Alla Scala il regista torinese affronta l’opera incompiuta di Puccini immergendo regia, scene e costumi in una Pechino immaginaria e coloratissima grazie anche alle soluzioni dei video makers di D-Wock. Luisotti accompagna dal podio con un suono “spesso”. Menzione d’onore per Alberto Malazzi che dà al Coro grande qualità di accenti
Le opere che riempiono a colpo sicuro si contano sulle dita di due mani, massimo tre. Turandot è una di queste. La Scala conferma: dopo la prima di mercoledì scorso, anche le nove repliche (dall’8 al 29 aprile) sono dichiarate sold out. Il che significa circa ventimila persone in carne e ossa, senza contare streaming e passaggi tv (ricordarsi di avvertire quel genio di Timothée Chalamet). Felice il teatro e a noi il solito amaro in bocca. Perché? Il testardo successo che accompagna Turandot da quando è stata scritta (e non finita), è frutto di un equivoco che le si annida dentro dal giorno in cui Toscanini, giusto cent’anni fa alla Scala, fermò l’esecuzione sulle ultime note scritte da Puccini di suo pugno, ovvero sulla triste e dolce morte di Liù.
Ma gli affari sono affari e Franco Alfano, musicista vicino al pensiero dell’autore (così si diceva e si pensava), la commissione di completare l’opera sulla base degli appunti rimasti la portò a termine. Turandot si è così consegnata al pubblico di tutto il mondo come un’opera “giusta”, intera, autentica. E soprattutto con un finale trionfante e retorico che ormai tutti, musicisti, musicologi, critici e pubblico avvertito, considerano spurio, infedele, o almeno deviante.

Turandot non è rimasta incompiuta perché la morte gli fece cadere la penna – non solo e non principalmente per quello -, ma perché da mesi Giacomo Puccini era assillato dai dubbi. Dopo il tenero strazio, musicalmente sublime, in cui Liù si uccide per amore, sacrificata al principe per lei irraggiungibile ma desiderato in silenzio; dopo un toccante requiem femminile, come molti ne aveva scritti, in che modo Puccini poteva concludere con credibilità una fiaba cui rimaneva meno di un atto per trasformare una principessa cinese “cinta di gelo”, felice di tagliare la testa ai pretendenti che falliscono i suoi tre indovinelli (e non c’è bisogno di Freud, Jung o Lingiardi per leggere la metafora di quel taglio), convertendola in una donna che finalmente (ri)conosce l’Amore?
La morte, sì, ma soprattutto i ripensamenti e le incertezze che si leggono nelle carte lasciate da Puccini, sono la causa dell’incompiuta. Il finale orchestrato da Alfano, pesante ed esteriore, è una deviazione sempre meno sopportabile da quella chiusa “ideale” con la non protagonista Liù. Certo, il libretto che Adami e Simoni avevano tratto da carlo Gozzi (1762), portava a un finale diverso, molto diverso, ma ogni anno che passa (dei cento) ci si convince che Puccini qualcosa si sarebbe inventato, diverso da quel che il pubblico continua ad ascoltare (e vuole ascoltare), per spellarsi le mani e tornare a casa felice dei soldi spesi, con in testa l’idea di un’opera chiassosa, identificata nel trionfalismo di un Vincerò diventato sinonimo del We are the Champions.

Fermare Turandot al punto in cui Toscanini si rifiutò di proseguire, pare ormai impraticabile. Eppure lo spettacolo di Davide Livermore ricorda quel taglio e quasi lo sollecita, mandando in assolvenza il ritratto di Puccini sulla morte di Liù (due anni fa aveva perfino distribuito lumini al pubblico per accenderli sul momento topico). Vale la pena ripeterlo, il finale astratto di Luciano Berio rimane molto più convincente nel rispetto dell’incompiutezza. La Turandot in scena alla Scala riproduce una contraddizione. Nei cent’anni dell’opera, si poteva osare di più.
Livermore fa convergere regia, scene e costumi nel descrivere lo squallore di una Pechino immaginaria (con tanto di Hotel Amour a una stella) e nel suggerire in un coloratissimo immaginario che balena in astrazioni video (di D-Wok, sempre notevoli). Lo spettacolo va incontro al pubblico, che in Turandot chiede un fiabesco di nome e di fatto, senza rinunciare ad affondi nella carnalità che a Livermore piacciono molto.

Il pubblico approva tutto e tutti, ancora una volta cogliendoci di sorpresa. Applaude Roberto Alagna, tenore dagli esordi scaligeri e perciò molto amato, che di Calaf non ha ormai tutte le note, fuori dai centri. Piace lo squillo di Anna Pirozzi, più sicura e con volumi che il ruolo di Turandot si porta addosso insieme alla corona e alle scale da scendere. Soffre con voce scura il vecchio Timur di Riccardo Zanellato. Si muovono con una certa sicurezza i Ping, Pong e Pang di Biagio Pizzuti, Paolo Antognetti e Francesco Pittari. Non però un caso, dopo tutto quel che si è detto, che la più applaudita sia Mariangela Sicilia, che canta Liù caricandola degli “affetti” che il personaggio chiama.
Nicola Luisotti torna a dirigere alla Scala confermando la sua inclinazione alle grandi evidenze, al piacere del suono “spesso”, ai tempi battuti con forza; negli anni non si è lasciato conquistare dall’arte delle sfumature.

Non resta che chiudere con il solito tic nervoso: l’ammirazione, sempre uguale e sempre diversa, per il Coro che Alberto Malazzi prepara con una cura della parola e degli accenti che sono “la” qualità della Scala sopra ogni altro teatro sceso in terra. Qualunque opera canti, compiuta o incompiuta che sia.
Foto Brescia e Amisano © Teatro alla Scala