È una presenza ricorrente quella di Valerio Adami nella storia di Studio Marconi, dalla prima mostra inaugurale del 1965 fino all’appena conclusa “Valerio Adami. Laboratorio” in quella che oggi è la Fondazione Marconi di Milano. Un importante omaggio dedicato all’artista, in collaborazione con l’Archivio Valerio Adami, a sessant’anni dalla sua prima apparizione presso lo Studio Marconi di Milano e a novant’anni dalla sua nascita. Ce la racconta Aronne Pleuteri, giovane artista che di quel percorso, soprattutto nelle sue premesse, è certamente debitore.
ultima ora di ieri:
Quello che ha offerto la grande mostra di Valerio Adami appena conclusa in Fondazione Marconi non è stata tanto la presenza di un’opera particolarmente riuscita, di più opere particolarmente riuscite, o di un capolavoro mastodontico, quanto la possibilità di scorgere, dietro l’atto del vedere un quadro, un’attitudine etica della pittura, un metodo lucido e composto che accompagna la vita del dedito pittore, e, direi, dell’intellettuale, fino a suoi odierni 90 anni. E’ riuscire a vedere il pensiero che si fa questione visiva, che si rende manifesto.
(è così banale da dire! Ma mi sono ritrovato spiazzato dalla chiarezza con cui, di fronte all’opera di Adami, io sia riuscito, poi, oltre che a dirlo e a pensarlo e anche a realizzarlo)
Si tratta di una fede, quella di Adami, tutta novecentesca che è difficile da immaginare per artisti o presumibili spettatori del XXI secolo; è una fede profonda nella produzione di immagini: nell’efficacia e nella validità delle rivendicazioni etiche che le appartengono. Dunque la pittura certamente come strumento poetico, ma, in primis, come strumento critico nei confronti della realtà e dell’accadere storico.

Incidenti, deliri cittadini, poi squarci di cessi pubblici e interni carichi di un chè da film porno, porzioni di realtà che adesso accompagnano il mio sguardo, sono solo la forma prettamente rappresentativa di quella che è stata definita una figurazione narrativa, e che riguardano invece una immagine che si fa visione nella sua stessa struttura, nel marchingegno mentale che la porta ad essere. Adami, infatti, che dell’espressionismo eredita forse solo il gesto nella sua fase giovanile, non vomita l’inconscio, non si accanisce pittoricamente su un “dato figurale” stereotipato per rappresentare la realtà, ma sceglie di partire di nuovo, di architettare un’immagine fin dal suo osso. Un osso che è inafferrabile e frammentario – Picasso docet.

A scandire il ritmo delle prime tele, i Car Crash, è il disegno come medium di elezione: l’infinito girovagare di una linea nera che a me sembra muoversi a motore , e che invece si piega e si contorce su se stessa allo stesso ritmo degli improvvisi lampi di idee del pittore. Non appena questa linea sembra volersi chiudere e a definire un soggetto, una pistola, una macchina in corsa, una figura fugace che attraversa la strada- questa improvvisamente cambia rotta, uccide il clichè pittorico, moltiplica i punti di vista e apre uno spazio dove Non c’è oggetto non c’è soggetto, ma compenetrazione, compresenza, amore bidimensionale. In questo senso l’Adami iniziale è paradossale, perchè, al contrario, sembra evitare la rappresentazione del disastro. Mette in scena una violenza digeribile e farlocca lontana da quella trucida e reale del suo amico inglese, Francis Bacon.

L’utilizzo della estetica dei fumetti chiarisce l’idea di questo caos apparente, rappresentato, impossibile da vedere, e che rivela invece, di Adami, uno sguardo placido e attento nel recepire un diverso tipo di violenza, una specie di frastornamento semiotico che è invece utile a schermare, a invadere e deformare i modi di percepire la realtà. (per questo è sconveniente parlare di Pop nell’opera di Adami, dove non c’è permeazione e trasparenza ai linguaggi offerti dai nuovi media, quanto appropriazione momentanea per rivendicare invece un’appartenenza ad una tradizione pittorica – è infine un reazionario che sceglie di farsi continuum)

Ed è sempre più evidente, anche nell’Adami più iconico, quando si allontana da Milano e ritrova una certa quiete nel clima parigino, e le campiture piatte iniziano a conquistare le forme di un disegno più grafico e sinuoso, per un procedimento che solo nella mia testa è simile a quello dei Boogie Woogie di Mondrian, e le palette diventano delle cose impressionanti Itten si sarebbe rabbrividito, e appaiono sempre più tette e salotti dei bar, e in fondo non abbandona certe forme in apparenza pop perchè io Adami l’ho sempre conosciuto anche da piccolino nella settimana enigmistica nell’esercizio di colorare le forme … (sto scherzando, mi piace molto anche in questa fase), dicevo, è sempre più evidente, che quella in cui è immerso Adami è una realtà frammentaria, frammentata, dove è precisamente l’esercizio etico della pittura a fungere come una sorta di ago, o di potente saldatrice, in grado di ricucire assieme questi frammenti, in una sorta di blocco unico e condensato, un solidissimo fatto pittorico monouso . Siamo di fronte a qualcosa che dopo una spinta verso l’indigeribile e l’informe del dopoguerra ha più a che vedere con la volontà di una ricostruzione, con la ricerca malinconica di un nuovo oggettivo.

E’ di fronte a questo splendido esempio di pittura densa di valore intellettuale in ogni sua singola scelta, dicevo prima, uno spazio orizzontale della compresenza, che mi ritorco, e con l’amaro in bocca mi chiedo se questo sguardo alla pittura non sia solo un abbaglio, la scomoda eredità di una classe dirigente sopravvissuta al secolo scorso e che ancora cerca di sopravvivere facendo finta, con i cetrioli sugli occhi, che la società non sia cambiata, e se invece, davvero, non dovremmo ammettere che l’esercizio etico di un pittore è annullato in una generale predisposizione estetica di dipendenza da rappresentazione, feroce e dopaminica, e se dunque, invece, la ricerca di una “verità”, di un’asserzione storica, non sia, invece, da trovare lá, al di fuori del dell’immagine, mondo illusorio svuotato di ogni senso e luogo di manipolazione.
(Ci dirigiamo verso l’autoestinzione)
VALERIO ADAMI Laboratorio, Fondazione Marconi, Milano, 03.2025–07.2025
In copertina: Valerio Adami, L’uovo rotto, 1964, acrilico su tela, 200×300 cm