In “Sentimental value” il regista e sceneggiatore norvegese Joachim Trier racconta una famiglia che implode. Nel silenzio, quasi senza litigi. Gustav (Stellan Skarsgård), celebre regista che ha da tempo lasciato moglie e figlie, per ricostruire i rapporti partecipa ai funerali dell’ex consorte. In realtà vuole affidare alla primogenita Nora (Renate Reinsve), famosa attrice di teatro, il ruolo principale nel suo nuovo film. Ma il tentativo fallisce. Vibrante di dolorosa verità e sorridente ironia, scritto con coraggio e abitato dal dubbio, il film rilancia l’antica questione del rapporto tra esistenza e rappresentazione
Nora (Renate Reinsve), protagonista di Sentimental Value di Joachim Trier (Grand Prix Speciale della Giuria al 78° Festival di Cannes), è un’attrice di teatro baciata dal successo ma devastata da terribili attacchi di panico ogni volta che deve affacciarsi sul palco. Vive sola, con gli uomini ha rapporti volutamente intermittenti e frammentati, l’unica persona con cui intrattiene una relazione affettiva stabile è sua sorella Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas). Con il loro padre, Gustav (Stellan Skarsgård), celebre regista cinematografico, ogni possibilità di dialogo si è incrinata tanto tempo fa, quando lui ha lasciato la moglie e le figlie ancora bambine, per andare a vivere con un’altra donna in un altro paese, la Svezia.
Ora è di nuovo a Oslo, nella grande casa di famiglia, tornato per i funerali della ex moglie e per chiedere a Nora di accettare il ruolo di protagonista nel suo nuovo film: un tentativo molto personale di fare i conti con quello che è stato, di superare rancori e malintesi raccontando una storia tra passato e presente, memoria famigliare e dramma d’autore. Quando Nora rifiuta, Gustav decide di affidare la parte a una giovane star americana, Rachel (Elle Fanning), alla ricerca di una svolta intellettuale nella sua carriera fin troppo commerciale. Gli esiti di questa scelta saranno paradossali, dolorosi e al tempo stesso liberatori.
Un padre e due figlie, una famiglia, una casa, o forse il cinema tout court. È difficile dire in due parole, una frase soltanto di che cosa parla questo film. Cosa racconta. Cosa descrive, commenta, chiosa. È un lavoro complesso, stratificato, affascinante proprio per questo suo divagare apparente intorno a un centro che a sua volta incessantemente si sposta. O forse addirittura si autodistrugge. Nel silenzio. Senza botti. Senza esplosioni. Addirittura senza litigi, o quasi. Perché le famiglie, a volte, semplicemente implodono. E anche le case. Mentre continua ad apparire inevitabilmente irrisolvibile l’antica questione del rapporto tra finzione e realtà, arte e vita, insomma tra l’esistenza e la sua rappresentazione.
Lo sceneggiatore e regista norvegese Joachim Trier è riuscito in un’impresa tutt’altro che facile: utilizzare ingredienti già fin troppo usati, addirittura abusati, e tirarne fuori un ottimo film. Un racconto di famiglia caleidoscopico ed emozionante, vibrante di dolorosa verità e sorridente ironia, illuminato da una scrittura attenta e testarda, coraggiosa e controllata. Eppure fragile, abitata dal dubbio, un po’ come il personaggio di Nora, interpretato da una magnifica Renate Reinsve (già protagonista del film precedente di Trier, La persona peggiore del mondo), ormai perfettamente in grado di tenere il centro della scena e anche di tenere testa a un autentico monumento vivente come l’impareggiabile Stellan Skarsgård.
Un’opera raffinata, a tratti rarefatta, messa in scena con morbida eleganza compositiva ma con una notevole capacità di incidere e graffiare, anche attraverso brusche frenate che interrompono la progressione lirica, schermi d’improvviso neri, ellissi inattese, reticenze fin troppo reiterate ma sempre significative. Insomma, un film composito e riuscito, che ci lascia spesso intravedere la paziente fatica della costruzione. Così come vediamo e rivediamo da tutti i possibili punti di vista – crepe comprese – la grande casa che rappresenta il fulcro del racconto, fino a diventarne a pieno titolo coprotagonista. Un film che non rinuncia mai a costruire pathos e senso, e a interrogarsi sul valore profondo dei sentimenti: anche (forse soprattutto) nella misura in cui sembrano diventare autentici solo sul palcoscenico di un teatro o su un set cinematografico, cioè quando non vengono vissuti ma (solo?) rappresentati.
Sentimental Value, di Joachim Trier, con Renate Reinsve, Stellan Skarsgård, Inga Ibsdotter Lilleaas, Elle Fanning