Un talento si aggira per l’Europa. Il pianismo magico di Hayato Sumino

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Il giovane musicista giapponese, che è di casa anche in molti teatri asiatici e nordamericani, si è esibito al Lac di Lugano il 14 dicembre. Il suo stile in formazione lo porta ad affrontare con disinvoltura un repertorio che spazia da Bach all’ucraino Kapustin. Non disdegnando di inserire nei programmi composizioni di cui lui stesso è l’autore. E a fine gennaio uscirà il suo nuovo album “Chopin Orbit”

Il recital del giovane pianista giapponese Hayato Sumino alla sala Teatro del Lac di Lugano si apre con lo Scherzo per pianoforte in Si minore  di Chopin che sembra una luce nel buio: un carattere espressionista, insolito nell’interpretazione della musica romantica, che fa pensare alle oscurità della pubblicità dell’Esorcista.  Un senso di familiarità fantastica, che il pianista è in grado di creare con il pubblico (numeroso, trasversale ed entusiasta), caratterizza tutta la prima parte del concerto e permette di godere al meglio della creatività dell’artista.

Sumino presenta dei lavori morbidi, lontanissimi da programmi seriali e lontani dal minimalismo: sono accensioni colte. Per qualcosa – solo per qualcosa – riportano al modernismo americano di un secolo fa, per qualcosa d’altro a Satie.

Sumino ha un approccio apparentemente innocente. Lui, che maneggia così bene due pianoforti (vedremo  poi), suscita stupore quando apre la cassa del “verticale” e fa vedere il funzionamento dei martelletti.

La suggestione magica che crea – e rende attuale il fatto pianistico distaccandolo dalla tradizione, atroce, del programma da concerto già giustamente deprecata da Busoni – trova però un limite. Infatti, alla fine del primo tempo e in procinto di eseguire la Partita per tastiera n. 2 in do minore di Bach (quindi al momento di interpretare una grande suite), Sumino appare stanco e noi con lui: non siamo più pronti ad accogliere il pianoforte di Bach, che è – invece –  una pratica sottesa alla dinamica pianistica almeno di una parte dell’Occidente.

A questo punto il concerto nella seconda parte perde colore e si presenta come una galoppata nel novecento, dalla parte di Sumino. I brani si fondono l’uno nell’altro e tutto diventa un materiale fisico, torrenziale e vitale, dove i riferimenti più chiari vanno non più a Bach bensì al jazz colto di Gulda e Kapustin.

Il bolero di Ravel riarrangiato su due pianoforti, uno per mano, con delle amplificazioni di scala che mimano un riporto elettrico, conclude ed esemplifica al meglio il crocevia di un giovane musicista dotatissimo, che ha trovato un modo intelligente per sviluppare uno spazio musicale per se stesso. 

Sumino lascia a noi diversi interrogativi: la vitalità di un’invenzione raffinata potrebbe crescere anche con un light design più adeguato e meno prevedibile; è la sua la coscienza crescente di un sound del ventunesimo secolo, dove i termini di riferimento nell‘interpretazione del repertorio classico si sono enormemente ampliati; l’esibizione di un gesto pianistico riportato alla sua natura percussiva originale non vuole avere più niente di eversivo perché dialoga con scioltezza con la parte del pubblico disposta a “danzare” col musicista.

Di concerto in concerto Sumino potrà sciogliere dubbi e interrogativi sul suo stile pianistico. E chi vuole accostarsi al suo approccio potrà già farlo nei primi mesi del 2006 in cui è prevista l’uscita dell’album Chopin Orbit.

Foto: © Andrea Veroni

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