Il direttore finlandese alla testa della Filarmonica incanta il pubblico della Scala con un suo brano per corno e orchestra ben incastonato tra Ravel e Sibelius. Ad affiancare il musicista lo strepitoso Stefan Dohr, primo cornista dei Berliner Ensemble
Sono giorni in cui la Scala è tutta Wagner. Domenica L’oro del Reno ha messo in moto il doppio Ring a passo alternato – quattro opere in sette giorni (più sette), fino a domenica 15 – progetto che replica quello coronato da successo nel 2013 con Daniel Barenboim e la regia di Guy Cassiers. Giusto, ottimo: come certificava il wagneriano eccellente Barenboim, sono pochi al mondo i teatri che possono rispondere con le loro forze alle pretese totali dell’affresco più ardito che la musica occidentale abbia pensato nella sua storia. Un dovere sfidarsi. Peccato che – s’è detto e ripetuto – questo Ring firmato da David McVicar non ci coinvolga affatto in quel vortice che L’Oro del Reno, Walkiria, Sigrifdo e Crepuscolo degli dei ordiscono implacabili dall’inizio alla fine, tra filosofia, psicologia, naturalismo, simbolismo, confronto di generazioni, riflessioni sui valori della vita, sulla vacuità del potere e molto altro ancora.
In compenso, tra un Wagner e l’altro succede che in cartellone cadano perle di musica pura, grazie a Semyon Bychkov, che sabato ha portato alla Scala la sua eccellente Filarmonica Ceca, una delle orchestre che consigliano di ripensare la mappa delle più rinomate europee, e ad Esa-Pekka Salonen che ha invece lavorato (da maestro qual è) con la Filarmonica della Scala per la stagione sinfonica (due repliche da non perdere: il 4 e il 6 marzo).

Se il pubblico continua ad accoglierlo con trasporto (come lunedì sera), e l’orchestra a cercarlo, un motivo c’è; non solo e non tanto la fama che lo accompagna “per sentito dire”, ma qualcosa di concreto che risale al marzo di sedici anni fa: la sua meravigliosa direzione di Janacek in Da una casa di morti, nello spettacolo capolavoro di Patrice Chéreau, protagonista Peter Mattei. Chi l’ha visto non se l’è mai dimenticato; chi non c’era ne ha assorbita l’eco. Fu uno degli spettacoli più alti dell’éra Lissner, nonché l’addio di un regista che ha cambiato il teatro (e un po’ anche il cinema).
Solo un direttore dal quale molto ci si aspetta e al quale tutto si concede poteva raccogliere tanto calore presentando anche il suo lato creativo, da compositore, con un brano come il Concerto per corno e orchestra, voluto da sette committenti di Europa, America ed estremo oriente: Lucerna, Finlandia, Berlino, Amburgo, Boston, Hong Kong e Scala.
Il corno è strumento ingrato, e tale resta anche se messo in ottime mani, come quelle di Salonen, che ha una lunga carriera come compositore, parallela alla direzione, ma per la prima volta ha deciso di scrivere per lo strumento che da giovane aveva abbracciato con coraggio. Diversamente da molti autori che, come Brahms, hanno avuto bisogno di consiglieri per centrare la parte solista di uno strumento non personalmente padroneggiato, Salonen ha sicuramente fatto tutto da solo, pur sulla strada spianata di Stefan Dohr, primo corno dei Berliner, solista strepitoso sul cui virtuosismo il Concerto è cucito. Pubblico e orchestra ne sono rimasti ammaliati, senza poter ricevere in cambio un bis dopo quaranta minuti di labbro sollecitato da far paura.
Insomma, festa sì, ma onestamente non gioia sconfinata dell’orecchio. Il Concerto è in tre movimenti, modellato con grande libertà, non strettamente nel solito Allegro-Adagio-Allegro che viene giù dalla storia. Corno e orchestra si stringono e si allargano in un flusso molto elaborato di temi (spesso bloccati), di trame, disegni, timbri, colori, suoni, spessori. Non pecca di intellettualismo, il Concerto di Salonen, anzi, si mantiene in una forte dimensione fisica, che riassorbe citazioni (da Mozart, Bruckner, Beethoven) e le trasforma in fantasmi appena le formula. È però il Concerto nella sua interezza ad essere sfuggente, centrifugo; si lascia ammirare a sprazzi, più nella scrittura dell’orchestra, specie in certe stratificazioni, che in quella del corno (un’impresa estrarne qualcosa che non sia mai stato sentito).
Curiosamente, il pezzo di Salonen sembrava però carico di riflessi di quel che si era ascoltato prima – Le tombeau de Couperin di Maurice Ravel (1875-1937) – e dopo – la Sinfonia n.5 di Jean Sibelius (1865-1957). Del Ravel che guarda al Sei-Settecento con affetto e sensualità, Salonen direttore riesce a ricamare trasparenze non evanescenti (i “vif” e “assez vif” del Prélude e del Rigaudon sono netti). I musicisti della Scala suonano come nei loro momenti migliori. Di Ravel, che gli è lontanissimo, il compositore Salonen sembra aver colto una certa grazia distaccata nel rendere omaggio al passato.

Stefan Dohr (Foto @ Simon Pauly)
Tutt’altro mondo Sibelius, però finnico come Salonen, che lo ha nelle sue corde più intime. Un passo dai diari ci fa capire di quale materia fosse fatto l’immaginario di Sibelius: “Durante le estati che trascorrevo a Sääksmäki, mi ero scelto una piattaforma rocciosa vicino a Kalalahti, con una stupenda vista sul lago Vanajavesi. Qui davo interminabili concerti agli uccelli… Quando poi ero in barca, spesso mi mettevo a prua col mio volino e improvvisavo alla distesa d’acqua… Vivevo nella natura. Ancora oggi ricordo l’erba che cresceva alta sopra la mia testa di ragazzino e ricordo come mi sentissi dentro l’erba, come se fossi cresciuto completamente dentro di essa”. Sibelius compose sempre annegato nella natura, ma la sua lingua, tutt’altro che elementare, fu sempre alta, sofferta, modulata sul tormento di un uomo nato in un “nido di donne”, praticamente senza padre, cresciuto “sentendosi un peso per gli altri” e che, come tale, trovò respiro per esprimersi costruendo un “mondo parallelo”.
Nella Sinfonia n.5 ci sono tracce di quei sogni e di quella natura, che Salonen riconosce a ogni passo. Tutta l‘esecuzione che esce dalle sue mani, di gesto morbido ed espressivo, ha i colori del Nord che solo chi li ha negli occhi fin da piccolo conosce. Sono i colori sfumati che ritroviamo nell’orchestra del Concerto per corno. Che sia un riflesso condizionato? Anche questo è un effetto da maestro. Esa-Pekka Salonen.
Copertina: foto @ Benjamin Ealovega