Un abito fatto di emozioni: così Mary, popstar in crisi, cerca la sua anima

In Cinema

Il fortissimo rapporto tra una cantante che torna in scena e la fashion designer capace di ridarle il look e il coraggio è al centro di “Mother Mary” di David Lovery. Dove Anne Hathaway, all’ennesima, ottima originale prova d’attrice, duetta con la altrettanto brava Michaela Coel. Un infinito dialogo scorre in una notte estenuante, tra realtà e allucinazione, in cui il passato e il presente si confondono, e l’amicizia, l’odio e l’amore si contendono il centro della scena. Un film pieno di immaginazione, uno spettacolo splendido che vuole stupire. inquietare, ma resta senza una vera conclusione. Seducente e incompiuto

Mother Mary (Anne Hathaway), pop star in procinto di tornare sul palcoscenico dopo una lunga e drammatica crisi, si dibatte ancora tra incubi e angosce, e decide a sorpresa di andare a trovare la fashion designer Sam Anselm (Michaela Coel), l’unica persona che potrebbe forse aiutarla a trovare l’abito giusto per lo show. E forse l’anima (e il coraggio) che pensava di avere per sempre perduto. Nell’antro oscuro e colorato di Sam, come in una sorta di grembo materno, le emozioni potranno transustanziarsi e, come accade nell’eucarestia, trasformarsi in materia, ovvero in un vestito capace di incarnare tutti i desideri, i sentimenti e le ambizioni, e anche i sogni, le fantasie i rimpianti di un’intera esistenza. In una lunghissima notte, in un estenuante, infinito dialogo perennemente in bilico tra realtà e allucinazione, il passato e il presente si confondono, l’amicizia, l’odio e l’amore si contendono il centro della scena, la vita e la morte si lanciano in una danza macabra tanto vertiginosa quanto incapace di trovare una vera e propria conclusione.

David Lowery, autore tra l’altro di Old Man & the Gun, classicissimo e malinconico omaggio all’anziano Robert Redford, non è nuovo a esperimenti bizzarri e disturbanti, a partire dal magnifico Storia di un fantasma. Anche in questo film sembra darsi come obiettivo principale quello di stupire e inquietare, mescolando temi diversi e registri differenti, dall’esoterismo alla moda, dalla musica alla religione, in uno spettacolo visivamente splendido, anche se narrativamente non del tutto soddisfacente.

Gli ingredienti sono ottimi, a partire dalla protagonista, una Anne Hathaway che sembra sintetizzare qui le tante anime della sua carriera ondivaga e felice, dalla ragazzina ingenua di Pretty Princess alla Fantine mater dolorosa dei Misérables, dall’inquieta ragazza interrotta di Rachel sta per sposarsi al glamour scintillante de Il diavolo veste Prada. Ma anche Michaela Coel (indimenticabile protagonista, sceneggiatrice e regista dell’applaudita miniserie I May Destroy You) buca lo schermo con una presenza davvero magnetica. Meritano un applauso la fotografia di Andrew Droz Palermo e i reparti scenografia, coreografia, costumi, trucco e parrucco. L’atelier dove si svolge gran parte del film è un luogo dell’immaginazione capace di sintetizzare con conturbante efficacia suggestioni e impressioni, citazioni e omaggi, tra gotico, sacro e surrealismo.

Ma è come se il regista e sceneggiatore fosse incapace di decidere quale storia vuole davvero raccontare. Il risultato è un film seducente e incompiuto, che gioca con l’esoterico ma non vuole essere un film di fantasmi, corteggia il melodramma ma si rifiuta di abbracciarlo, si tuffa nell’immaginario insanguinato del cinema horror ma ne riemerge quasi subito, come se ne avesse paradossalmente paura. Insomma, un racconto stratificato e ambiguo, ambiziosissimo nel suo farsi liturgia di corpi in cerca di senso e anime in attesa di redenzione, ma irrisolto nel suo voler esplorare il lato oscuro della celebrità, il trasformarsi quasi casuale e sempre indecifrabile di una determinata singola immagine in un’icona globale, specchio di un’intera epoca e delle sue assurde storture.

Mother Mary, di David Lowery, con Anne Hathaway, Michaela Coel, Hunter Schafer, Sian Clifford, Atheena Frizzell

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