La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia è iniziata nel peggiore dei modi possibili e forse proprio per questo merita di essere guardata con scrupolosa attenzione. L’hanno fatto per noi i nostri inviati in laguna Penzo + Fiore.
Abbiamo varcato i cancelli con il coltello tra i denti e nostro figlio di 6 anni per mano. L’Italia è ormai in costante mobilitazione, le scuole sono in sciopero per due giorni e lui ci viene restituito appena varcati i suoi, di cancelli. Ci siamo incamminati insieme e siamo arrivati non troppo di buon umore e con tutte le riserve possibili: politiche, identitarie, persino emotive. La morte improvvisa di Koyo Kouoh prima dell’apertura della mostra. Le dimissioni della giuria dopo settimane di tensioni interne e quell’idea del tutto opinabile del Leone d’Oro del pubblico. Le polemiche sui padiglioni di Russia e Israele. Le proteste. Le accuse. E poi il nome di Pietrangelo Buttafuoco, presidente nominato da un governo di destra e percepito da molti, ancora prima di agire, come il simbolo di una torsione autoritaria dell’istituzione.

Una Biennale fascista, si diceva. Solo che poi bisogna guardare i fatti. E i fatti, qualche volta, sono in grado di mettere in discussione le etichette. Proprio nel momento più delicato, infatti, Buttafuoco ha scelto una posizione meno prevedibile di quanto molti immaginassero. Invece di trasformare la Biennale in una macchina diplomatica di esclusione preventiva – dice durante il suo discorso – ha preferito difendere l’idea di un’istituzione attraversata dal conflitto ed esposta alle contraddizioni del presente. Lo slancio profuso durante la sua presentazione ha conquistato il pubblico, che per giorni era rimasto più che turbato dalla decisione della giuria di dimettersi. Certo, non si può assolvere tutto. Le tensioni attorno ai padiglioni di Russia e Israele restano reali e dovute. La Biennale si porta addosso l’identità di un sistema fondato su padiglioni nazionali dentro un mondo attraversato da guerre, sanzioni, crisi diplomatiche e richieste di boicottaggio. Ogni scelta produce una ferita, ogni presenza o assenza viene letta come gesto politico ed è assolutamente giusto che sia così: l’arte contemporanea è per sua natura legata al presente, alla capacità di guardare e rielaborare modi di stare al mondo e di vivere la propria presenza internazionale, non potrebbe essere altrimenti.

Dentro questo scenario già instabile si apre poi la questione più delicata: quella di Koyo Kouoh. La decisione di portare avanti In Minor Keys dopo la sua morte era quasi obbligata e insieme rischiosa. Cancellare la mostra avrebbe significato trasformare la scomparsa della curatrice in un’interruzione definitiva, mentre sostituirla avrebbe prodotto una rimozione ancora più violenta. Continuare ha significato invece accettare una condizione irrisolta e imperfetta: una Biennale che esiste senza poter più dialogare con la propria autrice. Proprio questa fragilità, però, rende In Minor Keys una delle mostre più interessanti degli ultimi anni, dal punto di vista dell’impianto curatoriale e del messaggio compatto e globale che vuole dare. Kouoh costruisce una Biennale che abbassa il volume invece di alzarlo. Mentre il mondo esterno pretende dichiarazioni immediate, schieramenti netti e reazioni istantanee, la mostra lavora sulle soglie, sulle memorie, sulle intensità laterali. Rifiuta la monumentalità muscolare della grande esposizione internazionale e preferisce un ritmo più lento: corpi, cosmologie, relazioni, ferite, spiritualità, archivi emotivi. Non cerca di competere con il caos, cerca piuttosto di cambiare la natura profonda dello sguardo dello spettatore. E dentro questa Biennale ferita alcuni padiglioni in effetti riescono a emergere come forme diverse di relazione con il presente.

Se dovessimo dar retta allo sguardo ricercatore e attento del nostro bimbo allora dovremmo dare di sicuro il Leoncino d’Oro al Giappone, che gli ha messo tra le braccia quel bambolotto da 5 Kg che ha cullato e cambiato con cura. Oppure la Spagna, che tra le mille piccole frammentarie immagini mostrate ha incluso il nostro gatto Lionel, un abissino dolcissimo e affettuoso. L’India ha avuto un ruolo fondamentale nel fargli costruire ritmi indiavolati con bacchette e bambù cavi, mentre è rimasto in trepidante attesa dell’ideogramma scritto dal robot che ha incorporato la calligrafia del proprio artista nel padiglione cinese. Però noi parliamo di altro. Al di là di un toto padiglioni che troviamo onestamente poco significativo, citiamo con piacere proposte come quella della Gran Bretagna, con Lubaina Himid’s Predicting History: Testing Translation che lavora sull’appartenenza e sulla traduzione attraverso figure marginali, corpi che partecipano alla costruzione materiale della nazione restando però ai bordi della sua narrazione dominante. Un padiglione fatto di pittura che entra nell’immaginario in modo forte e incisivo. Poi c’è la Francia di Yto Barrada con un progetto ancora più sottile. Comme Saturne intreccia mito, archivio, colonialità e desiderio costruendo una mostra che sembra crescere lentamente dopo la visita. Meno immediata, meno spettacolare, ma capace di lasciare immagini che continuano a lavorare nella memoria. E poi c’è l’Austria. SEAWORLD VENICE di Florentina Holzinger è probabilmente il padiglione più potente sul piano visivo: acqua, performance, corpi, rischio, immagini estreme. È il progetto che il pubblico racconta appena uscito, quello che produce coda, quello che fa diventare un nostro Reel un caso mediatico, ma su questo torneremo ancora. Una voce del tutto fuori dal coro di questa Biennale, che sembra non aver colto l’indicazione della sua curatrice, ma al contempo mette in rilievo la necessità di urlare, pena il rischio di non essere ascoltati.

Questa Biennale non è compatta, non è pacificata, non è innocente. È attraversata da lutti, tensioni diplomatiche, proteste, paura, orgoglio istituzionale e contraddizioni irrisolte. Eppure, proprio per questo, appare più vicina al nostro tempo di molte edizioni precedenti. Una Biennale ferita, nervosa, politicamente esposta, che costringe ancora a guardare, discutere, prendere posizione. Forse è proprio questo che ci piace dell’arte contemporanea, il suo affascinare gli occhi di un bambino che si trova giocoforza a uscire ed entrare dai limiti che uno spazio del genere impone, mentre i manifestanti urlano contro governi genocidi e gli artisti scelgono contro chi scagliare il proprio dissenso. Un presidente che si prende le sue responsabilità, nel bene e nel male, un team curatoriale che riesce a portare la barca in porto anche quando tutte le condizioni direbbero il contrario. Il mondo in questo momento è inaccettabile, la politica lo è meno che mai, ma chi ha una coscienza si fa sentire e a volte riesce ad essere ascoltato.
Questo, tra le mille contraddizioni, ci ha fatto posare il coltello che tenevamo stretto tra i denti, portandoci a quella postura di vita e ascolto a cui le giornate inaugurali ci hanno costretti.
61. Esposizione Internazionale d’Arte, In Minor Keys, Venezia, fino al 22 novembre 2026
In copertina: Pavilion of Japan, Ei Arakawa-Nash, Grass Babies, Moon Babies, 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, In Minor Keys, ph Luca Zambelli Bais, courtesy La Biennale di Venezia