due voci, quella femminile di Sproccati e quella maschile di Lèo Collin. Due lingue diverse (italiano e francese), due modulazioni – attraverso le amplificazioni – diverse , con una perdita di identità che si rincorre e si rischiara sui due schermi dove appaiono talvolta le parole dei due artisti (bellissima la parte sul sogno in métro) e talvolta le parole di altri autori. Quelle di Ada Gobetti si imprimono con particolare durezza – come un sogno biblico ? – e riportano a un tema di disequilibrio che si percepisce identitario in Sproccati : qualcuno della sua famiglia, forse il nonno, è stato partigiano, o meglio qualcuno ha preso il fucile.

Su questa cellula di significato – quasi primaria per come galleggia tra i suoni – è costruito il tappeto audio, che arriva – attraverso il sintetizzatore maneggiato da Collin partendo da sorgenti solo analogiche – a dissolvere le canzoni di battaglia più riconoscibili (Bella Ciao e Fischia il vento), come se ci fossero offerte attraverso lo scratch per poi rimetterle in un baule dell’inconscio. La performance è costruita a pianta centrale ma gli attori stanno in prevalenza alle due postazioni sui lati lasciati liberi dagli schermi. Quando si muovono si fanno vedere non per quello che “sono”, ma ancora una volta per quello che sono “in quel momento”, cioè in un costume strano, quasi mitologico, la cui corrispondenza più evidente (per la logica dei sogni) è con il corno antico che suonano come se fosse un richiamo, senza dirci per cosa.

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