“Gli ultimi giorni del Paradiso”, terzo film del mozambicano Joao Nuno Pinto, racconta il disfacimento di una tenuta nell’Alentejo colpita da un incendio indomabile e dai conflitti interni alla famiglia proprietaria. Due sorelle (le ottime Margarida Marinho e Beatriz Batarda) si dividono sulla scelta di vendere la casa dell’infanzia, ma né loro né il cinico fratello si preoccupano di chi per tanti anni ha lavorato lì. Così questo interessante dramma ambientale ed esistenziale sposa anche una causa sociale. E l’incombente tragedia sullo sfondo trasforma una vicenda locale in metafora planetaria
Gli ultimi giorni del Paradiso, terzo film del 57enne regista mozambicano Joan Nuno Pinto (dopo America, 2010 e Mosquito 2020), che ha esperienze variegate, dagli spot ai video alle serie tv, cosa assai visibile dalla curatissima fotografia del film, ha più di un punto in comune con Melancholia di Lars Von Trier, un altro film intelligente e con tocchi di originalità. Nell’opera del regista di Dogma due signore di ricco lignaggio nordeuropeo affrontavano l’incombente tragedia di un meteorite seriamente deciso a distruggere la vita sulla terra, e se ne apprezzavano le diverse forme dell’approccio psicologico ed esistenziale. Qui sono protagoniste altre due donne (le bravissime Margarida Marinho e Beatriz Batarda) appartenenti alla ricca borghesia portoghese perché il film è ambientato in una vasta tenuta dell’Alentejo, visibilmente in disfacimento e di cui si discute la smobilitazione. Alla quale si accompagna il disfacimento familiare seguito alla morte dell’anziano patriarca. La minaccia in questo caso è un incendio che si avvicina alle case, e a dispetto dei rassicuranti messaggi dell’autorità si rivela sempre più distruttivo, fuori controllo. Porterà alla fine all’evacuazione di tutti gli abitanti, i proprietari divisi in varie generazioni e il personale, come si diceva una volta, “di servizio”, che diventerà però nell’ultima parte del racconto protagonista, assumendo le sembianze della battagliera infermiera Susana (Rita Cabaco): accorsa in soccorso della madre cuoca, vittima dell’Alzheimer, è anche decisa a rivendicare quella parte dei proventi della vendita della tenuta che spettano a chi l’ha sempre mandata avanti con le sue braccia.
Sceneggiato da Fernanda Polacow, il film in realtà viene dall’esperienza di vita dell’autore, che la racconta così: “Gli ultimi giorni del paradiso nasce dal desiderio di riflettere sulla catastrofe ambientale a cui stiamo assistendo non come una minaccia astratta, ma come una realtà quotidiana. Da quando mi sono trasferito nell’arida regione dell’Alentejo nel 2020, ho vissuto fianco a fianco con una comunità che affronta siccità e desertificazione, e le pressioni del turismo e della speculazione immobiliare. In un paesaggio in cui i ruscelli non si riempiono più, l’erba non cresce e dilaga l’ansia per l’assenza d’acqua (il che nel film è mostrato dalle continue rotture del sistema idrico della casa, ndr). Questa realtà locale è l’eco di una crisi globale. Il film riguarda, nella sua essenza, il fuoco, sia letterale che metaforico, nato da un pensiero predatorio, una mentalità che continua a dominare e a guidarci verso un abisso”.
Lo spunto ambientalista, spinto fino a efficaci momenti di vero dramma, convive però con una trama psicologica interessante, perché nella famiglia si scontrano due punti di vista lontanissimi, che non si capiscono e non dialogano, come del resto sul piano umano le due sorelle: del conflitto è portatrice Francisca, la più legata a quella casa e a quella terra in cui è vissuta fin da bambina, non vuole vendere, oltretutto nell’intollerabile, per lei, prospettiva di vedere nascere un resort di lusso con campo di golf (da cui il titolo originale del film 18 Holes to Paradise). Catarina, invece, scrittrice insofferente e nevrotica, condivide l’atteggiamento cinico e proprietario del terzo fratello Lourenco (Jorge Andrade), figura sostanzialmente spregevole, e non vede l’ora di liberarsi della tenuta, degli animali, della terra e degli esseri umani che ci vivono e lavorano. Attraverso lo sguardo e i segreti delle protagoniste, gli stessi eventi vengono così vissuti e raccontati da prospettive inconciliabili.
Così si sviluppa il film dal punto di vista narrativo. Ma mentre nei primi due atti, la prospettiva dei proprietari terrieri plasma la narrazione, e i dipendenti sono quasi invisibili, muovendosi per la casa e i terreni come custodi della proprietà, nell’atto finale i ruoli si invertono. Ed emergono le istanze sociali di Pinto, in qualche modo perfino la rimessa in discussione del passato coloniale del Paese, affidate alle voci della classe subalterna. Il che sposta l’equilibrio della storia e riconfigura in parte anche la percezione di ciò che è accaduto prima. Sintetizza il regista: “Cinematograficamente, volevo che il film risultasse intimo, persino soffocante, collocando il pubblico all’interno dei mondi inquieti e fragili di queste donne. Una riflessione sulla fragilità: della terra, della società e delle connessioni umane. È una storia nata in Portogallo, ma che parla in modo urgente della condizione globale che tutti condividiamo”.
Gli ultimi giorni del Paradiso, di João Nuno Pinto, con Margarida Marinho, Beatriz Batarda, Rita Cabaço, Jorge Andrade, José Pimentão, Joana Bernardo, Márcia Breia, Hugo Bentes, Luisa Ortigoso, Filomena Gigante