Torna Brokeback Mountain. A che punto siamo?

In Teatro

Al teatro Carcano fino a domenica la versione teatrale del film cult che ha segnato la storia della rappresentazione della comunità LGBTQ+. Edoardo Purgatori e Filippo Contri lo portano in scena in un musical in cui la voce cantata é quella affascinante di Malika Ayane. Esito? Esattamente quello che ci si aspetta: lacrime e uno specchio sul presente.

“Se una cosa non puoi cambiarla devi tenertela comn’é”. Una sentenza che ha pesato sulla vita di generazioni di ragazzi (e il maschile, questa volta, non è sovraesteso). Non c’è via di conciliazione tra chi sei e quello che il mondo pretende che tu sia. Ed è stato così, per secoli: anche quando due uomini scoprivano di amarsi, rinunciare alla trama imposta di moglie, figli e lavoro sicuro non è mai stata una opzione, pena una vita condannata al rischio, la certezza di rimetterci la vita in modi atroci. Era talmente assodato che cosí fosse, che a storie come queste mancavano persino le parole, le voci per farne racconto. Poi è arrivato I segreti di Brokeback Mountain e i suoi protagonisti Ennis Del Mar e Jack Twist, sono arrivati Heath Ledger e Jake Gyllenhaal: Ci volevano due attori acclamati e bellissimi, due sex-symbol, perchè una storia d’amore tra due uomini fosse raccontabile, come più di due decenni prima a Ettore Scola era servito Marcello Mastroianni per far dire, al cinema, la parola “frocio”. E non sono bastati neanche i protagonisti del film di Ang Lee per rompere la legge non scritta in cui, a una storia d’amore omosessuale non é dato un finale felice, quantomeno uno che non contempli una morte. (per averlo, in Italia, toccherà aspettare Favola di Sebastiano Mauri, uscito nel 2017). Non si puó non partire dal cinema, perché è sul cinema – e sulla pellicola che ha consentito a generazioni di ragazzi e ragazzini (e anche a molte ragazze innamorate della compagna di classe, sicuramente) di sentirsi visti, di esistere – che è ricalcata, in modo preciso, la versione teatrale arrivata sul palco del Teatro Carcano fino al 13 dicembre. 

Il film, infatti, ingombra anche lo spazio scenico, in una scena composta di frammenti, schermi a loro volta, e moltiplicatori di vite – composti a disegnare il profilo delle montagne del titolo, il percorso impervio dell’ascesa verso una libertá lontana e l’antro cupo che, a terra, segna il confine tra il dentro, dove le cose accadono, e l’esterno a cui nasconderle, ma anche la casa borghese stretta a cui conformarsi e l’esterno senza orizzonte delle montagne. Un paesaggio statunitense per antonomasia, con il suo corollario di rodei, il Texas e i ranch, che suggerisce anche oggi la dirompenza di far colonizzare (il verbo, ancora una volta, non é casuale) l’immaginario rigorosamente virile dei cowboy, il machismo esibito e rivendicato che qui fa sfumare i confini tra l’amplesso e la lotta, tra gli adulti che sfidano la morte e due amanti che si riscoprono bambini, e per darsi amore devono giocare a farsi male. E se ne fanno davvero, da adulti, mentre il mondo fuori esige da loro una autonarrazione che non sanno mantenere, che mascherano di bugie ingenue cui non sanno nemmeno tenere fede, perchè, nonostante i dubbi che divorano soprattutto Ennis, la verità è troppo più forte. E lo sa anche la moglie di Ennis, che sullo schermo era Michelle Williams (da lì in poi compagna di Ledger e madre di sua figlia, come nella storia) e sul palco è una misurata Mimosa Campironi più impotente che crudele, messa di fronte a ciò che riconosce e non puó, neppure lei, cambiare. 

Vent’anni dopo, vedere la storia di Jack ed Ennis riportata su un palcoscenico, in un tempo in cui dovrebbe, almeno in teoria, essere cambiato tutto, restituisce in realtà quanto ancora rischi di essere vicina – soprattutto, come su queste montagne, nei luoghi di provincia e di confine, la narrazione di uomini a cui serve lo strazio di non avere più tempo per somigliare a se stessi. Che, come Ennis, non sentono di poter fare di piú che raccogliere una manciata di minuti lungo vent’anni per vivere la vita che vorrebbero e che, come Jack, devono vivere una vita danzando con la morte per tacitare la fame d’amore, mascherare d’esuberanza la propria fragilitâ. Siamo davvero, dappertutto, andati oltre? Il lavoro di Edoardo Purgatori e Filippo Contri, lascia la domanda sospesa, nel suo quasi filologico sovrapporsi all’immaginario che ha nutrito generazioni.

A quel pubblico si rivolge questa versione teatrale, e quel pubblico non può che uscirne deliziato. Ha visto cio che ha bisogno di vedere, e a poco vale fare raffronti con la versione teatrale inglese, questionare sulla necessità di una lettura che approfondisca rovelli interiori e motivazioni profonde. Qui, come al cinema, – e forse in Italia, dove si conta ancora un episodio di violenza omofobica ogni tre giorni, e in alcune regioni si toccano le 10 vittime ogni 100mila abitanti, mentre in altre il fenomeno e seriamente sottostimato –  la parola chiave è visibilità. Non a caso lo fa nella forma coinvolgente del musical, dove l’intensità emotiva è componente ineludibile e dove le note blues della voce di Malika Ayane si interpolano alla vicenda con tutta la raffinatezza che é propria della cantante milanese, sostenute da Marco Bosco al pianoforte, Giulio Scarpato (basso e contrabbasso) Giacomo Belli alle chitarre e la stessa Mimosa Campironi all’armonica e ai cori. In bilico tra la distanza apparente quando veste i panni della madre di Jack e la postura, quasi da sacerdotessa pagana, che le fa solcare il palco insieme alle sue note, come a evocare una alterità che osserva i due amanti da lontano o li sfiora senza toccarli. L’esito finale di inevitabile commozione é giá scritto per chiunque se ne senta – a prescindere dalla propria storia personale – toccato.

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