Time after Time e la vita adulta nell’arte. L’una nell’altra alla Bevilacqua la Masa

In Arte

Fino al 16 agosto 2026 la Fondazione Bevilacqua La Masa presenta “L’una nell’altra”, la mostra a cura di Giovanni Giacomo Paolin che riunisce nella Sala del Camino ai SS. Cosma e Damiano alla Giudecca una serie di opere di artisti che hanno attraversato gli Atelier Bevilacqua La Masa. Un occasione per riflettere sul rapporto profondo tra artista, città e permanenza, in cui la città non appare come semplice sfondo ma come luogo di formazione, confronto e trasformazione

Il percorso di un artista è denso di segmenti di vita che intersecano, per brevi parabole, le istituzioni culturali. Vittorie di bandi, semestri di studio in atelier condivisi, partecipazioni a mostre collettive. Esaurito il programma e riassegnato lo spazio, poi, ciascuno riprende la propria quotidianità più o meno nomade, in attesa che qualcosa si muova di nuovo.
Che cosa resta, allora, di questo passaggio?

Nebojša Despotović, Ca’ Soranzo, 2024, acrilico e olio su tela, 209×169 cm


Il 9 luglio, alla Sala del Camino della Giudecca, la Fondazione Bevilacqua La Masa ha inaugurato L’una nell’altra. La mostra, curata da Giovanni Giacomo Paolin, raccoglie opere recentemente entrate nella collezione dell’Istituzione. Gli artisti coinvolti hanno storie e ricerche diverse. Tutti hanno vissuto l’esperienza degli Atelier della Bevilacqua La Masa.
Dal 1901 l’istituzione offre spazi di lavoro agli artisti. In una Venezia dove trovarne uno è diventato sempre più difficile, il dato è di un pragmatismo che si prefigge di stare alla base, quasi lapalissiana, di qualsiasi altro discorso sull’arte. Prima dell’esegesi e del riconoscimento critico, si impone la necessità di uno studio. Un luogo in cui lasciare un lavoro e ritrovarlo il giorno dopo.
L’assegnazione di un atelier ha però una durata. Poi arriva un altro artista. Bandi, premi e residenze rispondono spesso alla stessa scansione. Gli artisti arrivano, lavorano, espongono e ripartono. Il presente della cultura è ipertrofico nelle iniziative. La sua memoria invece è molto più fragile. Una collezione invita ad un tempo diverso. Per costruirla serve anche qualcuno capace di ricordare. Qui entra in scena Stefano Coletto, ideatore di Time after Time, il progetto da cui nasce L’una nell’altra. La sua presenza alla Bevilacqua La Masa caratterizza stagioni diverse, e la mostra stessa ne porta traccia.
Alberto Scodro e Nebojša Despotović furono assegnatari durante la presidenza di Angela Vettese; altri artisti appartengono agli anni immediatamente successivi, quando la sua lunga stagione era formalmente conclusa ma alcuni segni di continuità restavano ancora vivi; altri ancora sono entrati negli Atelier con la gestione successiva. In mezzo sono cambiati presidenti, curatori e orientamenti. Coletto è rimasto abbastanza a lungo da vedere un giovane artista entrare in uno studio e, anni dopo, essere riuscito a definire una carriera o aver ceduto il passo alla normalità della vita. La memoria di un’istituzione, quando è longeva, coincide con le persone capaci di dialogare con i suoi cambiamenti.

Caterina Morigi, Cratere, 2022


Time after Time nasce da questa possibilità. Tornare agli ex assegnatari, seguirne i percorsi, acquisire alcune opere per riunire i tempi che l’attività ordinaria separa. L’assegnazione appartiene a un anno preciso; l’ingresso in collezione avviene molto più tardi. In mezzo ci sono la vita dell’artista e quella dell’Istituzione.
Qui allora emerge una questione più scomoda.
Da anni il sistema culturale dichiara di voler sostenere i giovani artisti. La formula sembra inattaccabile, in realtà merita molta cautela. La giovinezza coincide spesso con un lavoro che costa meno, con condizioni più facili e fragili, con una maggiore disponibilità ad accettare la visibilità al posto di un compenso adeguato. Il sistema dell’arte ha imparato a usare la giovinezza anche come risorsa economica. Assorbe energia, novità e disponibilità, lasciando buona parte del rischio sulle spalle dell’artista.
Anche la valutazione avviene quasi sempre in prospettiva. Si guarda il lavoro per ciò che potrebbe diventare. Si scommette su un potenziale. Arriva però il momento in cui l’artista esce dall’anagrafe della giovinezza senza avere ancora raggiunto una posizione capace di offrire tutele concrete. È una terra di mezzo densamente popolata e raramente raccontata con sincerità. Per questo Time after Time compie un gesto che ci interessa. Torna sui passi di ex-giovani artisti, per vedere cosa gli è accaduto. Persone che hanno superato la fase dell’esordio, che hanno continuato a lavorare e sono cresciute autonomamente lontano dall’attenzione ricevuta all’inizio. Guardarle oggi significa sostituire alla promessa una verifica. Chiedersi che cosa sia accaduto dopo l’atelier. Quali ricerche abbiano resistito. Quali siano cambiate. Quali abbiano trovato una propria forza. A quel punto il sostegno sfocia in qualcosa di diverso. L’acquisizione porta un’opera nel patrimonio pubblico e riconosce concretamente un percorso. L’Istituzione torna su una scelta compiuta anni prima e accetta di misurarla nel tempo.
Questo accade con le opere di Chiara Calore, Barbara De Vivi, Nebojša Despotović, Giuseppe Di Liberto, Kensuke Koike, Caterina Morigi, Fabio Roncato, Alberto Scodro, Davide Sgambaro, Caterina Erica Shanta e G. Olmo Stuppia. L’una nell’altra le riunisce.

Alberto Scodro, UG SummerInn, 2023


In termini economici, l’investimento complessivo sfiora i centomila euro in due anni e la scelta delle opere appare equilibrata anche nella distribuzione dei linguaggi. Pittura, scultura, fotografia, video e installazione entrano nella collezione senza che un mezzo prevalga sugli altri. Tutta la pittura presente in mostra ha una matrice comune, è importante sottolinearlo, ed è l’Atelier F di Carlo Di Raco. Chiara Calore, Barbara De Vivi e Nebojša Despotović provengono dalla stessa esperienza formativa. Un fenomeno interessante, che meriterebbe una riflessione a parte sulla capacità di una scuola di generare continuità senza appiattirsi nell’uniformità.
Il resto della mostra conferma l’ampiezza della scelta. Calante di Caterina Erica Shanta affronta l’erosione costiera; FENOMENO (Smiley) di Davide Sgambaro modifica la percezione dello spazio attraverso la luce; Sposare la notte – Controcartolina Venezia di G. Olmo Stuppia restituisce una Venezia notturna, marginale e segnata dall’inquinamento. In A volte è strana la vita (Marcia funebre neomelodica) Giuseppe Di Liberto porta il corpo e la propria esperienza biografica dentro una memoria più ampia, mentre Momentum di Fabio Roncato e Cratere di Caterina Morigi seguono, con esiti molto diversi, le trasformazioni della materia.
La selezione evita così l’effetto repertorio che spesso accompagna le acquisizioni collettive. A tenerle insieme è soprattutto ciò che viene prima della mostra: il passaggio dagli Atelier, l’evoluzione dei percorsi individuali, la diversificazione rispetto alle acquisizione precedenti.
Una città come Venezia vede passare continuamente artisti, studenti e ricercatori. Molti ripartono. La questione riguarda anche la capacità di trattenere qualcosa del valore prodotto durante questi passaggi. Una collezione pubblica può farlo, soprattutto quando torna sulle scelte compiute prima che i loro esiti fossero chiari. Il titolo L’una nell’altra acquista allora un significato a sè. La storia degli artisti entra in quella dell’Istituzione. La storia dell’Istituzione entra, con pesi diversi, nelle biografie degli artisti.
Per anni abbiamo chiesto al sistema culturale di scoprire giovani talenti. Ora è arrivato il momento di chiedere che cosa fare quando quei talenti giovani non lo sono più. Time after Time indica una possibile via.

L’una nell’altra, Fondazione Bevilacqua La Masa, Sala del Camino ai SS. Cosma e Damiano alla Giudecca, Venezia, fino al 16 agosto 2026

In copertina: Davide Sgambaro, FENOMENO GreenSmiley, 2022, Ph Leonardo Morfini