Viola Cenacchi, critica, curatrice e nostra collaboratrice, ci racconta la sua estate alla giusta distanza dal mondo dell’arte, così frenetico da rischiare di diventare totalizzante. Per scoprire che, qualche volta, per continuare a guardare qualcosa bisogna, almeno per un po’, smettere di farlo.
All’università, il mio professore di storia dell’arte contemporanea ci diceva che con l’arte dovevamo essere bulimici. Fruire più opere possibili, frequentare qualsiasi mostra, fare scorpacciata di nozioni, musei, testi critici, artisti. Immergerci fino al collo in questo universo di pensieri e forme.
L’ho fatto per circa dieci anni, arrivando, negli ultimi sei, a vivere questa realtà in maniera così totalizzante da subire un estraniamento nei confronti di tutto il resto.
Iniziare a lavorare con l’arte contemporanea da molto giovane è stato un sogno che si avverava e un grande fatica, nessuno mi aveva preparato all’intensità emotiva e psicologica che la professione di curatela si porta con sé. Si aggiungono poi le numerosissime critiche al settore tra cui la precarietà economica, l’instabilità, le ore di impegno non retribuito e via scorrendo, una realtà ormai nota e sempre più discussa.
Ma negli ultimi anni, senza rendermene conto, ho fatto gradualmente esperienza di un fattore che non avevo mai considerato, un tacito compromesso sottoscritto all’inizio di questa carriera. Il progressivo allontanamento dalla realtà. “L’arte è lo specchio del mondo”, leggo spesso sui fogli di sala, ma no, non lo è. L’arte è un’interpretazione astratta del mondo, spesso distorta, che ci allontana consistentemente da quella che viene considerata la realtà tangibile.
L’arte è una ricostruzione di ciò che ci circonda, mai fedele, sempre personale. E questa visione individuale, o collettiva appartenente a un limitato gruppo di individui colti, è ciò che rende l’arte quello che è. Non si può mai del tutto scindere il prodotto da chi lo produce e lo fa circolare, non è possibile essere ‘bulimici’ di arte senza esserlo anche del suo sistema.

Concepisco il mondo dell’arte come una montagna russa dalla quale non si può scendere, perchè una volta saltati giù appare impossibile salirci di nuovo, è troppo alta, troppo veloce.
Quando sei giovane e lavori in questo settore non esiste e non può esistere nient’altro. I tuoi amici, amanti, conoscenti, mentori, coincidono con le persone con le quali lavori. Artisti, curatori, critici, galleristi, e le varie personalità del sistema diventano inevitabilmente onnipresenti nella tua vita. Diventano, di fatto, la tua vita. E ci si insinuano lentamente, non con irruenza ma con persistenza, fino a farti rendere conto tutto d’un tratto di abitare una teca di cristallo attraverso la quale osservi il mondo dall’alto. Sei una spugna che necessita di assorbire il più possibile, con il fine di conoscere, elaborare, e mettere in pratica.
Ogni evento, viaggio, serata che ho trascorso negli ultimi anni, è stata quasi interamente dedicata all’arte e al suo sistema. Facevo genuinamente fatica a frequentare persone al di fuori di esso, ritenendole poco affini, poco capaci di comprendere i valori che ricercavo e la vita che conducevo. Incontrare qualcuno e alla domanda ‘che lavoro fai?’ rispondere ‘la curatrice di arte contemporanea’, provoca frequentemente lo sguardo sbalordito, perplesso, di chi non ha la più pallida idea in cosa consista la stramba professione appena enunciata.
L’interfacciarmi con chi non condivide i miei interessi o addirittura fatica a comprenderli, mi faceva sentire fuori posto al punto di evitare la frequentazione di un’ampissima fetta di individui.
Che poi per ironia della sorte, riflettendoci a fondo, sono la prima a cercare di capire cosa significhi il mio lavoro.

Vivere in una teca di cristallo ha l’ambivalenza di farti sentire al sicuro ma anche prigioniera.
Quando i miei amici artisti si fidanzavano con qualcuno al di fuori di questo sistema, sotto sotto, facevo fatica a capacitarmi di come potessero intrattenere una relazione con qualcuno che non avrebbe mai potuto intuire pienamente le dinamiche che muovono la loro vita e il loro lavoro. Come facessero a spiegare al proprio partner all’ultimo minuto che per cena non sarebbero tornati a casa perchè un vernissage era finito in un bar, in svariate bottiglie bevute, in nuove conoscenze, in un locale notturno dall’altra parte della città. Spiegare che il tutto fa parte della giostra dalla quale non si può saltare giù, di un rituale al quale non si può rinunciare.
Nell’intrinseca bellezza della spontaneità che prevede la fusione tra vita personale e carriera, non c’è margine di sosta, non esiste stacco.
Così ho deciso di prendermi un’estate di pausa. Dopo anni di capriole e affanni, ho sentito il forte bisogno di fare ciò che mi spaventava di più, fermarmi.
Per un’estate non ho visto mostre, non ne ho curate e non ne ho scritto. Mi sono concessa il lusso di passare interi pomeriggi sul divano senza fare niente, niente di produttivo, niente di intellettuale, niente di concreto. Ho accettato questo vuoto, l’ho accolto e abbracciato, lasciando che il mio corpo anziché la mia mente scandisse i tempi della giornata. Ho costruito ciò che per molto tempo mi era mancato, legami umani che esulassero dalla creazione di qualcosa. Sono crollate le sovrastrutture, la performatività, la condivisione celebrale iper-specifica, l’ansia da prestazione, il costante pensiero di dove ci possa portare quella situazione. Abbandonarmi all’eterna attualità e caducità del presente è stato il compimento di una necessità che da tempo fremeva latente.

Queste ultime righe vogliono essere un’ode all’arresto, alla pausa. Una condizione molto lontana dalla sconfitta, una concessione a noi stessi di schiacciare il pedale del freno per evitare lo schianto. Per ascoltare, metabolizzare, riposare. Un’estate senza arte mi ha insegnato che non si può procedere senza fermarsi ogni tanto. E che forse, per apprezzare veramente la bellezza, bisogna smettere di guardarla per un po’.
In copertina: Croda del Becco. Tutte le immagini sono foto delle vacanze dell’autrice